Metamorfosi - La magica (seggia) pavanesa e la forma

15 Marzo 2017 Author :  

La sedia impagliata era talmente presente nella vita del popolo campano nel XIX e XX secolo che entrò nella Smorfia napoletana con il numero 47. C’era, inoltre, un rito magico sui legamenti d’amore che si eseguiva esclusivamente con la sedia impagliata. Questo antico rito, che si chiamava Vota-Seggia, consisteva nel far girare velocemente una sedia impagliata su un’unica gamba. Cioè, tenendola in diagonale con un palmo della mano1 sulla testa2 opposta alla gamba che poggiava a terra3. Girando la sedia4 come una trottola, si pronunciava poi l’antica formula: - Vota seggia, vota legno, vota paglia5 …, seguita dal nome dell’amato e da altre parole note solo all’ufficiante. Se il legamento aveva buon esito6, il moroso sarebbe dovuto ritornare dalla persona lasciata. In pratica, la sedia rappresentava la vittima d’amore. Nell’antichissima tradizione partenopea, ‘aVutate ‘e seggia assumeva una pratica magica molto popolare.

Per quanto riguarda l’oggetto in sé, solo i nobili e i ricchi avevano le sedie con cuscini imbottiti rivestiti di seta (di San Leucio) o, tutt’al più, quelle con il sedile in paglia di Vienna. È dell’inizio dell’800 la tradizione artigianale paganese delle (sedie) Pavanese7 ovvero, delle seggie ‘mpagliate8, ma anche di altri manufatti ad intreccio, come la fune, ricavata dalla canapa; il panàro9, che è un recipiente di dimensioni ridotte di forma cubica o conica, realizzato con corteccia d’albero o di midollo ligneo (utilizzato nel passato, tra l’altro, dalle massaie come borsa della spesa, per riporvi per lo più il pane e dagli ambulanti, per la vendita di uova, ciliegie e gelsi); le sporte10, dello stesso materiale del paniere, ma di dimensioni molto più ampie, impiegate per il trasporto del pane, dei biscotti (taralli e freselle), degli ortaggi e della frutta (uva, agrumi e legnasante11); le spaselle, della stessa tipologia delle sporte ma a forma di vassoio rettangolare a maglie più larghe con sponde molto più basse e senza manici, adoperate come espositori dai verdummai, dai fruttaiuoli e soprattutto dai pescatori di Cetara per il pescato. La Pavanesa, che era una sedia appartenente alla più ampia e generalizzata tradizione artigiana partenopea, rispetto alla sedia napoletana differiva nei dettagli della spalliera, della struttura e del materiale utilizzato. Nell’800, erano 3 le tipologie di sedie italiane più famose in Europa: la Napoletana, la Siciliana e la Chiavarina. L’ordine è voluto, poiché la Napoletana, essendo più tozza e robusta, era sicuramente il prototipo sia della più sottile Siciliana, differente per la forma cilindrica dei piedi e dei pioli della spalliera, che della Chiavarina, ancora più sottile e molto più elegante della Siciliana. Tutte e 3 le sedie avevano la seduta in paglia. La Chiavarina è stata poi prodotta anche in paglia di Vienna, mutuandone la tecnica di intreccio dalle Thonet austro-ungariche. La Pavanesa veniva costruita da 2 figure artigianali: ‘o Seggiaro per il telaio, e ‘o ‘Mpagliaseggie per il sedile. I luoghi paganesi che ospitavano le loro botteghe sterrate, erano Casa Farina, Casa Marrazzo, San Francesco e il Pendino. ‘O ‘Mpagliaseggie svolgeva il suo lavoro anche ambulante. Infatti girava a piedi per il paese con una sacca a tracolla di giunchi ed attrezzi, e con una o più sedie sulle spalle, in cerca di cuòscioli da aggiustare, richiamando la sua attenzione con fronne12 improvvisate.

-La SeggiaPavanesa, originariamente, era in noce nazionale lucidata con olio di gomito, poi è stata costruita in faggio. La sua spalliera era formata da 2 traverse poggia-spalle orizzontali, piatte e larghe, che rinforzavano i 2 assi quadrangolari dello schienale. La traversa inferiore era di circa 5 centimetri e quella superiore, con un intaglio al centro a forma per lo più di V13, di 8 centimetri. Le 4 gambe, spesso quadrangolari, erano fissate da 8 traversine di forma sempre quadrangolare, larghe all’incirca 2 centimetri. Il sedile impagliato, detto cuòsciolo o cuòsceno14, era intrecciato a spicchi. Inizialmente il materiale utilizzato per l’intreccio era la Tipha del fiume Sarno. Una pianta15 che cresceva spontaneamente sulle sponde tra la vegetazione a galleria, insieme all’Asfodelio e alla Canna. La Tipha veniva raccolta, poi bagnata, attorcigliata ed essiccata, per essere, alla fine intrecciata. Le gambe anteriori avevano 2 teste. La testa è l’apice della gamba che supera di qualche millimetro il sedile impagliato. Nell’attualità il sedile, sempre intrecciato a spicchi, è per lo più di paglia di segale.

-La Napoletana si distingueva dalla Pavanesa poiché le traverse (spesso 3) della spalliera, erano a forma di ventaglio, così le traversine delle gambe che erano 6 e non 816 e terminavano a piolo. Le gambe e gli assi verticali dello schienale17, erano cilindriche. Il cuòsceno era di segale intrecciato a spicchio e le gambe, terminavano assottigliandosi.

-La Siciliana, invece, aveva tutte18 le componenti in legno, di forma cilindrica ed era più sottile ed elegante della Napoletana. Le traverse delle gambe, erano 6 e quelle della spalliera, 3. La spalliera, era stretta all’altezza del sedile e più larga al suo apice. C’erano anche Siciliane più lavorate e decorative, che avevano le componenti in legno di forma quasi quadrangolare con le 3 traverse poggia-spalle, intagliate. L’intreccio del sedile era a croce e l’impaglio di Lisca19.

-La Chiavarina era più sottile ed elegante della Siciliana ma come la Siciliana, aveva le componenti in legno di forma cilindrica. Meno robusta della Siciliana e della Napoletana, era più decorativa, con un’infinità di varianti.

-In conclusione, la Napoletana era un incrocio tra la Pavanesa e la Siciliana. La Chiavarina era la versione estremamente elegante della Siciliana. La Pavanesa verace, era simile a quella del famoso dipinto di Vincent van Gogh del 1888: La sedia di Vincent, se non addirittura la stessa. Infatti, in Francia, per lo più a Marsiglia e in Provenza, la sedia impagliata di tipo Paganese era comune negli ambienti più poveri. Proprio in quel secolo, in Francia gli impagliatori di sedie e gli arrotini erano tutti Italiani e, per lo più, emigrati proprio dai nostri luoghi.

Le sedie sono oggetti, forme, ma la Forma in sé, che cos’è? A mio avviso, è il tempo modellato dalla proiezione della materia, la quale è l’aggregazione di organismi viventi impercettibili all’occhio umano; in effetti, il potere deflagrante di una bomba è nel disgregare, cioè disgiungere, tali impercettibili organismi che si spandono aggregandosi ai loro nuclei aerei, originari. La forma, riprendendo l’argomento, è una Proiezione che Impressiona lo spazio assorbendo il tempo. Senza voler emulare Einstein, che sarebbe abbastanza ridicolo e presuntuoso, la formaassorbe iltempo, nel senso che la forma toglie lo spazio al tempo, pertanto più forme sottraggono più tempo allo spazio. Viceversa, meno forme, dilatano lo spazio e quindi il tempo. Un piccolo e banale esempio: la percezione di un’ora trascorsa nello spazio di New York, città traboccante di forme - di 790 km quadrati - sarà sicuramente più breve della percezione di un’ora trascorsa in una fetta di territorio, di pari dimensioni, del deserto del Sahara. Forma, deriva dal lemma greco phòrein quindi phòra, che contiene l’Azione di Portare (simile a Proiettare), mutuato dal sanscrito dhar-i-man cioè Figura che, a sua volta, ha l’originario contenuto di Impasto, cioè Aggregato (di materia). Proiettare, origina dal latino pro-jicère, quindi Lanciare Avanti, Sporgere in Fuori (nella percezione visiva). Impressionare, invece, è formato dal participio passato imprèssus del verbo latino Imprimere, cioè Premere Sopra, Influenzare (lo spazio e quindi il tempo). Lo Spazio e il Tempo costituiscono le coordinate del Movimento, quindi dell’Esistenza. Adesso, senza muovervi da dove siete, pur esistendo, inserite la Forma, la Proiezione e l’Impressione in un caleidoscopio. Vi appariranno tante figurazioni colorate che, oltre ad allietarvi gli occhi e il cuore, vi mostreranno il sogno dell’Entità nel mondo delle forme, che si forma il mondo a sua immagine e somiglianza.

1 Nel modo in cui cade la sedia, o se essa roteando sfugge dal palmo della mano, si interpretano i segni della riuscita o meno del rituale.

2 Dello schienale.

3 Testa (dello schienale) destra e gamba sinistra a terra o viceversa.

4 Per completezza, la sedia dovrebbe provenire da una Sacrestia, essere conservata capovolta a terra e su di essa nessuno dovrebbe mai sedersi. Inoltre, essere utilizzata per non più di un rituale per volta, se è d’amore. Il rituale va praticato di notte (al lume di candela e con incensi) quando le difese della vittima sono più deboli. Il rituale potrebbe continuare anche per giorni.

5 Il numero delle girate è ininfluente. È influente il numero di volte che la formula viene recitata e la velocità con cui la sedia si fa girare sotto il palmo: più gira veloce, più il rituale è efficace.

6 Nel rito c’è anche una variante più aggressiva, che prevede l’uso di una forchetta che alla fine delle vutate, l’esecutore infilerà con forza nella paglia nel mentre lascerà cadere la sedia.

7 Sedie paganesi.

8 Sedie impagliate.

9 Paniere.

10 Ceste.

11 Cachi, Kaki o Loti.

12 Canto a distesa.

13 Ma molto dipendeva dalla raffinatezza del seggiaro.

14 Cuscino.

15 Specie di Giunco.

16 Una per il lato anteriore, una per quello posteriore, due a destra e due a sinistra.

17 Che sono chiaramente la continuazione delle gambe posteriori.

18 Gambe, schienale e traverse.

19 Carice.

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