Metamorfosi. Novellia primigenia, la casa del piacere ai tempi dei romani

28 Marzo 2017 Author :  

di Gerardo Sinatore

L’istituzione delle case di piacere risale a Solone (VI sec. a. C.), il padre della democrazia. Dal termine latino putagium, Fornicazione, che si riferisce a chi vendeva il proprio sesso, deriva la parola Puttana. Giustiniano infierì sui ruffiani e introdusse tutele per le prostitute redente, poiché, secondo Procopio di Cesarea, Teodora, sua moglie, era stata una di quelle. Nel V secolo a.C., i templi della religione dichiararono le Sacre Vestali, che si donavano per rito, Domestiche degli Dei. Quando Costantino abolì l’offerta sacra di sé stesse, fiorì la vera prostituzione che è esclusivamente laica. Infatti, nasce con la civiltà (questa parola, dopo il Cristianesimo di Costantino del 306 d.C., è utilizzata con valore discriminante) e, pertanto, con il veto dei rapporti pre-matrimoniali. Anche il Neoconfucianesimo, in Giappone, produsse la recrudescenza dell’offerta d’amore laico. A Edo nacque, infatti, la più grande casa di piacere del mondo riunita nel quartiere Yoshwara (o Quartiere dei fiori) con 15000 geishe.Ma le geishe non offrivano soltanto il sesso con annessi e connessi, ma il sapere, la saggezza, la cultura, l’arte declinata nelle sue massime espressioni e persino, il cuore.

L’amore è stato sempre libero e non ha mai costituito alcun imbarazzo di ordine morale prima della cristianità, ciò che non si perdonava non era la concessione del proprio corpo, ma l’inganno. Oggi, 2016, esistono ancora gruppi etnici che praticano la poliandria[1] - come i Marchesani della Polinesia (dove non esiste il Matrimonio e quindi le parole Marito e Moglie) e i Todo dell’India[2] - la poligamia[3] e più estesamente, il polyamory[4], l’amore multiplo, praticato:

- in Amazzonia, presso i Kuikuru e con le donne Canela, le quali, durante rituali finalizzati ad assicurare il concepimento e confondere la paternità, fanno sesso anche con 40 uomini;

- presso i Na dell’Himalaya e dell’altopiano dello Yunnan dove, come ha anche riportato Marco Polo, si pratica l’amore libero e non esiste la figura del padre;

- nell’isola di Mangaia, a sud delle Isole di Cook dove le ragazze, già a tredici anni, hanno tre o quattro amanti, ed i ragazzi una decina. Sia le une che gli altri vengono istruiti da piccoli nell’arte del sesso da una anziana della comunità ed i membri delle rispettive famiglie stimolano i genitali dei loro figli sin da bambini, anche con la lingua;

- presso i Koifar della Nigeria, dove sia l’uomo che la donna, se sposati, possono prendere sotto la stessa tenda, amanti alla bisogna[5].

Sui muri degli scavi di Pompei, all’insula VII, si legge: - A Nocera presso Porta Romana, nel quartiere di Venere, chiedi di Novellia Primigenia[6]. All’epigrafista cavese, Matteo della Corte, si deve la scoperta della nocerina Novellia Primigenia[7]. Novellia era una ninfa, cioè una generosa quanto attraente fanciulla dolce e amata[8], nota per essere stata una contesa prostituta[9] d’alto bordo[10], poiché dotata dell’incendiario fuoco dell’amor carnale. Probabilmente era di origini patrizie[11], della Valle Peligna[12], ed il suo nome compariva non soltanto sui muri di Pompei ed Ercolano[13], ma anche di altre città campane. Un certo Ermerote, di lei molto desideroso, la invita a raggiungerlo a Pozzuoli[14] con un grafito che recita: - Ermerote saluta la fausta[15] Primigenia, vieni a Pozzuoli nel quartiere Timiniano e chiedi di me, Ermerote liberto di Febo, al banchiere Messio. Probabilmente si sarà affrettato a scriverle questo messaggio, avendo letto che: - Secondo, giace con Primigenia[16] o più plausibilmente, perché qualche suo amico sarà corso a raccontargli di aver appena letto di lei[17]: -Salute a te, Primigenia Nocerina! Vorrei essere un gioiello per non più di un’ora mentre lo inumidisci con la bocca per imprimere il sigillo dei tuoi baci. Certo è che come la pantera che dalla sua voce fa uscire un profumo di aromi affinché i leoni la seguano e le giungano dietro, così Novellia attraeva gli uomini, appena sentivano l’eco del suo nome. Novellia, come le Restituta, Euplia, Sollemnes, Spendusa, Cornelia, Prenestina, Romula, Serena, Quieta, Felicia, Sava, Drauca, Tychè ed altre, tutte immortalate dagli antichi grafiti ancora evidenti del I secolo d. C. sui muri di Pompei (e non solo), da qualche tempo aveva fatto la sua comparsa in quella che era conosciuta come la città del piacere, dove l’epigrafe: - Qui abita la felicità[18]- campeggiava su un simbolo fallico invitando ad assaporare il trionfo dei sensi. Per tutte queste pubbliche segnalazioni, Novellia suscitava sicuramente delle invidie, delle gelosie, spesso illudendo o deludendo, com’è testimoniato da un’altra epigrafe: - Nego Primigen(iam)[19].Ma tutto passa, ed il romanticismo a volte trionfa ancora sulla nuda carne senza cuore: - Nulla può durare in eterno. Il sole dopo aver brillato si rituffa nell’Oceano, decresce la luna che poco fa era piena. La furia dei venti sovente si tramuta in brezza leggera[20]. Anche a Roma il Muratori individuò alcune epigrafi in cui risultava l’esistenza di una Novellidia Primigenia[21]. Dalla seducente Novellia alle altre donne che comunque non tessevano e sfilavano interminabili tele, né filavano oro, porpora, bisso, seta, giacinto, scarlatto o porpora per i templi, ma ordivano la propria realtà, fattasi a volte Storia ed altre leggenda; mi viene infatti da ricordare, ad esempio, una canzone di Michelangelo Ciccone[22] dedicata a Luisa Sanfelice[23]: - Ma addò te lassa a te, figlia devina, figlia doce de zuccaro e cannella, Luisa mia, bellissima Molina[24], che mo’ si lustra tu cchiù de ‘na stella? Tu mierete lo ‘ncienzo ogne matina. […] tu si mamma vera, de tutta sta città, senza dolore; mamma che tutta Napole haje fegliato, pocca tutta da morte l'haje sarvato. Era il 1800, quando la Sanfelice fu giustiziata e le case ed i fondaci di Napoli erano ancora contrassegnati da strani segni[25] rossi, neri e bianchi, per comunicare: con il rosso le case da incendiare; con il nero la morte di chi vi abitava; con il bianco il saccheggio dell’appartamento; oppure: con il rosso per indicare che in quella casa c’era un regio, il nero un repubblicano ed il bianco un indifferente. Ed era sempre l’800 quando per difenderla si incitava il popolo: - Popolo! Armate co’ mazze e breccie, e va’ contro ‘i Francisi, ca’ l’Angrise t’aiutano[26]. Politica e dolce piacere sono andati sempre d’accordo anche se, qualche volta, è andata male per qualcuno, come appunto per la Sanfelice. Emma Hamilton,invece, che fu importante per le sorti d’Inghilterra, quando aveva sedici anni fu tolta dalle case di piacere per essere promossa ad hostess a luci rosse, diventando la moglie di Sir William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli. Hamilton apprezzò talmente le sue doti che la presentò all’ammiraglio Nelson, il quale se ne innamorò perdutamente. Così, tutti e tre dopo un po’, decisero di partire per Londra e vivere, alla luce del sole, uno sportivissimo ménage à trois. Quando la bellissima Emma dilapidò al gioco d’azzardo il lascito di Nelson, si sistemò definitivamente a Parigi, dove morì di insufficienza … epatica. Una storia ordinaria, direi. Nulla di così disdicevole, anzi, somiglia a tante storie che circolano anche nella mia città. Più condita, invece, è quella della regina Giovanna d’Angiò. Giovanna, che è il doppio di un’altra Giovanna d’Angio dotata delle stesse virtù, amava saltar di stalla in stalla per svezzare i suoi focosi palafrenieri e qualche volta, per circoncidere stalloni addolorati. A parte il mio spirito sicuramente disdicevole, si dice che la vogliosa Giovanna, dopo aver fatto seppellire un numero imprecisati di giovani amanti (i suoi palafrenieri?) a Castel dell’Ovo, oltre ad assistere alla morte del suo amante Pandolfello Alopo, assassinato per mano di suo marito, a quella poi di Sergianni Caracciolo - che veniva a cacciare a Nocera de’ Pagani - fatto da lei eliminare e, infine, alla romantica clausura del più fortunato conte Giacomo de la Marche, che, da lei abbandonato, decise di chiudersi in convento, pare che alla fine sia andata a farsi sfinire, stanca degli uomini che praticamente le morivano sotto, dal più bel cavallo della sua scuderia, il quale, in un furioso amplesso, le aveva procurato un orgasmo così prolungato … da morire. Infatti, è così che Giovanna è morta. Questa storia, degna di bestiale commiserazione, è già più singolare delle prime. Ma quella che a me piace di più riguarda la leggenda di Romolo e Remo, affidati alla memoria collettiva sia dalla narrazione di Gellio che dalla famosa scultura della lupa[27], dalle cui mammelle i fratelli suggono contemporaneamente latte. Da quella lupa è nata una delle più importanti civiltà del mondo, quella di Roma. La lupa aveva anche un nome: Acca[28] Larentia, al volgo donna Lorenza. Con il termine lupa, però, i Romani designavano le donatrici d’amor carnale. Quindi, donna Lorenza era una domestica degli dèi, di domenica, cioè nel giorno di Apollo, e negli altri giorni della settimana, una meretrice. Si dice anche che i suoi favori avessero fatto addirittura impazzire Eracle, che la rese ricca. Quando lei morì, lasciò quattro campi in eredità a Romolo, sui quali nacque appunto, l’odierna Roma. Qualche spiritoso, invece, insinua che Romolo e Remo abbiano succiato le mammelle di donna Lorenza da maggiorenni, alla Suburra, nei pressi dell’Arco dei Pantani, sotto ad un fico, mentre altri giovani, nudi come loro, si divertivano a menare le donne che passavano. Queste donne, secondo Ovidio che ne parla nel trattare la festa dei Lupercali[29], si sottoponevano volontariamente alle percosse dei discinti giovanotti per accrescere la propria fecondità. Se erano prene, lo facevano per favorirne il parto… Dunque, se volessimo considerare Pan (v. nota 175), la lupa, i fratelli che se la condividono, il ménage di Emma, il cavallo, Giovanna, gli assassinii, la volontà di essere menate da uomini nudi, la fecondità, la procreazione, potremmo ipotizzare che il detto: - Mazza e panelle fanno ‘e figli bell’, sia nato proprio da un ancestrale piacere … animale? 


[1] Poliandria: quando una femmina ha come partner più maschi.

[2] Cfr. C. Consiglio, L’amore con più partners, Roma, 2006.

[3] Poligamia: quando un maschio o una femmina hanno più partner.

[4] Cfr. C. Consiglio, L’amore con più partners, Roma, 2006. Secondo l’autore, il termine è stato coniato da Oberon e Morning Glory Zell fondatori della Chiesa di Tutti i Mondi.

[5] Le notizie riportate dalla nota 1 alla presente, sono tutte tratte da C. Consiglio, L’amore con più partners, Roma, 2006.

[6] Cfr. Epigraphik-Datenbank Clauss /Slaby in http://db.edcs.eu/epigr/ = ep. CIL IV 8356: Nucer ea quaeres ad Porta Romana in vico Venerio Novelliam Primigeniam;

[7] Per Novellia Primigenia Cfr. M. Della Corte, Amori e amanti di Pompei antica, Pompei 1958, p. 92 ss. (epigr. Casa del Menandro e da un distico nella nicchia di una tomba di Porta Nocera).

[8] Cfr. Cfr. Epigraphik-Datenbank Clauss e. CIL IV 8177: dulcissimae amatissima que;

[9] Cfr. A. Varone, Erotica Pompeiana, ed. L’Erma di Bretschneider, 1994.

[10] Cfr. J. Lancaster, In the Shadow of Vesuvius: A Cultural History of Naples, Tauris, 2005, p. 31

[11]Cfr. C. Capra, G. Chittolini, Storia illustrata di Milano, Vol. 10, E. Sellino, 1992, p. 16: La gens Novellia, risulta essere tra le più attestate casate di Milano (da cui Novellus, in osco Nùvellum).

[12] Cfr. Harvard Studies in Classical Philology, Vol. 8, Cambridge, Harvard University Press, 1897, pp. 122, 137, secondo gli studiosi, la gens Novellia (Novelledius) troverebbe origini nella Valle Peligna che attualmente è parte dell'odierno Abruzzo. Antiche epigrafi pre-romane a Furfo lo dimostrano.

[13] Cfr. Della Corte 1959, n. 825.

[14]Hermeros Primigeniae dominae veni Puteolos in vico Tyaniano et quaere a Messio numulario Hermerotem Phoebi: Cfr. M. Della Corte 1959, n. 825.Cfr. ep. CIL IV 10676

[15] L’epigrafe riporta Dominae e non Fausta. Qui ha valore di un epiteto come dimostrano anche altre epigrafi. Dominae, era utilizzato per le dee (Cibele) come per le bambine quando morivano prematuramente. Era equivalente a Benedetta, Glorificata, Sacrosanta; ad es. cfr. cfr. M. C. Mazzi, L. De Maria, Antichità tardoromane e medievali nel territorio di Bracciano: Bracciano, Castello Odescalchi, 15 giugno 1991, Viterbo, BetaGamma, 1994, p.284: - L’epiteto Domina, riferito alla fFlia (infante), ha riscontro in epitafi pagani e cristiani, dove dominus/dominae precede i vari nomi…

[16] Cfr. Cfr. Epigraphik-Datenbank Clauss ep. CILVI, 05358: Secundus cum Primigenia conveniunt.

[17] Cfr. Cfr. Epigraphik-Datenbank Clauss ep. CIL IV 1024: Primigeniae Nucer ae sal vellem essem gemma ora non amplius una ut tibi signanti oscula pressa darem.

[18] Cfr. Cfr. Epigraphik-Datenbank Clauss ep. CILIV, 1454: Hic habitat felicitas;

[19] Cfr. M. Della Corte 111, t. 23 e 29

[20] Cfr. Pompei IX 13,4 graffito in pentametri ep. CIL IV 9123: - Nihil durare potest tempore perpetuo. Cum bene Sol nituit, redditur Oceano

Decrescit phoebe, quae modo plena fuit. Ventorum feritas saepe fit aura levis.

[21] Cfr. L. A. Muratori, Novus thesaurus veterem inscriptionum, vol. IV, Ex Aedibus Palatinis, 1742, p. MDL, fig. 9.

[22] Michelangelo Ciccone, chierico regolare minore del convento della Pietrasanta, era noto a Napoli per i suoi meriti letterari e per la sua notevole capacità di improvvisare versi,scriveva in vernacolo sul giornale repubblicano: La Reprubbeca spiegata co lo Sant'Evangelo a lengua nosta liscia e sbriscia che se'ntenne da tutti, in cui si sforzò di dimostrare al popolo, alternando austere massime del vivere sociale con scherzi in vernacolo ed argute canzonette, come nel Vangelo sono poste le basi della democrazia. Nel sesto numero deLa Reprubbeca pubblicò il Canto de lo Sebeto dedicato a li patriuote, in cui viene celebrata come eroina Luigia Sanfelice, che aveva sventato la controrivoluzione realista dei Baccher. Michelangelo Ciccone, andò al patibolo il 18 gennaio del 1800, in Piazza del Mercato di Napoli.

[23] Luisa Sanfelice, era figlia del Generale di origine spagnola don Pedro de Molino e di Camilla Salinero e aveva sposato a diciassette anni il cugino Andrea Sanfelice dei Duchi di Laurino di Agropoli. Controverso è ancora il giudizio su di lei: eroina o donna di facili costumi, imbattutasi in una vicenda che dagli onori della cronaca la trascinò poi al patibolo l’11 settembre del 1800?

[24] Riferito al suo vero nome: Luisa de Molino Sanfelice

[25] Dell’alfabeto greco

[26] Cfr. Monitore Napoletano in Cronachetta del sabato, 8 aprile 1799

[27] Sulla scultura di bronzo della lupa con Romolo e Remo del 400 a.C.: cfr. Livio, 10,23,12.

[28] Dal sanscrito Akka cioè Madre.

[29] Qualche storico, afferma che i Lupercali siano nati con l’adorazione di Pan e quindi con la celebrazione del libero amore.

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