La felicità è incomprensibile

03 Agosto 2017 Author :  

Pagani, Casa Califano, aprile 2012

La vita è come un fiume che entra nelle case popolandole e spopolandole, incessantemente. Per molti non è né bella né brutta, né giusta né ingiusta. Nessuno ha mai pensato che essere una creatura di questo mondo sia facile. Al momento della Creazione, l’uomo non conosceva né desiderava nulla e, benché nudo, credendo solamente ai suoi occhi, nulla aveva e niente gli mancava. Possedeva il mondo intero. Un giorno di primavera, come un ipocondriaco, ho pensato di essere colpito da un male oscuro. Stavo scegliendo la morte pur senza desiderarla. Ero sopraffatto da una serie di disagi fisici che non mi lasciavano tranquillo, ma non solo fisici. Continuavano a dolermi e ad impressionarmi. Secondo un’antica superstizione dei marinai, chiunque fugge dal suo luogo crea al mare una tale agitazione. Forse sarà stata la mia decisione di lasciare per sempre la città, che ha smosso le acque della placenta in cui vivo. Quando ne sono stato pienamente cosciente, ho abbandonato quelle preoccupazioni ignorando ogni dolore reale e virtuale. Si dice anche che la morte arriva sempre quando le prepari il letto. Così, per disfarglielo, presi un breve periodo di ferie per rivedere la mia vita. All’indomani decisi di fermarmi di pomeriggio a Casa di Lorenzo, un piccolo ostello di Pagani in via Lamia, per ascoltare un po’ di musica tradizionale, cantare e bere del vino in buona compagnia. Vi trovai vecchi amici che ogni anno venivano a godersi l’arcaica festa della Madonna delle galline che, negli anni, mi ha consumato il cuore per le offese ingiustamente ricevute e le delusioni immeritatamente vissute. Erano tutti musicisti, cantori, registi ed antropologi. Eravamo una decina circa. La maggior parte venivano da altre regioni e qualcuno dall’Estero. Prima di mezzanotte eravamo rimasti soltanto in tre. Avevamo, oltre che cantato, suonato e bevuto, anche chiacchierato intorno ai misteri, alle religioni antiche, alla divinazione. Argomenti che spesso ricorrevano in quella occasione festiva e per me davvero singolare. Lorenzo, oltre ad essere un artista, si interessava da sempre, come suo padre, di psicomanzia[1]. Anche Cicerone, che faceva l’avvocato, era capace di predizioni psichiche. Ad un certo punto si alzò dalla sua poltrona e si diresse verso il camino alle sue spalle, dove c’era esposta una tavola di rame sulla quale era inciso l’antico Calendario Maya. Eravamo tutti un poco alticci e qualcuno aveva anche fumato dell’erba. Poi ritornò a sedersi con il calendario e, fissandomi con il suo sguardo ipnotico, mi disse serioso: - Gegé ci pensi? L’anno prossimo non ci sarai più. Ed io: - Cioè… morirò? Non mi rispose subito, abbassò lo sguardo per cercare delle cartine sul tavolino dove tutti e tre avevamo disteso le gambe. Poi aggiunse: - Ci pensate? Nessuno di noi ci sarà più[2]. Quest’ultima espressione neanche la colsi. Non la udii. Ormai non lo seguivo più. Mi feci prendere da un panico inspiegabile. Era come se fossi stato dinanzi ad un tribunale e mi fosse stata letta una sentenza capitale. Lorenzo si alzò nuovamente e, con il calice colmo di vino rosso, propose di fare un bel brindisi alla vita. In effetti era unicamente questo il suo vero goliardico scopo. Mi alzai. Si alzò anche Vincent con il calice issato e sciabordante. Per rimescolare quella tensione chiesi di fare io il brindisi. Guardai i miei due amici e, quasi balbettando, mi feci prendere dalla mia vena poetica: - La vita è scia di un sogno inafferrato, è fiamma antica, è goccia d’universo che brilla la pupilla e scheggia di stelle la mia pelle ghiaccia. Lorenzo e Vincent risero, mi presero in giro. Poi ci guardammo negli occhi tutti e tre, ma ognuno con un proprio stato di essere. Fu Vincent che ruppe quella strana tensione e disse: - Jerry, è bello ma è triste, che ti prende? Mo’ ci penso io a farne uno come si deve: - A la salute, si jammo ‘a la cantina, jammo a bevere tutte, huommeni, cumpagni ‘e figli ‘e mappina. Salute ‘e nenne belle, salute a chelle bone, ca’ mo’ nce faccio ‘sta canzona … E poi prese a cantare con la sua voce antica: - E santa notte a te faccia de rosa, va te cocca, va cujeta e riposa... E santa notte, nenna bona e sola, figliò, salute a te! Figliò, figliola ... Poi venne il turno di Lorenzo, ma io mi sentivo ancora deserto, irreale e sospeso come le piazze di De Chirico[3]: - Qui nessuno teme la morte, ma per Bacco gettiam la sorte. Prima si beve a chi paga il vino: quindi bevono i libertini. Sia per il papa che per il re, bevete tutti insieme a me… Beve la signora, beve il signore, beve ilcavaliere, beve il clero, beve quello, beve quella, beve il servo con l’ancella, beve il lesto, beve il pigro, beve il bianco, beve il negro, beve il fermo, beve il vago, beve il rozzo e anche il mago[4]! Sorrisi, ma ero letteralmente fuori. Vincent mi conosceva benissimo e notò che qualcosa non andava in me. Avevo già bevuto alcuni bicchieri, forse troppi per la mia tenuta, ed ero stanco a tal punto che della funesta profezia non avevo notato in alcun modo i toni scherzosi. In quel momento pensavo esclusivamente che mi restassero da vivere soltanto nove mesi, quanti bastano ad una vita per essere generata e alla mia per essere eliminata. Lo credetti, ma non lo so perché, forse perché volevo crederlo. Pensai ai miei figli. Un vento gelido mi alitava sulla schiena sino a farmi letteralmente battere i denti. Tremavo. Lorenzo e Vincent l’avevano notato, ma senza capire cosa mi stesse realmente accadendo. Si proposero di accompagnarmi a casa, ma rifiutai. Comunque, quella funesta profezia non era di Lorenzo ma dei Maya. In quel periodo imperversava su tutti i media e nei numerosissimi libri, sfornati come pizzea ritmi sorprendenti. Tra l’altro, più volte ne avevamo discusso e poi concluso che essa non si riferiva alla morte fisica, alla fine del mondo, bensì alla fine di un ciclo che avrebbe portato ad una trasformazione positiva lo psichismo umano. Infatti, secondo il Calendario Maya, la fine del mondo doveva avvenire l’11 dicembre del 2012 alle ore 11 e 12, cioè mancavano a quel giorno[5] soltanto 270 giorni. L’avevano dedotto dal loro calendario circolare, che gli consentiva di calcolare, partendo dalla nascita del loro regno, la data esatta della fine di quel mondo. In effetti, il lungo computo di cui era dotato questo calendario, copriva un ciclo di 5125 annicirca, fino alla data della fine. La sua unità di misura era il k’atun, che corrispondeva a 20 anni; per ciascuno dei k’atun c’era una profezia. I k’atun si ripetevano ogni 260 anni. Il k’atun 4, iniziato nel 1993, terminava alla fine del 2012 quando la suprema divinità Kukulkan, cioè il Serpente piumato, sarebbe ritornato sulla terra per annunciare la Nuova Era. Il lungo computo prevedeva cinque grandi ere cosmiche di 5125 anni ognuna, come appena accennato, delle quali quattro erano già trascorse ed ognuna si era contraddistinta con catastrofi all’inizio di ogni rispettivo periodo (guerre, terremoti, eruzioni, epidemie). La Quinta Era sarebbe iniziata dopo il fatidico 11 dicembre del 2012 e[6]: - … l’acqua distruggerà il mondo e la terra diventerà nera e si assisterà al predominio dell’oscurità sulla luce ovvero al Suntelia aion[7], all’Apocalisse. Quindi, iniziali alluvioni, straripamenti o maremoti, con conseguenti frane, smottamenti ed eruzioni (terra nera). Dopo di che una nuova luce avrebbe investito la psiche umana. Secondo tradizione quella attuale era l’Era dell’Acquario, che, come la precedente Era dei Pesci, sarebbe durata 2155 anni. L’Era dell’Acquario era caratterizzata da una comprensione universale dell’umanità, da un legame organico con l’universo, che avrebbe portato l’uomo al raggiungimento di un nuovo piano di coscienza sino a che nelle scuole si sarebbe insegnato a ricercare la sapienza prima della conoscenza. Sarebbe stata anche caratterizzata, al fine di riparare i guasti prodotti sul pianeta dall’era precedente, da una nuova volontà di amare, da un nuovo idealismo, da lealtà, compassione, devozione, spirito di sacrificio e spirito missionario. L’Età dei Pesci, invece, era stata connotata, come dalle antiche previsioni, dall’inquinamento, dal dolore, dall’ignoranza, dal conformismo, dalla paura, dall’egoismo, dalla superficialità, dall’ingordigia, dall’isolamento e dallo scetticismo. Comunque, mi diressi a piedi verso casa. Piovigginava. Ero davvero scosso. Attraversai il paese con passo sostenuto. Strada facendo effettuavo ampi respiri per ossigenare il cervello e smaltire i fumi dell’alcol. Arrivai a casa bagnato fradicio, ma accaldato. Ero più sereno; l’alcol aveva quasi esaurito il suo effetto fobicosu di me. Appena giunsi a casa, come un bambino raccontai tutto a Pina e proprio come un bambino spaurito, omisi la relazione intercorrente tra ciò che aveva detto Lorenzo e la profezia Maya. Non le dissi neanche che la stessa sorte sarebbe spettata non soltanto a me, ma a tutti. Non lo feci per dimenticanza né per mala fede o altro, semplicemente perché solo a distanza di qualche giorno fui consapevole di ciò che era accaduto e ogni minimo dettaglio mi apparve come un film. Nonostante fosse molto tardi mi aspettava sveglia a letto, guardando alla televisione i suoi programmi preferiti, tutti incentrati sulle dinamiche criminali, come Giallo, Top-Crime e tanti altri della specie. Ama molto il genere giallo e tutto ciò che investiga le trame oscure della personalità. Infatti si era candidata a fare l’ispettrice di Polizia, ma poi, per il non facile accesso a questa strada, aveva optato di concludere i suoi studi universitari a Ferrara. Appena presi a raccontarle ad alta voce (quindi ero ancora alticcio) come avevo trascorso la serata e ciò che mi era stato pronosticato, cioè la mia morte, mi pervase, nello stesso identico momento in cui lo raccontavo, una sensazione indicibile di gioia, un’euforia, una liberazione, una leggerezza incredibile, una felicità incomprensibile. Mi sentivo davvero e stranamente felice. Molto felice. Lei quasi sorrideva ascoltando la mia concitata confessione, sicuramente in disaccordo con l’espressione che stavo inaspettatamente assumendo. Non sorrise, anzi mi tranquillizzò minimizzando il tutto, dicendomi che era stato sicuramente uno scherzo. Credo che si fosse anche accorta che avevo bevuto, ben sapendo che in quel periodo, cioè il periodo della Festa, qualche esuberanza me la concedo sempre e ben volentieri. Feci una doccia tiepida, ma continuavo ad essere stranamente felice, anzi lo diventavo sempre di più. Pensai anche che quella euforia mi fosse stata causata dal vino e dall’aria satura di fumo. Sotto la doccia canticchiavo come non mi accadeva da anni. Quando mi misi a letto, ero felice di sapere di avere il tempo contato. Pensai al brigante fra’ Diavolo e al suo motto: - Vivi come se dovessi morire domani, pensa come se non dovessi morire mai. Pertanto, feci una lista delle cose che avrei voluto fare prima di scomparire dalla faccia della terra. Da quel preciso istante ho cominciato a pensare e a fare tutto in modo diverso. Vivo con l’idea che mi potrebbero restare pochi mesi di vita, anzi, come se dovessi morire all’indomani. È cambiato tutto per me, pur consapevole che non è così, ma questa profonda consapevolezza mi pone, di fatto, dinanzi alla realtà, che è quella di poter morire da un momento all’altro, la quale cosa è il principio cardine di ogni essere di questa terra. Avevo fatto la scoperta dell’acqua calda. Comunque, è cambiato tutto per me. Ho cominciato a godere della compagnia dei miei figli, a pacificarmi con i miei parenti, a superare le minuzie che mi irritano, ed ho iniziato ad apprezzare di ogni cosa il suo reale valore all’ennesima potenza; amo ancora di più la natura; assecondo la vita, accarezzandone il giorno; vivo, come diceva il mio papà: - Un giorno per volta. Se decido di parlare, lo faccio esclusivamente quando ho qualcosa da dire, e sino in fondo con coraggio e lealtà; riesco a scindere le cose che veramente amavo fare da tutte le altre che si fanno per motivi diversi o per automatismo; misuro il tempo con l’alba ed il tramonto, cancellando la parola orologio dal mio vocabolario e dal mio polso; mi dedico di più all’osservazione notturna degli astri; mi prendo cura delle piante del mio piccolo terrazzo; non temo più né giudizi né pregiudizi; credo ed ascolto ogni cosa e ogni persona con un’apertura di animo, di spirito e di cuore diversa; inoltre, mi sono preparato ad intraprendere la nuova terminale esperienza con la felicità di chi conoscerà il più grande mistero della natura, la morte. Nell’infanzia avevo già vissuto il coma e visto tante cose in una situazione di pre-morte che era seguita da uno stato euforico, anzi concitato, è forse questo il termine più confacente. Ricordo che raccontavo le mie visioni o sogni, come vogliamo meglio definirli, a mia madre che strabuzzava gli occhi come me, quando la dettagliavo su ogni particolare. Ciò che scrivo forse sarà allucinante, buffo, ridicolo, e soprattutto folle, ma io mi sento ancora felice nel sapere di avere i giorni contati. Una sensazione di felicità che vive in me e che ogni qualvolta sono particolarmente giù, come accade a molti, emerge trionfante rendendomi incomprensibilmente leggero. La felicità è davvero incomprensibile. Esseri amati: è solo questo il dato. Questa mia ultima asserzione è stata la sorgente miracolosa del Cristianesimo. Conoscendo più di tutti l’animo umano, quindi la poca disponibilità dell’uomo ad amare gratuitamente ed il suo bisogno vitale di essere amato, Gesù ha sopperito a questa necessità spostando la speranza degli uomini di essere amati dai suoi consimili sulla certezza dell’amore, sempre disponibile e misericordioso, del Padre suo. Ha immaginato, cioè impresso negli uomini, l’accessibilità gratuita alla fonte benefica e zampillante dell’amore alto. Ci ha salvati. Il termina Salvare deriva dal sanscrito sarvas, che significa Integro, quindi ci ha Tenuti Interi, Uniti a noi stessi (non ci ha fatti uscire fuori di noi). Infatti, se credessimo sino in fondo a questo messaggio del Maestro, se fossimo capaci di viverlo realmente, pienamente nello spirito, se ci sentissimo amati e continuamente perdonati, cioè mai soli al mondo, vivremmo più consapevolmente e questo ci renderebbe sereni e più sicuri nell’affrontare questa meravigliosa esperienza chiamata Vita.


[1] Tecnica di divinazione consistente nell'evocazione delle anime dei defunti per averne presagi.

[2]Si riferiva alla data della profezia maya del 21 dicembre 2012.

[3] I dipinti metafisici di Giorgio de Chirico.

[4] Dal Canto dei bevitori (facenti parte dei Carmina Burana o Poesie di Beuren, sec. XII-XIII.

[5] 25 marzo 2012.

[6] Secondo l’ultima pagina del Codice di Dresda, uno dei 4 Codici Maya sopravvissuti alla devastazione spagnola.

[7] Il Suntelia aion, corrisponde alla Parousia, all’Apparizione del Signore della Luce, come chiamava Platone gli eventi catastrofici che avrebbero definito la fine dell’Era.

 

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, edito da Punto Agro News, 2017

prossimamente in vendita nelle librerie

(con fotoemozioni di Laura Giordano)

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