Metamorfosi. Cornuto e mazziato

04 Agosto 2017 Author :  

Martino, vescovo di Tours, è il pioniere del monachesimo francese e patrono dei mendicanti, dei soldati, dei viaggiatori e, si dice, anche dei Cornuti, cioè degli Uomini Traditi. Va subito precisato che la figura di Martino non ci è nota perché promossa dalla Chiesa di Roma quale esempio, ma poiché la biografia scritta da Sulpicio Severo[1], asceta con idee pelagiane[2] e forte sostenitore di Martino, trovò, all’epoca, larga diffusione e popolarità essendo Martino, ancora in vita. Inoltre, anche perché il leggendario mantello donato al povero, diventò simbolo e reliquia dei taimaturgi Re Merovingi. Martino divenne soldato perché costretto dal padre e vescovo perché costretto dalla Chiesa. Anche Ambrogio di Milano e Paolino di Nola furono costretti ad accettare la nomina vescovile dalla Chiesa ma, contrariamente a Martino, appartenevano a famiglie senatoriali che detenevano il potere. Martino nacque[3] in Pannonia[4] da genitori pagani. Suo padre era un ambizioso tribuno[5] della Legione Romana che nutriva molte aspettative sulla carriera militare del figlio tanto da averlo chiamato con il nome del Dio della Guerra, Marte. A 18 anni circa, essendo figlio di veterano della Provincia Romana, dovette obbligatoriamente arruolarsi. Molto silenzioso, combattivo e caparbio, divenne ufficiale della Guardia Imperiale a Cavallo e militò nelle Alae Scolares, le formazioni ausiliarie che fiancheggiavano le Legioni. Qui ebbe il compito di Circitor, ossia di sovrintendente notturno dei posti di guardia e delle guarnigioni. Alle Alae prendevano parte gli equitesdelle Province Romane in qualità di peregrini, cioè di stranieri che aspiravano alla cittadinanza romana allo scadere del servizio prestato. Una notte d’inverno del 335, Martino e il suo schiavo, durante una ronda in Gallia, si imabatterano in un questuante intirizzito dal gelo. Mosso da compassione, Martino sguainò la spada e gli si avvicinò. Il mendicante si coprì il volto per proteggersi, ma, con sua grande sorpresa, non avvertì una lama fredda sul viso bensì il tepore di un panno di lana. Lo prese, lo spiegò e subito vi si avvvolse. Era la metà del mantello di Martino. Alzò gli occhi per ringraziarlo, ma aveva già girato il cavallo. Giunto all’accampamento, Martino si assopì e, sognò Gesù che gli restituiva la metà del mantello donato. All’alba constatò che il mantello era tutto intero. Vorrei credere nel miracolo piuttosto che nel sogno, sperando che il mendicante abbia davvero ricevuto quel dimezzato aiuto … La vera vocazione di Martino era né quella di soldato né quella di prelato, ma di mistico, poiché ispirato sin da fanciullo da asceti come Atanasio d’Alessandria d’Egitto ed Eusebio da Vercelli, padri del deserto. Si dice, come si è detto del mantello, che la sua inclinazione mistica gli procurasse facoltà straordinarie, infatti aveva visioni, faceva sogni rivelatori, leggeva il pensiero di altri, prediceva il futuro e guariva. Le stesse facoltà riscontrate, per quello che ci è dato di sapere, in Pantaleone martire di Nicomedia, in Pelagio, nel potente Apollonio di Tiana[6] e di altri religiosi[7] più celebri. Quel guarire dalle malattie significava esorcizzare, scacciare i demoni. Comunque siano andate le cose, se aveva donato o sognato di donare il suo mantello, quel sogno lo indusse a farsi battezzare nella Pasqua del 336. Così, da buon pagano, divenne anche buon cristiano. Dopo il battesimo non lasciò l’esercito né la Gallia, ma attese di completare il servizio militare per ottenere l’agognata cittadinanza romana. Nel 357, allo scadere del ventesimo anno di servizio militare, depose finalmente le armi e raggiunse Poitiers, dove fu ordinato esorcista dal vescovo antiariano Ilario. Il primo Concilio di Nicea del 325 aveva stabilito che l’Arianesimo era un’eresia. Pertanto il vescovo Ilario era stato esiliato per essersi contrapposto all’imperatore romano, di fede ariana, Costanzo II, figlio di Costantino il Grande, il quale, da convinto nemico dei pagani e molto sensibile alla decantata bellezza di sua moglie Eusebia, un’ariana osservante, consolidò il Cristianesimo imperiale di suo padre Costantino con tutti i privilegi, compresi quelli fiscali concessi sino da allora alla Chiesa di Roma. Successivamente Martino lasciò la Gallia per recarsi a Savaria in Pannonia, sua città d’origine, per convertire al Cristianesimo i genitori. Battezzò la madre, mentre il padre gli oppose resistenza. A Savaria, città di una regione con forte presenza ariana, era consentito ai laici e al basso clero di eleggere i vescovi. Per la sua contrapposizione alla dottrina ariana fu bandito dalla città e pubblicamente mazziato[8] ad opera di alcuni accesi vescovi ariani. Costantino il Grande, nel passato, aveva esiliato Ario proprio in Pannonia, dove questi aveva creato un nucleo di seguaci molto attivo[9] che sostenevano con convinzione la sua dottrina. Lo storico della chiesa Filostorgio, anch’egli ariano, riferisce che Ario, durante il suo esilio, per spiegare la sua dottrina, la scriveva in versi e la musicava rendendola comprensibile anche ai più semplici (pagani), proprio come faceva Alfonso Maria de’ Liguori a Pagani nel ‘700. Martino, mazziato ma caparbio, raggiunse, poi, Milano nel 358 per tentare di fondarvi una comunità contemplativa, ma anche qui fu allontanato di corsa dal vescovo ariano Aussenzio, insediato dall’imperatore Costanzo II. Aussenzio, nonostante le ripetute condanne papali e le prese di posizione dei vescovi della Chiesa Romana, aveva guidato la chiesa di Milano sempre unita e in pace, e così fece anche il suo successore antiariano Ambrogio, a dispetto dei suggerimenti di Basilio di Cesarea: - Risana le malattie del popolo, se vi sia qualcuno affetto da sventura della pazzia ariana. Martino, deluso, praticò finalmente la contemplazione mistica sull’isola di Gallinara, di fronte alla costa ligure. Quando ritornò Ilario dall’esilio, volle incontrarlo e finalmente ottenne l’approvazione per la realizzazione di comunità di cenobiti a Ligugé, che divenne il monastero più antico della Gallia. Qui trascorse 15 anni e nel 371, per volere del popolo che sapeva delle sue contrapposizioni alla gerarchia ecclesiastica, nonostante i suoi dinieghi, fu nominato Vescovo. Ma Martino fu, ancora una volta, un uomo tradito poiché aveva appurato che si erano opposti alla sua nomina e al volere popolare chierici e vescovi in quanto non accettavano che andasse a predicare nelle periferie abitate dai pagani. Lo stesso fu per Alfonso Maria de’ Liguori che amava predicare in vernacolo nei quartieri popolari poiché impregnati d’atavico paganesimo, tanto da essere osteggiato e poi percosso da una trentina di religiosi della curia nocerina. D’altra parte, Martino, proprio come l’illuminato Alfonso Maria de’ Liguori, come già affermato, non voleva fare il vescovo ma l’asceta. Accettare il seggio vescovile, significava mischiarsi al mondo, corrompersi, sottrarre tempo alla contemplazione senza la quale non si sentiva in grado di offrire il suo aiuto a chi ne aveva bisogno. Infatti era convinto che le sue facoltà di compiere prodigi sarebbero diminuite. Pertanto, nel 372 fondò un grande monastero a Tours, il Majus Monasterium cioè il Maggiore e ne divenne Abate. Alla vita monastica parteciparono ottanta monaci dell’aristocrazia senatoria, cioè di quella minoranza privilegiata di nobili che deteneva il potere da sempre. In effetti, benché i soldati romani alla fine del servizio militare ricevessero un diploma per attestare il congedo oltre ad un premio in denaro o un appezzamento di terra, sarebbe stato difficile pensare di poter edificare quel complesso monastico con mezzi propri. Comunque, da Vescovo avviò un’energica lotta contro il paganesimo rurale e l’eresia, predicando senza sosta in luoghi incivili, per cristianizzarli. Quindi battezzò villaggi, abbatté templi, alberi sacri e idoli pagani. Inoltre si recò dall’imperatore Magnus Maximus per tentare di convincerlo a ritirare la condanna a morte di Prisciliano e dei suo seguaci. Priscilliano, vescovo di Avila, era accusato di essere un eretico in quanto fondava le sue tesi teologiche su ispirazioni gnostiche, manichee ed encratistiche[10], seppure nulla di ciò che diceva poteva essere ritenuto formalmente eretico. Magnus Maximus, l’Imperatore che si era autoproclamato tale, lo ricevette a cena mentre la bella Eusebia li serviva. Non si sa cosa esattamente si dissero, ma Martino non riuscì nel suo intento. Priscilliano, insieme ad altri seguaci tra cui una donna, vennero decapitati nel 385 con l’accusa di Maleficium[11]. Martino fu ancora tradito, poiché il fallimento della sua impresa era stato reclamato dai suoi fratelli vescovi che lo accusarono anche di capeggiare un movimento Gallo-Romano dell’eresia priscilliana. Pertanto, rammaricato e più che deluso, per lunghi anni non volle prendere parte ad alcun Sinodo della Chiesa Gallica né ad atre riunioni tra Vescovi. Ma per una certa Chiesa il vero Dio resta sempre il Potere ad ogni costo. Sin qui il timido parallelismo con Alfonso Maria de’ Liguori regge ancora, anzi si delineano sempre di più atteggiamenti comuni, ma ciò che più stupisce sono le reazioni della gerarchia ecclesiastica sostanzialmente analoghe, persino dopo 1500 anni. Dopo che Priscilliano fu decapitato, restò per la Chiesa di Roma sempre un eretico-manicheo sino a che, nel 1866, prese atto, da alcuni suoi scritti ritrovati, che le imputazione mossegli erano null’altro che calunnie. Intanto la Chiesa nei 1500 anni intercorrenti da Martino di Tours ad Alfonso de’ Liguori ha continuato a favorire energicamente la legislazione antiereticale degli imperatori e a cristianizzare (assoggettare) le terre pagane. Nel 397 Martino venne chiamato a Candes per conciliare una violenta disputa tra chierici. Fu l’ultima delle disposizioni della sua Chiesa che obbedì. Tanto è che placò la furibonda contesa e poi lasciò il mondo terreno. Aveva ottant’anni: - Nec mori timuit, nec vivere ricusavit: Non ha paura di morire, ma non rifiuta il vivere, si disse di lui. Per la Chiesa di Roma, Martino, oltre che essere stato soldato, mistico, abate, vescovo, fondatore di diversi monasteri cenobiti e taumaturgo, è un martire. Mi piace aggiungere che martire lo è stato davvero, ma della sua stessa Chiesa, che in vita non esitò mai a farlo ingiustamente cornuto e mazziato[12]. San Martino si festeggia l’11 novembre, giorno della sua sepoltura, e quei tre giorni in cui cade la ricorrenza celebrativa sono detti Estate di San Martino, perché il clima è più dolce e si aprono le botti per il primo assaggio del vino nuovo. A proposito delle corna e quindi degli uomini traditi, la mitologia narra delle scappatelle di Marte, dio della guerra, con Venere, dea della Bellezza e dell’Amplesso. Si narra che i due amanti vengono colti in fragranza di coito da Vulcano, sposo di Venere, nella propria camera nuziale e che lo sposo cornuto li abbia anche intrappolati con una rete di ferro nel letto ancora caldo per mostrarli al tribunale dell’Olimpo e ricevere giustizia. Ma gli Dei dell’Olimpo, invece di rendergli giustizia dinanzi all’evidente tradimento, lo sputtanano ridendogli in faccia: Cornuto e mazziato. Tra l’altro, come l’insaziabile e concupiscente Giove avrebbe potuto assecondarlo, lui che pur di scoparsi Leda, la regina di Sparta, si era camuffato da paperino[13]? Come avrebbe potuto Giove, il padre degli dèi, mettersi contro sua figlia Venere che, nell’arte di ramazzare, era tutta suo padre? Da qui il detto, riferito a Vulcano: - Cornuto e mazziato. Ma questa è una traslazione popolare che sincretizza (il nome di) Martino con il dio Marte. La tradizione popolare invece, racconta che durante la festa dedicata a San Martino, celebrata anche con una ricca fiera di animali da stalla, gli allevatori stando fuori per dodici giorni, si diano ai bagordi come nelle antiche celebrazioni pagane, lasciando le mogli, restate sole, a spassarsela a loro insaputa. In ogni modo, i dodici giorni della festa di San Martino corrispondono a quelli del Trinuxtion Samoni o Samhain, il Capodanno Celtico, dove ci si traveste indossando teste di animali, per incarnare il potere degli animali rappresentati. Il Capodanno Celtico, festeggiato nell’antichità oltre che in Irlanda anche in Provenza, con vischio, danze, canti e bevute di vino, è considerato una festa esoterica, cioè con significati nascosti legati alle costellazioni. Infatti si festeggia in uno dei noviluni dell’Equinozio d’Autunno. San Martino, come su riportato, praticava l’esoterismo; in tutte le chiese a lui dedicate, emergono simboli ed enigmi, come in quella di Saint-Sulpice a Parigi. Nelle Logge Massoniche rappresenta uno dei Santi Coronati della Pannonia. Anche a Napoli, città notoriamente esoterica ed enigmatica, nella cappella cinquecentesca, consacratagli dai Carafa di Santa Severina, ve n’è un’ampia testimonianza. Ma la soddisfazione più grande per Martino è quella di sapere che chiunque, all’interno della Chiesa di Roma, tenti come lui di ricondurre alla spiritualità la religione cristiana rispecchiando l’autentica ortodossia del Cristo mettendo in discussione la dottrina del potere ecclesiastico e la mitologia del dogma, che non rientrano nell’autentico messaggio gesuano, si ritrova isolato, combattuto, percosso, condannato, cioè cornuto e mazziato, ma poi … santificato. Dio da Dio, luce da luce

 


[1] Per Ernest-Charles Babut, la figura di Martino, votata alla damnatio memoriae dai contemporanei e soprattutto dai suoi avversari ecclesiastici, è divenuta un’apoteosi, una deificazione, grazie a S. Severo.

[2] Il Pelagianesimo è il movimento ereticale del monaco Pelagio (ca. 354 - ca. 427) improntato a un moralismo ascetico-stoico: l'uomo può con le sue forze osservare i comandamenti di Dio e salvarsi; la grazia gli è data solo per facilitare l'azione.

[3] Martino di Tours, è nato il 316 ed è morto nel 397.

[4] L’attuale Ungheria.

[5] Il termine esatto è Syntagmatarches.

[6] Alcune ipotesi fanno di Apollonio e di Paolo di Tarso la medesima persona.

[7] Come: Seth, Enoch, Mosè e Maria sorella di Mosè la Sacerdotessa, Sinesio vescovo di Cirene, Origene il Cristiano, Teosebia sorella di Basilio vescovo di Cesarea, Teofilo vescovo di Alessandria, Isidoro arcivescovo di Siviglia, Giovanni arciprete di Tuthia e Dioscoro, papa della Chiesa Copta.

[8] Traduzione: Fustigato.

[9] Diocesi di Mursa e Singidunum.

[10] Gli Encratiti, cioè chi praticava la continenza e seguiva un misticismo gnostico-cristiano.

[11] Pratica magica.

[12] Cfr. Sulpicius Severus, Lettere e dialoghi, Città Nuova, Roma, 2007; Cfr. G. di Tours, La Storia dei Franchi, Milano, Oldoni, 1981; Cfr. Libri IV de virtutibus Sancti Martini; Arndt, Hannover, 1885; R. Bratož, Martino e i suoi legami con la Pannonia cristiana, Bologna, EDB, 2008; Cfr. Santiebeati.it).

[13] Cioè, in Cigno.

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, edito da Punto Agro News, 2017

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(con fotoemozioni di Laura Giordano)

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