Metamorfosi. Arbre magique

15 Settembre 2017 Author :  

Quando non ci saranno più alberi, non ci sarà più vita. Dall’albero, oltre al legname, si ricava frutta, medicina, carta, gomma, corde, colori, cellophan, fragranze, fibre tessili e margarina, ma la sua esistenza è importante perché produce soprattutto ossigeno. Il Ficus religiosa, detto anche Fico sacro, è una vera e propria fonte di aria pura che rilascia tanto di quell’ossigeno da dare il respiro ad un intero villaggio. Sotto quest’albero, Siddhärtha Gautama raggiunse l’illuminazione diventando il Buddha. L’albero, che ricopre il trenta per cento circa del Pianeta, è una creatura suggestiva, un’escrescenza che penetra la terra, un essere vivente, seppur inanimato all’occhio nudo. È il simbolo della vita e quindi del mistero. Per natura è silenzioso e la sua visione acquieta. È il ricovero naturale di alcune specie animali che vi nidificano. Di solito vive in gruppo e, quando è isolato, sortisce sull’uomo maggiori effetti: emana ed assorbe energia e naturalmente rende l’uomo ora forte, ora placido, ora gioioso, ora mesto o smanioso. Molto dipende dai colori e dall’aspetto della chioma, dalla struttura che assume nelle diverse stagioni dell’anno e dalla vivacità della luce, che lo illumina e lo nutre. Ma, oltre a nutrirsi di luce, l’albero si alimenta d’acqua e sali attraverso le radici, che costituiscono la presa alla superficie terrestre. Dalle radici la linfa sale permeandone l’intero organismo. Etimologicamente, il suo nome ha la stessa radice dell’alba, albus, Bianco e la sua esistenza si circonda, dalla notte dei tempi, di aure magico-sacrali. La materia della sua struttura, che varia in altezza e circonferenza da specie a specie, è di una sostanza cui l’uomo ha dato il nome di Legno, che ospita e nutre molte varietà di creature viventi. La parola legno trae il suo significato dall’essema sanscrito dah-ati cioè Bruciare[1]. Quindi, per l’uomo, il legno è da bruciare.  Ma se l’albero si movesse di luogo in luogo, non patirebbe crudeltà di scure, sosteneva il mistico Ibn Arabi. L’albero raffigura realtà soggettive differenti, in consonanza delle crescenti età dell’uomo. Per un bambino è una meta da conquistare, da scalare; il cucciolo d’uomo che giunge sulla sua cima, assapora quella particolare brezza offerta dall’elevarsi dalla terra che scoprirà, poi, essere la sensazione deviante del dominio. Per il ragazzo è rifugio e nascondiglio; per l’adolescente è messaggero e monumento allo stesso tempo quando, da innamorato, vi incide sulla corteccia un cuore che contiene le iniziali del suo nome e quello della sua amata; per l’adulto è creatura conciliante, ombra, testimone, ma anche oggetto di sevizie. Esistono alberi che sfidano la caducità del tempo, come L’albero di Tule[2], che probabilmente è il più grosso al mondo[3] (la leggenda lo vuole piantato 1400 anni fa da Pechocha, un sacerdote di Ehécatl, il dio azteco del Vento); l’albero della Ceiba dei Maya (in Guatemala alcuni gruppi indigeni si riuniscono ancora sotto la sua gigantesca chioma dove resiste un altare pagano); il Pino Loricato del Pollino, considerato uno degli alberi più antichi, se non il più antico, residuo dell’ultima glaciazione; l’Ulivo di Pisistrato, in Attica, che risale al VI secolo a.C.; il Platano di Ippocrate, nell'isola di Kos, nel Dodecaneso, che ha presumibilmente 2300 anni. Anche alcune conformazioni nebulose sono state chiamate, dagli antichi che scrutavano il cielo, con nomi di alberi: Albero di Abramo, Albero di San Barnaba, Pero dei Maccabei. Secondo il sapere antico, l’uomo che cerca la verità dovrebbe aspirare a far crescere le proprie radici non in terra, ma in cielo. Anche dal cielo le divinità indicavano ai loro devoti gli alberi che più li rappresentassero in terra: ed ecco il Salice, simbolo di Osiride; la Quercia, di Giove e di Fauno; il Pino, di Cibele; l’Olivo, di Minerva; il Mirto, di Venere; il Fico, di Marte; il Sicomoro, di Hator; il Cipresso, di Plutone dio degli Inferi. Il Cipresso, tuttora, simboleggia la morte presso vari popoli. In Israele, durante il Tu B’Shbat, cioè il nuovo anno per gli alberi, gli studenti ne piantano uno per ogni bambino nato; il Cipresso, però, qui rappresenta la vita delle femmine, ed il Cedro, quella dei maschi. L’albero è stato da sempre oggetto di riti e credenze: sostanza per idoli totemici, per maschere incantate e strumenti musicali. Ma è stato anche dissipatore di simboli quando ne ha alimentato i roghi con la sua sostanza; infatti il suo legno ha bruciato libri proibiti, ma soprattutto olocausti umani ed animali. La Cristianità bruciò, come paglia, gli eretici, le streghe, gli ermafroditi[4], i sodomiti, le prostitute, i ruffiani, i filosofi, gli scienziati e persino i poeti controversi. Non soltanto la chiesa cristiana, però. Nel corso dei secoli i roghi sono stati alimentati anche da santi-martiri, santoni, maghi, zingari e uomini di colore[5], che hanno contribuito a tenere sempre ardente la fiamma dell’umana crudeltà. L’albero è un grande patrimonio archetipico, quindi non solo fonte di nutrimento per i suoi frutti e le sue arborescenze, ma, soprattutto, simbolo che rappresenta e contiene, al di là della sua fisicità, ampi significati essoterici ed esoterici. Ovidio, nelle Metamorfosi, assegna mitologicamente all’albero una natura umana; vi narra di Mirrha, infatuata del padre e trasfigurata per punizione dagli dei in Arbor odorosa; della ninfa Lotide e di Driope, tramutate ambedue in Loto, la prima per sfuggire a Priapo che voleva violentarla, la seconda perché era scampata alle voglie di Apollo ma aveva fatto sacrilegio per aver staccato un fiore da Lotide (già trasformata in loto); della ninfa Dafne, che per sfuggire ad Apollo, si trasforma in Alloro; di Filemone e Bauci, mutati da Zeus rispettivamente in Quercia e Tiglio, uniti eternamente per il tronco in omaggio al loro amor costante; di Clizia, che innamorata di Apollo e consumata dal suo amore incorrisposto, si trasforma in girasole[6]. Le interpretazioni delle scienze sacre fanno dell’albero l’elemento che contrassegna il Paradiso, l’opera della creazione divina. Ecco quindi, l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, che Jaweh pone nell’Eden e vieta all’uomo di mangiarne il frutto (mela, melagrana o fico?); una rappresentazione molto simile, è riproposta anche nel Corano. C’è poi l’Albero della vita o Albero del mondo, emblema dell’asse terrestre, posto accanto a quello della Conoscenza del Bene e del Male[7]; l’Albero Sefirotico della Cabbala ebraica, che designa la vita; l’Albero-Ponte[8] nell’Africa Nera, collegamento tra cielo e terra, tra caduco e divino. Ma l’albero ha ispirato anche le Madonne così dette arboree. Sono molte le Marie degli alberi molte delle quali si sono appropriate di alberi già consacrati alle divinità pagane come, ad esempio, Santa Maria del Pino, del Fico, del Frassino, dell’Acero, dell’Ulivo, dell’Olmo, della Quercia, del Ciliegio, del Nespolo, del Faggio, dell’Oleandro, della Palma ed altre che, unite all’albero terreno (Maria dell’Albero secco, del Giunco, dei Boschi, del Cespuglio, della Fratta, della Foresta, dalle Jungla di Coromoto, dell’Orto, della Selva, della Fava, della Ghianda, del Garofano, della Rosa, delle Sette Piante, della Vigna, dell’Uva secca) diventano metafora di intermediazione. In effetti, l’evento del ritrovamento di un’icona di Maria presso gli alberi, era interpretato dai devoti come evidente manifestazione della volontà della Madonna ad avere un suo santuario in quel luogo, un suo recapito personale. Riprendendo il discorso sugli alberi divini, anche Abramo ha una quercia dedicata: la Quercia di Abramo, venerata da secoli nella Valle di Mamre vicino a Hebron, in Cisgiordania, che segna il luogo dove, probabilmente, il padre fondatore di Israele era stato visitato dagli angeli, per promettergli un figlio. La leggenda vuole che questa quercia di circa 5000 anni sul monte Thabor: - appassirà all’arrivo dell’Anticristo. Poi c’è l’Albero del Mondo, che nell’antica raccolta nordica Edda, è detto Yggdrasil, cioè Destriero di Odino. Nell’Islam l’Albero del Mondo è rappresentato dall’Olivo, in Siberia dalla Betulla e dal Larice e in India dal Ficus. L’Ulivo è anche il simbolo della pace e della Pasqua in Italia, come la Palma lo è in Spagna. L’albero più noto al mondo è quello di Natale, che nulla ha che vedere con la natività del Cristo. Fu introdotto dai Druidi che scelsero il sempreverde Abete come simbolo di lunga vita. Secondo i Greci il termine druido, deriverebbe proprio da drus: quercia[9]. Nelle case, a Natale, il più delle volte non vi svettano Abeti interrati con le radici, ma rami. Grandi rami. I vivaisti, solitamente, presi dal consumismo, li impiantano nei vasi e li vendono per integri. Durante le feste, questi alberelli, invece di svettare turgidi ed odorosi, agonizzano, cospargendo il pavimento di innumerevoli aghi sempreverdi i quali, se diventassero rossi come stille di sangue, renderebbe più esplicito il senso del misfatto perpetrato a loro danno. L’Albero di Natale viene decorato con piccole sfere e fili scintillanti, che lo assomigliano alla Via Lattea. È un simbolo di pace ed unità familiare che infonde, specialmente nei bambini, gioia e divertimento, come l’agreste Albero della cuccagna. Il più noto è quello di Santa Rosalia. Molti alberi, insieme, formano foreste e boschi. Alcuni di questi luoghi, secondo l’immaginazione dell’uomo e le sue tradizioni, sono sacri, inviolabili ed impenetrabili, poiché abitati da creature che costruiscono case sotto le loro radici, si dedicano alla cura di animali feriti e conoscono gli usi medicamentali delle erbe. Queste creature sono chiamate Gnomi, Elfi, Coboldi e Folletti.  Il folletto più famoso è il dispettoso Puck del Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare: - Se noi ombre vi siamo dispiaciuti, immaginate come se ci aveste veduti in sogno, come se la nostra apparizione fosse stata una visione di fantasia. Tra le foreste incantate, quella attualmente più famigerata, grazie sempre agli scempi dell’uomo, è quella della Amazzonia: incantata sì, ma soprattutto espugnata, per l’avido sfruttamento dei suoi alberi, degli animali che vi vivono, per le dilaganti cultivar di cocaina e per le numerose miniere sommerse. L’albero è stato, oltre che emblema di Libertà per la Rivoluzione Francese, sussidio per esecuzioni capitali. Nella sua interezza si è prestato a spettacolari impiccagioni, mentre, segato a ceppo, ad esemplari decapitazioni. Ma ci sono anche altri alberi socio-politici che hanno fatto la storia, come quelli che rappresentano la foresta di Robin Hood il giustiziere, che toglie ai ricchi per donare ai poveri o la casa degli uccelli parlanti del Poverello d’Assisi, o la jungla anti-urbana di orfani come Tarzan e Mowgli, o i boschi oscuri attraversati da improvvidi Cappuccetti Rossi e Biancaneve in attesa del principesco bacio di risurrezione. Nell’attualità, le selve oscure dantesche si prestano anche ad alternativi modelli di civiltà-naturali e a nascondigli per eremiti, latitanti, nostalgici Figli dei fiori, Indiani metropolitani, neo-pagani e anarchici, che ancora invitano a celebrare l’amore dionisiaco, le libagioni di Bacco e la musica di Apollo, mentre c’è chi sollecita i gemiti della Mandragora, estirpandola per nuovi ritrovati farmacologici e arcaiche formule di Magia Nera. Ricordo con spensieratezza quella che fu la Festa dell’albero, quando da bambino indossavo il grembiulino nero con il fiocco rosso. Ho sempre amato gli alberi. Ho trascorso la mia infanzia arrampicandomi dapprima su un albero di Fico e poi su quello più impervio di Noce, che ombreggiavano il cortile dietro casa mia. Con gli alberi ci parlo, li tocco, li abbraccio; sono vivi e fermi, come vorrei esserlo io.  L’albero è la realtà del sogno tangibile. Rivedo i filari di Platani di San Michele che filtrano il sole d’agosto, riascolto lo stormire del vento che disperde il coro dei passeri vivaci, ripenso alla mia introversa e andata fanciullezza, mentre ripercorro di fretta Piazza Sant’Alfonso, ridotta ad un cortile per l’ora d’aria, con la Kia Picanto dei miei figli, che sempre, sa d’Arbre magique.

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, edito da Punto Agro News, 2017

(con fotoemozioni di Laura Giordano)


[1] Da Lignum, quindi Dignum da dagh - dah-ati

[2] L’Albero di Tule è detto anche Árbol del Tule o Cipresso di Montezuma.

[3] L’albero corrisponde a 36,20 metri di circonferenza per 11,62 metri di diametro.

[4] Si tratta di Antide Collas di Dôle, nel 1599: Cfr. Eliphas Levi, (Trad. G. Tarozzi), Historie de la magie, Roma, Ed. Mediterranee, 2014, cp.VI.

[5] Cfr. Ku-Klux Klan, oppure KKK, società segreta razzista americana, nata nel 1866.

[6] Botanica: Eliotropio.

[7] Cfr. Genesi, 2, 9 e 17

[8] Pontifex, dal latino Pons (ponte) da cui il termine Pontefice.

[9] Drus: di origine indoeuropea da Dru-wid, ossia Uomo di Grandissimo Sapere.

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