L'incontro con Domenico Rea

26 Ottobre 2017 Author :  

Quando l’ho conosciuto, agli inizi degli anni ’90, già stava lavorando a Ninfa plebea, il romanzo che gli avrebbe fatto vincere, nel 1993, il prestigioso e lungamente atteso Premio Strega. Fu il mio amico Paolo a presentarmelo. Era un parente di sua moglie. In quegli anni frequentavo Paolo con assiduità. Ci legava una profonda amicizia e l’amore per l’arte. Paolo è un’artista ed io già allora apprezzavo le sue sculture, tant’è che più tardi gli commissionai un Padre Pio a grandezza naturale, che realizzò con vera perizia, in argilla e lamine di ottone e rame. Un lavoro egregio. Quella scultura la donai poi all’Ospedale di Sarno e la feci installare, con l’aiuto di mio cugino Mimmo Tortora, un bravo paramedico, nel cortile della vecchia filanda[1]. Ma torniamo al grande Domenico Rea. L’ho frequentato per diversi anni. Era un personaggio insofferente, sarcastico, a volte irascibile, molto spesso allegro, ma sempre autentico, diretto. Sono stato invitato un paio di volte a casa sua in un parco residenziale di Posillipo. Mi diceva che non vi accoglieva mai estranei, lasciandomi gongolare in quel grande privilegio: - Sei un buon osservatore, molto sensibile… educato. Nun me pari proprio de’ Pavani. Mi diceva sogghignando, mentre, in automobile, da Napoli raggiungevamo Salerno. Io, che pendevo dalle sue labbra, non sapevo se prendere quella frase come un complimento o altro. Comunque ero lusingato della sua attenzione. Seppur autentico, ogni sua frase andava analizzata attentamente. Ogni singola parola recava un preciso contenuto e quando parlava dell’Agro e più segnatamente di Nofi, ossia di Nocera Inferiore, ogni riferimento a luoghi, fatti e persone, non era per nulla casuale ma sempre causale. Ciò che posso affermare è che dopo le prime frequentazioni, che duravano per lunghe e piacevolissime ore intorno ad un tavolino del bar di un albergo o di una pizzeria, si relazionava molto familiarmente abbandonandosi a volte anche a vere confessioni. Raccontava vecchie storie d’amore o spigolature politiche o letterarie, che lo avevano visto gran protagonista. Le rendeva piccanti e divertenti con la sua maestria di grande novelliere quale era, condendole con termini veraci spesso a me sconosciuti. In quei percorsi in automobile divenuti abituali nei fine-settimana, scatenava la sua indomabile verve ogni qualvolta ci superava una fuoriserie, oppure allorquando una donna piacente, a piedi e nel caos urbano, gli abbozzava un sorriso di ringraziamento per averle consentito di attraversare la strada. Amava molto le automobili sportive, la velocità, e sicuramente, per ciò che mi è stato dato dedurre, le donne. Del gentil sesso celebrava la bellezza femminea, ne onorava il cuore passionevole e ne omaggiava la testa astuta. Penso che avesse amato molte donne e molte di più l’avevano adorato. Io lo chiamavo Maestro, e lui ne era molto compiaciuto. Amava parlare di sé, delle sue esperienze giovanili, ma soprattutto del buon vivere e dei suoi successi o delle immeritate delusioni letterarie. Quando poi, dopo un anno circa, gli feci leggere alcune mie cose, disse che avevo stile, che ero sincero e che avrei dovuto continuare a scrivere, scrivere, scrivere e ancora scrivere, per liberare il mio talento dagli eccessi, dal barocchismo proprio del mio luogo d’origine. Immediatamente non ne compresi il senso. Ci vollero anni affinché capissi esattamente cosa volesse significare ed ancora lo ringrazio, come ringrazio Paolo per avermi dato la possibilità di conoscerlo e poterlo frequentare per così lungo tempo. Anche Paolo era barocco come me. Poi, ad una sua ricorrenza che in questo istante non ricordo, mi regalò un suo libro, era il 2 maggio del ’92. Lo aprii e vi lessi inaspettatamente una dedica: - a Gerardo, alla sua intelligenza. Sono stato moltissime volte a cena con lui, quasi ogni fine settimana. Amava invitarmi. Gli piaceva che l’ascoltassi. Si aspettava sempre qualche mia domanda strana, alla quale non rispondeva mai con immediatezza, ma gli dava lo spunto per collegarsi ad aneddoti e fatti affastellati tra i suoi ricordi, che forse neanche pensava più di custodire. Tra quegli aneddoti e storie, io avrei dovuto ricavarmi la risposta che aspettavo. Una specie di Sibilla. Apprezzava molto il mio interesse per la sua vita, che ritenevo davvero straordinaria, ma, soprattutto, era consapevole che io subissi il suo grande carisma. In effetti volevo imparare, capire, conoscere. Ed io un po’ approfittavo della sua disponibilità. Gli chiedevo di parlare di Gesù, fate luce[2], di Una vampata di rossore[3], di Formicole rosse[4] e de Il Fondaco nudo[5], che difendeva con veemenza da quella piccola parte, da lui ben identificata, di critica ostile. Quando gli chiesi chi fossero i suoi detrattori, mi guardò con quegli occhietti malandrini, e: - Pavané, aspetta ancora un po’ e poi vedrai, avranno di che parlare … E quanto! Era il periodo in cui stava ultimando Ninfa plebea. A volte in primavera, ai nostri incontri vespertini, veniva anche Pina. Ci radunavamo sotto gli ombrelloni dell’Hotel Jolly sul lungomare di Salerno ed eravamo quasi sempre gli stessi: lei, io, il dott. Rispoli (importante dirigente ed anche un ottimo pittore), Paolo Francese, il prof. Giulio Tarro e Franco Ricciardi che a volte si faceva accompagnare anche da sua moglie. In presenza di una donna era più che un galantuomo, un uomo raffinato, un aristocratico dell’eleganza dei modi e del gusto, un uomo d’altri tempi, un dandy insomma, un gentiluomo d’eccellenza. In presenza di due, veniva invece fuori la sua natura di gagà. A parlare era sempre e soltanto lui; teneva banco e ci ammaliava con le sue storie divertenti e le sue punture al cianuro, che dirigeva su imprevedibili bersagli senza remore, con la schiettezza che da sempre lo aveva contraddistinto e che qualche volta gli aveva creato ostacoli alla carriera (dixit). Non aveva mai rinunciato ad essere un uomo libero. Era un vero cultore della libertà. In quel tempo scriveva per Il Mattino o la Repubblica … sì, la Repubblica, lo ricordo perché chiosava con vigore una critica ad un suo articolo o a una rubrica, intitolata: - Napoli, storia e cuore, o una cosa del genere … Non ricordo con esattezza … Però, son certo che era notte tarda ed eravamo a Via Caracciolo a gustarci un’enorme macedonia di frutta fresca con gelato. Quella sera ci raccontò di Michele Prisco, al quale era affezionato e lo legava una grande stima. A cena andavamo solitamente al Roxy di Pontecagnano o ad una pizzeria al Torrione, oppure al Negri. Nonostante la proverbiale fama di misurato, pretendeva di pagare sempre e soltanto lui. Altro che tirato: mai ha consentito ad alcuno di pagare un conto. Mangiava molto poco. Era un formidabile estimatore di pizza, ma non riusciva mai a mangiarla per intera ne spizzicava soltanto il cuore. Da Napoli ci raggiungeva in compagnia del prof. Tarro, il famoso virologo (infettivologo) napoletano più volte nominato al Nobel per la Medicina e la Fisiologia, oppure più frequentemente, Paolo ed io andavamo a prenderlo a casa. Giulio Tarro ha recensito, a distanza di qualche anno, il mio primo racconto, Sabrina, del quale il Maestro aveva letto soltanto qualche pagina, così, spaccando il manoscritto a caso e sfogliandolo senza alcuna successione. Ricordo che, dopo averlo velocemente guardato, non proferì parola. Me lo restituì senza guardarmi. Poi si mise a parlare d’altro, con molta indifferenza. In verità ne rimasi alquanto basito; l’avevo preso come un segno negativo e ammutolii per tutta la serata. All’indomani chiesi a Paolo di scoprire cosa effettivamente ne avesse pensato. A distanza di giorni Paolo non mi disse mai nulla, nonostante le mie sollecitazioni. Continuammo ad uscire. Dopo un paio di mesi Don Mimì mi chiese se avessi terminato Sabrina. Non me lo sarei mai aspettato. O meglio, non volevo illudermi aspettandomelo. Volli dedurne che quella sua attenzione significasse un gradimento. Anzi, volli crederlo. Don Mimì era innamorato della velocità. Amava parlare più delle sue Ferrari che di Nocera. Quando presentò Ninfa Plebea al circolo sociale della città, abbandonò il tavolo infuriandosi come non l’avevo mai visto. Si alzò di scatto dal tavolo dei relatori e con tono grave borbottò: - Ignoranti, mi invitano a presentare un libro che neanche hanno avuto la decenza di leggere! Poi scappò via lasciando tutti sconcertati. Con Nocera non ha mai avuto un buon rapporto. Quella che era la sua città non l’aveva mai saputo magnificare né tantomeno riconoscere, come invece sarebbe confacente ad una comunità che si lusinga per aver fatto Storia. Un cittadino come lui che da anni le donava lustro negli ambiti più colti e non solo d’Italia, a ragione aveva motivo di sentirsi ignorato. Infatti, dopo la sua morte, il primo premio letterario in suo onore fu istituito da uno scrittore paganese, Arturo Fabbricatore, e non da un nocerino. Alla prima edizione del Premio Letterario nazionale Nofi in onore a Domenico Rea, Arturo concentrò il fior fiore degli scrittori napoletani e salernitani come Giuseppe Ferrandino, Peppe Lanzetta, Maria Orsini Natale, Umberto Lacatena, Annella Prisco, Antonella Cilento, Raffaele Aufiero, Giuseppe Di Costanzo, Sergio Lambiase, Nino Leone, Annamaria Ruffa, etc. Tra di loro c’ero anche io ed ebbi persino l’onore di classificarmi tra i sedici semifinalisti, non con Sabrina ma con il racconto Chiram. L’ultima volta che siamo usciti insieme è stato nell’autunno del ’93. Ritornammo nuovamente al chiosco delle ghiotte e gigantesche macedonie di frutta e gelato, a Via Caracciolo. Ci trattenemmo sino a notte fonda. La serata era dolce e sul mare buio si specchiava la luna piena. Il Maestro era di buon umore, chiacchierammo, ridemmo e all’improvviso si incupì chiedendoci di accompagnarlo subito a casa. La mattina successiva sapemmo che non si era sentito bene. Ci siamo rivisti ancora, ma non più con la stessa frequenza. Ricordo gli ultimi incontri, avuti prima e dopo la consegna del Premio Strega. Anche io e Pina eravamo stati invitati. Purtroppo non ci andammo. I nostri bambini erano ancora troppo piccoli, e non potemmo lasciarli dalla nonna Angela. Però gli inviammo un lunghissimo telegramma, auspicandogli il prossimo Nobel per la Letteratura. Ne conservo ancora la copia. Quando tornò da Roma, mi telefonò. Era molto felice e su di giri. Ci invitò a festeggiare, ringraziandomi per gli auguri che disse di aver molto apprezzato. In seguito ci siamo rincontrati fugacemente a Nocera Inferiore e dopo alcuni mesi, è scomparso. Esattamente il 26 gennaio del 1994. È una data che non potrò mai dimenticare. Fu Paolo a darmi la ferale notizia. Il ricordo di lui mi è caro, bellissimo. Un suo ritratto in bianco e nero, dove indossa una giacca a quadretti ed un papillon, troneggia nel mio studiolo con una dedica ben in vista: A Gerardo, il mio amico “pavanese”. Mimì.

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, edito da Punto Agro News, 2017

(con fotoemozioni di Laura Giordano)


[1] La scultura, attualmente, è stata trasferita all’esterno del Centro Sociale di Sarno (Sa).

[2] Cfr. D. Rea, 1950.

[3] Cfr. D. Rea, 1959.

[4] Cfr. D. Rea, 1948.

[5] Cfr. D. Rea, 1985.

 

 

Punto Agro News

PuntoAgronews è un giornale online che si occupa del territorio tra l'Agro Nocerino Sarnese e la Costiera Amalfitana. 

CONTATTACI: 

redazione@puntoagronews.it

Via Nazionale, 84018 - Scafati

Tel. 3285848178

 

 

 

GruppoIdPublicWhiteCompletoGimp