Oracoli e Sibille: tra mito, mistero e leggende

31 Ottobre 2017 Author :  

di Antonello Di Martino

Sibilla è una voce romana che significa profetessa o datrice di oracoli: da qui, le donne che profetizzavano furono chiamate con un unico nome. Le sibille sono vissute in epoche e luoghi diversi, e furono dieci: Sembate, Libica, Delfica, Italica, Eritrea (che pronunciò oracoli sulla guerra di Troia), Samia, Cumana, Ellespentica, Frigia e Tiburtina detta Albunea. La Cumana, chiamata Amaltea, si dice che presentò 9 libri dei suoi oracoli a Tarquinio Prisco che regnava sullo stato romano. Amaltea, dopo essere stata più volte disprezzata e non interrogata sul contenuto di tali libri, diede fuoco ad alcuni di essi.
I libri di tutte le Sibille furono depositati nel Campidoglio a Roma: quelli della più antica, la Sibilla Cumana, rimasero nascosti e non furono trasmessi a molti poiché essi, esprimevano in modo del tutto chiaro e preciso ciò che sarebbe accaduto in Italia; i libri delle altre Sibille furono invece noti a tutti. Tutti gli oracoli sibillini erano in esametri e quando questi non presentavano l’esattezza del metro, venivano considerati scarsamente attendibili. La colpa di ciò è dei trascrittori (tachigrafi) che non riuscivano a mantenere la velocità del ritmo della parola della profetessa, oppure perché erano scarsamente colti. L’inesattezza dei versi non era dunque da attribuire alle sibille poiché loro, una volta cessata l’ispirazione, perdevano memoria di ciò che avevano profetizzato.
Chi visitava la Sibilla Cumana in cerca di consigli e o profezie, veniva introdotto, attraverso una galleria in cui si alternavano luci e ombre, al vestibolo antistante la camera interna dell’oracolo. Scavata nella collina di Cuma, la galleria è illuminata da una serie di pozzi luce che si aprono sul fianco. Le aperture luminose avevano forse anche lo scopo di intimidire i visitatori. Come le fessure osservate in altre camere oracolari, i fori nella roccia potevano produrre il calcolato effetto speciale descritto da Virgilio: “L’immenso fianco della rupe euboica s’apre in un antro: vi conducono cento ampi passaggi, cento porte e di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla’”.
Per entrare nello stato di trance profetico la profetessa masticava foglie di alloro, l’albero sacro ad Apollo, oppure sedeva sul suo tripode, vicino a una spaccatura del terreno, e aspirava gli intossicanti fumi vulcanici che ne uscivano. Cuma, sorge infatti in una zona di attività vulcanica, i Campi Flegrei, preferiti in epoca romana dalle classi abbienti per costruirvi le loro residenze e giovarsi delle acque termali di Baia. La Sibilla Cumana era legata al culto di Apollo il quale era negromantico, cioè avente a che fare con i morti e il mondo sotterraneo. In veste di guida all’Ade che la Sibilla Cumana si mostra nel sesto libro dell’Eneide: l’eroe troiano Enea va a consultarla nel suo tempio, un “antro immane” posto sotto il Tempio di Apollo. Prima di condurlo con i suoi uomini fino all’entrata del Lago Averno, la Sibilla gli ordina di procurarsi il prodigioso Ramo d’Oro quale lasciapassare per l‘Ade. Il misterioso lago, distante soli 4 km da Pozzuoli, conserva tuttora il nome originario. Circondato nell’antichità da nere, incombenti foreste, e magicamente evocato dal pittore inglese Turner, presenta ancora oggi questo aspetto in seguito alle eruzioni vulcaniche.
È rimasto tuttavia un luogo di grande suggestione con le sue acque profonde e sulfuree riempie il cratere di un antico vulcano, le cui mortali esalazioni, così narra la tradizione, tenevano lontani gli uccelli. Troverebbe così spiegazione il suo nome, che si ritiene derivi dal greco aornos, “senza uccelli”.
Nel 1932, gli studiosi conclusero che la caverna di Virgilio era stata riscoperta, ed essa continua a essere mostrata ai visitatori come quella della Sibilla. Il tempio della Sibilla Cumana fu venerato in tutto il mondo greco a partire dal VI o dal V secolo a.C., ma gran parte dei resti oggi visibili appartengono a un periodo più tardo.
I poeti romani narrarono la storia della profetessa, originaria dell’Oriente, a cui il dio Apollo offrì di esaudire qualsiasi suo desiderio pur di diventarne l’amante. La Sibilla chiese di vivere per un numero di anni pari ai granelli contenuti in una manciata di polvere, che risultarono essere mille, ma ella dimenticò di domandare anche la perpetua giovinezza, e quindi con il trascorrere del tempo divenne così vecchia, e il suo corpo così piccolo e consumato da assumere la dimensione di una cicala. Così decisero di metterla in una gabbietta nel tempio di Apollo, finché il corpo non scomparve e rimase solo la voce. Apollo comunque le diede una ulteriore possibilità: se ella fosse diventata completamente sua, egli le avrebbe ridato la giovinezza.La Sibilla Cumana però , per non rinunciare alla sua castità, decise di rifiutare esclamando: ” Voglio morire!”

 

 

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