Metamorfosi. Ombre cinesi

06 Novembre 2017 Author :  

Frequentavo le scuole superiori e già allora mi affascinavano gli Zingari. Mi interessava molto quel loro modo di vivere nomade. Era la fine degli anni ’70, l’epoca in cui la musica psichedelica, quella che dilatava le coscienze, lasciava entrare timidamente, dalla vicina Inghilterra il Punk: la musica Stracciona. E il testimone culturale passava così, simbolicamente, da Jimi Hendrix ai Clash e dai Pink Floyd a Patti Smith, la rock-poetessa maledetta. In quel tempo la musica ancora faceva cultura imprimendo nuovi stili di vita ed influenzando ogni settore della vita sociale. Ho sempre amato la musica, tutta la musica, anche se progressivamente si è sottratta alla costruzione e rappresentazione della spiritualità, del sentimento e del pensiero. La musica è l’unico indizio probante dell’esistenza di un universale linguaggio felice, è l’atmosfera in cui meglio si vive. Ultimamente amavo ascoltare gli Eagles, i Fleetwood Mac, i Queen, Bob Dylan, Santana, Paul McCartney, David Bowie, gli Aerosmith, Peter Frampton, i Jefferson Starship, i Kiss, Louis Armstrong, gli Osanna, i Napoli Centrale, ma anche Lucio Battisti, Riccardo Cocciante e Rod Stewart, mentre nelle discoteche, sempre affollate, furoreggiavano i gemiti di Love to love you baby della seducente Donna Summer, la Signora dell’Amore. A Pagani, all’inizio dell’estate di ogni anno, arrivavano carovane zingare che si stanziavano sul campo I.R.O.[1], un terreno incolto ed abbandonato, con una vegetazione alta e folta, a pochi passi da casa mia. Ricordo quanto brillassero le piccole spighe di avena selvatica mosse dalla brezza primaverile e la gioia che mi davano nell’osservarle. Da bambino andavo al campo per giocare con i miei amici. Ci nascondevamo, ci rincorrevamo, oppure correvamo dietro alle libellule, alle farfalle con le ali nere ed arancione, alle lucertole, alle locuste e alle coccinelle. Chi catturava una coccinella avrebbe avuto molta fortuna. Quel campo è stato il primo luogo in cui mio padre ha messo piede al ritorno dal Kenya. Ad esso è legata la sua storia d’amore con mamma, e quindi anche la mia esistenza. Appena le carovane vi si sistemavano a ferro di cavallo, correvo a casa per armarmi di Polaroid e di Musicassette (registratore portatile). Mia sorella Annamaria aveva un Sanyo con l’astuccio di cuoio nero e i tasti bianchi. Lo custodiva gelosamente nel terzo cassetto del guardaroba. Profittando della sua assenza, me ne impossessavo, così facevo anche con la Polaroid di mio padre. Un giorno ho varcato la metà del campo. Ero studente universitario. Mi venne incontro un uomo sulla sessantina con degli enormi mustacci, capelli lunghi al vento ed un orecchino a cerchio, dal quale penzolava una falce di luna. Gli mostrai la macchina fotografica ed il registratore a tracolla. Pensò che glieli volessi regalare. Appena mi accorsi dell’equivoco, gli precisai, parlando con estrema chiarezza, che non potevo perché quegli aggeggi non erano miei, me li avevano prestati per concludere la mia tesi universitaria. Pertanto, gli chiesi il consenso di scattare alcune foto e registrare la loro musica. Avevo con me un fiasco di vino rosso. Glielo tesi. Lui lo prese, lo stappò e l’assaggiò con una sorsata infinita. Poi, con un cenno del capo, finalmente mi invitò ad entrare. Ma non mi lasciava mai di piede, mi seguiva come un’ombra. Avevo un po’ di timore: a scuola e nel mio cortile mi avevano raccontato che gli Zingari fossero ladri di bambini ed erano molto lesti con il coltello. Al catechismo, ci avevano inculcato che rubavano di tutto e che erano maledetti, per aver forgiato i chiodi per crocifiggere Cristo. Al di là dei pregiudizi e della ben radicata diffidenza generale tra il nostro e il loro mondo, gli Zingari che ho conosciuto sono stati sempre cordiali e rispettosi. Dopo quel giorno ho cominciato a frequentarli tutti i pomeriggi, ma non sempre portavo del vino, a volte qualche abito usato, altre un vasetto di melanzane sott’olio, oppure delle gallette Russo a forma di animali, per i bambini, che acquistavo sfuse da Giorgio al Corso. Non raramente mi sono trattenuto sin oltre il crepuscolo. Ci stavo bene con loro. Una volta abbiamo persino aspettato il tramonto suonando e ballando. Generalmente le donne cucinavano sui carboni, lavavano gli abiti in una tinozza d’alluminio, si pettinavano a vicenda, allattavano i bambini e spazzavano, nelle roulotte, con fasci di erba secca. I bambini godevano di una certa autonomia e giocavano tra di loro a duello o a nascondino, anche se spesso seguivano (erano obbligati a seguire) i genitori nelle loro azioni. Gli uomini lucidavano candelabri, sminuzzavano oggetti da rottamare, forgiavano martelli, tenaglie, giraviti e lime, costruivano setacci per la farina e gabbie per gli uccelli. Qualcuno riparava il motore della propria auto, altri restavano stravaccati sull’erba, a fumare, bere e giocare a carte. I ragazzi e le ragazze litigavano tra di loro, amoreggiavano incrociando gli sguardi e si prendevano in giro, formando vari gruppetti. Nelle loro feste, le giovani, anche se incinte, prendevano parte alle danze e i giovanotti si sfidavano in giochi di forza e abilità. Non poche volte mi hanno offerto una bevanda scura in una tazzina di caffè senza manico, una specie di distillato di erbe. Quando lo buttavo giù tutto d’un fiato, come mi invitavano a fare, sogghignavano mostrandomi i denti d’oro e d’acciaio. La mia bocca, allora, prendeva letteralmente fuoco e le labbra si gonfiavano impedendomi anche di imprecare. Aveva il sapore di un distillato di peperoncino con liquirizia e coriandolo. Mi piaceva condividere il tempo con loro. Ho conosciuto Kalderasha e Lovara. I primi riparavano e costruivano pentole e caldaie, commerciavano rottami e lucidavano gli ottoni delle chiese; i secondi ammaestravano e curavano pony e cavalli. La maggior parte erano Sinti, i più noti perché giostrai, giocolieri e bravissimi musicisti. Gli Zingari che si erano avvicendati in quegli anni, Rom, Sinti, Kalé e Manouches, vivevano principalmente di elemosine, di piccole attività artigianali, di musica, di divinazione, di pozioni e legamenti d’amore. Non erano poche le Paganesi che, timidamente, si addentravano nel campo per commissionare pozioni magiche e amuleti. La divinazione e l’elemosina erano prerogative esclusivamente femminili; le donne predicevano con le carte da gioco, con la lettura delle linee della mano e con le cordicelle di lana (o cotone). Le cordicelle divinatorie erano dei fili lunghi all’incirca una trentina di centimetri ed il loro intreccio era eseguito dalla stessa indovina che le utilizzava. Mi avevano rivelato che l’opera personale aumenta la potenza del rito e che l’intreccio, di per sé, è già un atto magico. All’imbrunire si riunivano tutti per mangiare delle zuppe di verdura e poi facevano festa. C’era chi smanticiava lucide fisarmoniche, chi arpeggiava vecchie chitarre intarsiate, chi vibrava tra i denti trombe zingare (scacciapensieri molto grandi), chi portava il ritmo battendo due cucchiai di legno l’uno contro l’altro (le nostre cucchiaielle) e chi ancora, seppur più raramente, pizzicava ardenti e gioiosi violini. Non ho mai chiesto da dove venissero né dove fossero diretti, anche se il desiderio di saperlo era davvero irrefrenabile. Il popolo zingaro è un popolo che mi piace. Sono fieri, dignitosi ed incardinati alla loro antica e composita cultura. Hanno un valore alto della libertà, del rispetto, della (loro) giustizia e della fedeltà. Credo che in ognuno di noi giaccia una remota parte nomade che, per educazione, costringiamo ad accovacciarsi nel più profondo come un peccato mortale. Il popolo zingaro è stato capace, ad oggi, di evitare la formattazione di massa, operata da secoli dalla cultura occidentale. Quella zingaresca è la più grande cultura nomade del mondo, insieme all’ebraica, se vogliamo considerare quest’ultima, nomade. Gli Zingari, per numero di popolazione, sono quasi quanto gli Ebrei e, come loro, sono sopravvissuti, nell’ultimo millennio, a segregazioni, inquisizioni, roghi, campi di sterminio, tentativi di conversione, di civilizzazione e di educazione, senza aver mai rinunciato a se stessi. La cultura zingaresca la riscontriamo maggiormente, seppur a brandelli, negli usi, nei costumi, nei riti, nelle superstizioni e nelle credenze del Sud-Italia. Una delle ultime volte che ho visto gli Zingari acquartierarsi al campo I.R.O. è stato negli anni ’80. Con precisione, nel 1979. Quella carovana, però, era diversa da tutte le altre che l’avevano preceduta. Nell’accampamento non c’erano le solite lucide e vecchie Mercedes nere, bardate con strani amuleti e nastri svolazzanti in cima alle antenne, ma tende colorate. È stato allora che ho conosciuto Aruna. Una zingara bellissima. Danzava. E le sue danze non erano per niente simili a quelle che avevo assistito sino ad allora. Sinuosa come un serpente, muoveva i fianchi come le onde scuotono i bastimenti. Era di una bellezza provocante. Ad accompagnarla non c’erano fisarmoniche né chitarre né bidoni o cucchiai di legno, ma un rudimentale liuto ad arco[2] con due corde tese su una canna e un tamburo a forma di clessidra[3], che scandiva un ritmo incessante. Due giovani, altrettanto belle, l’accompagnavano nella danza tintinnando cimbali di bronzo tra le dita. Lei era al centro ed agitava, a tempo, un bastone che teneva in alto tra le mani. Le donne che non ballavano o cantavano, battevano le mani levando striduli urli di gola. Aruna fluttuava tra di loro con armoniosa eleganza. Era un cobra, una incantatrice. Ora comprendo la fatale malia di Salomè. Quella che indusse il suo patrigno a concedergli la testa di Giovanni il Battista dopo averla vista danzare. Aruna, di media statura e scura di pelle, aveva i capelli miele. Radiosi. Raccolti in due lunghe trecce che le sfioravano le punte dei seni, piccoli e perfetti. Era una Nawari, un’etnia che raramente si spinge sino in Europa per poter raggiungere la Turchia. Le Nawari sono danzatrici per tradizione. Infatti sono chiamate Ghawazee, Conquistatrici. Quando, nel 1798, Napoleone Bonaparte invase l’Egitto, i suoi soldati rimasero abbagliati dalla leggiadria di queste giovani tanto da introdurle negli accampamenti militari. In poco tempo gli alloggiamenti traboccarono di grazia e bellezza e Napoleone ne fece decapitare circa quattrocento per … rinvigorire i suoi soldati rammolliti dall’estasi d’amore. Aruna è il nome che mi bisbigliò un venerdì, al mercato sulle Palazzine. Mi disse anche che la sua carovana sarebbe ritornata nei territori di provenienza, quelli palestinesi, agli inizi di agosto. Quando appresi che veniva da quei luoghi, ne rimasi ancora più affascinato. Non avevo mai sentito parlare di loro. Mi avevano mosso lo stesso interesse che mi avrebbero sollecitato i marziani. Al collo le pendeva un medaglione sul quale c’era l’effigie di un serpente strisciante, l’arcano simbolo di Mosè. Aruna era irresistibile. Non potevo fare a meno di guardarla. I suoi occhi erano gialli, traslucidi e magnetici, come l’ambra. Erano rimarcati con la matita nera[4]. Spiccavano come quelli di una pantera nella notte. Sulla fronte aveva un punto rosso dipinto e tre piccoli diamanti che formavano un triangolo. Anche le labbra erano magnifiche, carnose e rosse, come il corallo. Erano di un disegno perfetto. Se Zeusi di Eraclea[5] l’avesse conosciuta, l’avrebbe sostituita ad Elena di Troia, per rubarle ogni tratto al fine di rendere tangibile il culmine della divina bellezza. Il naso era piccolo, leggermente all’insù, ed una margherita con petali lucenti sulla narice destra gli dava luce. Quando sorrise, dal candore dei denti sfavillò, come una cometa, un dente d’oro, come quello di Cleopatra. Inoltre, raffinatissimi arabeschi di henna le ricamavano mani, piedi e collo, in un prezioso abito principesco a fior di pelle. Mentre la guardavo, immaginavo maliziosamente il suo corpo nudo, cercando di indovinare quali altri disegni avrebbe potuto nascondere ed, esattamente dove. Sembrava Makeda, l’Impetuosa, colei che dal palazzo di Oxum raggiunse il più saggio e ricco dei re, Salomone. Gli assediò l’anima, l’arse dal desiderio e incastonò il proprio cuore nel suo. Nigra sum sed formosa. Sono bruna e desiderata, gli disse con l’intelletto e l’aspetto. La superba Etiope dal nome sconosciuto, meglio conosciuta come Regina di Saba, aveva diciannove anni, proprio come Aruna, quando unì la potenza della sua bellezza a quella della saggezza, legando la bellezza del desiderio al desiderio di bellezza. È questa la magica fusione di cui parlano gli antichi misteri. Amore e Volontà. Un potere grande cede soltanto ad un grande potere e non esiste più grande potere della femminea bellezza. Oh Dio … quanto avrei voluto essere per Aruna il suo Sulaymān[6]. Era una dea. Indossava una tunica gialla con linee bianche, lunga sino alle caviglie; le linee, intersecandosi, disegnavano quadratini perfetti ed in ognuno c’erano cerchi bianchi o verdi. Un foulard le stringeva la tunica in vita, e tre collane d’argento le adornavano una scollatura, poco profonda, nella quale splendeva il simbolo di Mosè. Anche la sorella di Mosè, Miryam, era un’incantatrice. Quando vidi danzare Aruna, era scalza ed aveva il capo coperto da un velo scarlatto, con orli d’oro e chiazze nere. Le scattai due foto. Una gliela feci avere attraverso un bambino dell’accampamento. L’avevo incollata su di un cartoncino giallo segnandovi, con un pennarello, la data, il luogo, il mio nome di battesimo e sopra di esso avevo scritto, parafrasando un detto Sinti[7]: - A che serve un cielo di stelle, se ci sei tu?  L’altra, la conservo ancora. Il matrimonio tra zingari, in generale, poteva essere celebrato già alla pubertà e le donne, anche se in età più tarda, dovevano arrivarvi integre. Io l’avrei sposata subito. Nei giorni successivi, quando girovagava per il paese a leggere la mano, le gironzolavo sempre intorno, pur sapendo che era molto sconsigliabile avvicinarsi, ma più per lei che per me. Alle donne non era consentito parlare ad un gagiò, un non-zingaro, rischiava di prenderle di santa ragione, ma, ancor di più, di essere rinnegata, cioè scacciata dalla kumpània, senza potervi mai più riaccedere. Gli zingari hanno una sorta di consiglio di giustizia, un tribunale, che si chiama kris, presieduto da un anziano, il krisnitori, che giudica l’adulterio, il furto (all’interno dell’accampamento), la rottura della promessa di matrimonio, la delazione all’autorità non-zingara, la violenza fisica su altri Zingari, la violazione di certi tabù e dirime i contrasti di vario genere tra singoli o famiglie. Non avevo mai trovato il coraggio di avvicinarmi, neanche quando era lei ad avvicinarsi a me per chiedermi di poter indovinare il mio destino. Quando ciò accadde, feci un passo indietro. Era intrigante, indossava un cappellaccio nero da uomo, a falde larghe. Io non ero timido, ma fui probabilmente mosso dal timore reverenziale che esercitava, su di me, la sua bellezza. Mi sentii come respinto da quella magica forza ed, allo stesso tempo, attratto come una calamita. Ero agitato. Lei era con un’anziana, forse sua nonna. Mi guardava a testa bassa, da sotto le falde di quel cappello da strega. Anche quando camminava, teneva il suo sguardo basso. Come se fosse schiva o triste, non riuscivo a decifrarlo. Il due di agosto, durante la festa di Sant’Alfonso, finalmente la rividi. Era sola. Sedeva su una radice di un platano a San Michele. Davanti a lei una cassetta coperta da un panno di velluto blu. Sopra di esso due mazzi di Tarocchi, un ventaglio di merletti, uno specchio e un moccolo di candela. Mi feci coraggio e mi avvicinai. Indossava una tunica nera con un foulard rosso a frange, annodato sulle spalle, ed un altro, in vita, a fiori sgargianti verdi, azzurri e gialli. Una fascia larga di color indaco, le cingeva il capo coprendole interamente la fronte. Gli occhi erano diventati, in quel modo, ancora più apparenti. Non c’era gente. Con un po’ di spavalderia, quel tanto per domare il batticuore, benché scettico sulla chiaroveggenza da luna park, mi avvicinai con la piena consapevolezza di dover rispettare i responsi della sua arte divinatoria. Caso contrario, avrebbe potuto lanciarmi contro tutta la tradizione, e sarebbe stato pericolosissimo, a loro detta. Con un po’ di spirito le dissi: - Visto che indovini, mi stavi aspettando? Avevo i capelli lunghi e ricci, una barba rada che luccicava al sole, ed indossavo le Persol scure di mio padre. Gli amici mi dicevano che somigliavo a Bob Dylan. Una volta però, sono stato anche scambiato per Bennato. Era accaduto sul circuito automobilistico di Montecarlo, quando una ressa di studentesse italiane in gita, circondandomi, reclamò un mio autografo. Una di loro urlava ripetutamente: - Edoardo! Edoardo! Alle urla aveva fatto seguito un corale batter di mani ed un tifo quasi da stadio: - Be-nna-to! Be-nna-to! Qualcuna, cantò pure: - Tu grillo parlante, sei un profeta di vanità… Concessi un solo autografo per aprirmi il varco. Poi, dall’imbarazzo, mi dileguai con una irripetibile rapidità. Sono ancora compiaciuto di quella fuga. Aruna, senza batter ciglio, in un italiano smozzicato, mi rispose: - Sempre qualcuno arriva. No? Cosa vuoi tu conoscere? Amore? Lavoro? Salute?  Ed io: - Voglio conoscere te. Indifferente, lei: - Quanti tu soldi spendere? Io, con stentata audacia: - Quanto ti devo per … l’amore? Non terminai neanche la frase che i suoi occhi divennero due gelide lame. Poi mischiò le carte e con voce ferma: - Dammi tu cinquecento lire. E, allungando il collo, mi indicò, alla sua sinistra, dove sedermi. Era un bidoncino dal quale una radiolina ronzava una musica araba, un canto: - Inna Allah jhamilun wa yahubb al jamal …  - Che cosa sta dicendo? Le chiesi interessato. E lei, incrociando le braccia, quasi infastidita: - Dice che Dio è bello ed ama ciò che è bello. Annuii, il cuore correva come una lepre. Palpitavo. Sfilai dalla tasca posteriore dei jeans il portafoglio e le tesi due banconote da cinquecento lire: - Te ne do due se resti un poco in più con me … Per favore. Lei prese le banconote dalle mie dita, come un uccellino.  Si avvicinò piegandosi con il busto verso il piano di velluto blu, rimescolò le carte e con voce placida: - Perché segui tu me sempre? Cosa vuoi tu da zingara? Ed io, facendo ricorso a tutto il mio coraggio: - Guardarti, ascoltarti e conoscere i tuoi pensieri … Il destino non mi interessa. Lei, trattenendo forzosamente un sorriso: - Tu bugia. Tu guardi io, tu segui io, tu interessa destino se vieni da io. Grazie per ritratto e per belle parole. Pensai che con quel grazie avesse rotto il ghiaccio e potessimo parlare di noi senza Tarocchi, invece, aggiunse, guardando la prima carta: - Tu non libero. Tu non coraggio. Tu bugia. Non sapevo cosa dirle e dalla bocca mi scappò: - Io sono libero … e tu mi piaci proprio tantissimo. Lei non rispose, scoprì una nuova carta: - Tu uomo libero, dici. Non esiste libertà! Libertà è idea di testa, libertà è catena che solo stupido spezza. O mondo o morte. Anche pecora è con pecore, in aperto grande prato pecora no scappa, pecora perde strada ma non scappa per libertà. Tutti paura di libertà. Se io via da mia familia, se io libera da mia familia, sempre c’è catena che lega io a famiglia di io, e io no libera neanche con idea di testa. L’ascoltavo, ma nel mentre continuavo il mio esercizio di contemplazione e ammirazione, lei alzò improvvisamente lo sguardo dalle carte coperte ed in fila. Si fermò. Accese il moccolo di candela ed io seguivo ogni suo gesto, rincorrevo ogni suo sospiro. Ero come ipnotizzato. Avevo la bocca secca. Poi, i nostri occhi si incontrarono. Ebbi come la sensazione che si toccassero. Li sentii dentro di me. Mi paralizzarono. Il buio che scendeva mi circolò nelle vene come un veleno. Avrei voluto fermare il tempo per sempre. Dimenticarmi di me, di tutto, proprio come in quell’istante. Stare là per sempre con lei. La mia facoltà di pensiero era come morta, ero impietrito, cieco, sordo, assente, eppur la vedevo, l’ascoltavo e sentivo la fragranza del suo alito. Era come se stessi vivendo attraverso di lei, ne sentivo il calore, il profumo, e persino il rumore dei suoi pensieri quando arrivavano non so da dove e poi sbocciavano in parole e sospiri. Avrei voluto baciarla e in quel sogno accadde proprio che la baciai. Anche lei mi baciò mentre scardinavo i miei occhi trincerati dalla notte falsa delle mie palpebre. La sua presenza mi investiva come una forza sensibile, come il calore, il vento, il bagliore: - Tu sei dentro di me. Le dissi all’improvviso. Lei mi guardò come sapesse di cosa stessi parlando. Come se stesse vivendo le mie medesime sensazioni. La sua fronte era imperlata da minuscole stille di sudore. Il suo viso si tinse di un leggero rossore. Sul filo dei suoi occhi mi lasciai guidare nel suo abbraccio mortale, se la morte è l’illimite somma dell’umana percezione. Respiravo attraverso la sua bocca che suggellava la mia; sentivo, dentro e fuori di me, il suo corpo come una pelle che mi vestiva. Io non esistevo, esisteva solo il suo essere che racchiudeva il mio e viceversa. Il passaggio di una filovia mi scosse. Era stato dunque un sogno? Aprii gli occhi, vidi le sue labbra leggermente dischiuse ed umide, e gli occhi lucidi. I capelli miele le cadevano sul viso come un salice e la fascia che li fermava, ora le avvolgeva mollemente il collo. Si distaccò dal tavolino di velluto blu e appoggiò le spalle, come spossata, al tronco giallo-verde del platano. D’un tratto mi disse a mezza voce con un timbro che non le avevo mai udito: - Tu non sai neanche nome di io. Io Ankinè. Ed io: - Come, Ankinè!? Tu sei Aruna … ribadii. E lei: - Tu non capire, Ankinè nome segreto di io, solo madre di io conosce. Nome segreto è per nascondere io da geni malvagi… E io, come uno stupido: - E adesso che l’hai rivelato, che cosa ti accadrà? Mi fissò senza parlare. Fu la prima volta che vidi nel suo volto quello di una bambina. Poi lei cancellò quella fragile maschera, e, senza rispondere alla mia insensibile domanda, scoprì due carte: - Tu bisogno di sogno io dato a tu sogno. Mi confuse. Mi stava dicendo che conosceva ciò che avevo immaginato di fare con lei, i miei pensieri. Ed io non avevo neanche capito che mi aveva fatto partecipe di un segreto che conosceva solo sua madre che l’aveva messa al mondo. Ci pensai solo dopo. Volevo morire. Poi mi apparve un’immagine di parole, una frase scritta nel mio buio senza profondità né colore. Mi parve di leggerla ad alta voce: - Tu parli di cose morte io di cose vive. Se non sconfiggi il disonore, mai potrai conoscere la potenza dell’amore che libera e comprende. Lo dissi, mi ascoltai e poi mi tacitai. Quella frase non era mia, ma la sua risposta alla mia inettitudine. Non ebbi più la capacità di proferire altro. La realtà si era come rarefatta ed il sogno che aveva preso il suo posto, ora era diventato un frammento di un qualcosa senza forma né contorni. Pensai che l’avessi delusa. Tentai di capire cosa stesse accadendo dentro di lei. Ma era estranea alla mia tensione, era serena. Senza alcuna meraviglia si asciugò il sudore della fronte. Si tolse la fascia del collo e la infilò nella scollatura. Si specchiò. Poi scoprì ancora una carta: - Se tu siedi su cavallo rivolto all’indietro, cavallo continua ad andare avanti, e se entri nel torrente, tu non bestemmiare tue scarpe bagnate. Un pensiero non è mai innocente, un pensiero è sempre di-struggente. Vale ciò che tu fai. Più tu sei, più tu sai. Feci un passo indietro, non so perché. Forse per verificare se mi fosse ritornata la lucidità per poterlo ancora fare. Ebbi quasi paura. Poi lei scoprì un’altra carta, ma senza guardarmi, come se mi avesse cancellato dalla sua vista e dalla sua mente: - Vuoi tu sapere di io o di tu? Adesso però tu dare altri soldi… Ogni sua parola era una forca ed una grazia. Le sorrisi, ma non ero io. Erano i miei muscoli che si contraevano in una smorfia nervosa. Le misi quattro monete da cento lire sui Tarocchi, tutto ciò che avevo. Lei lo capì, ma senza che glielo precisassi. Comprese anche che mi ero arreso e non soltanto ai Tarocchi. Vide che avevo la morte nel cuore. Nel mentre lo pensavo, ammazzettò le carte riponendole accanto alla radiolina che adesso gracidava a pancia in giù. La guardai ancora e lei fece altrettanto, ma senza alcuna espressione. Le dissi, per non andarmene in quel modo: - Mi è piaciuto vederti danzare … Che ritmo era? E lei, mentre tendeva lentamente la sua mano sulla mia: - Ritmo di sangue di io. Tentai di afferrare la sua mano per le dita mentre scivolava via. Lei accavallò le gambe, accese una sigaretta e mi disse: - Uomo bisogna di cinque cose: una donna, una tenda, mani capaci, occhio che vede lontano e meta per cui combattere. Tu combatti per quale meta? Portò le mani ai capelli, li avviò all’indietro, rifece il nodo del foulard che le cadeva sulle spalle, si toccò l’orecchino con le lunghe frange d’oro e, nel mentre, aggiunse: - Tu no combatti, perché tu non sei, non esisti. Domenica io partire e tu? Mi sentii strappare il cuore con tutte le radici, ma non perché dovesse partire, né perché non avevo compreso se si fosse o meno presa gioco di me, ma perché aveva svelato chi veramente ero, cioè chi non ero. Aveva capito che non ero mai esistito. Ero un sogno mai sognato. La domenica Ankinè non era al campo né era sotto il platano a San Michele, dove invece vi trovai attaccato, con una puntina da disegno, un foglio strappato di quaderno: - È solo un sussurro di vento che ti fa muovere come una carezza di un bambino che nulla dà, ma di tutto s’appropria[8]. Mi guardai intorno. Io, come altri, continuavo a muovermi dietro una vela intessuta di incanti e crudeltà, un gigantesco telo di un cinema ordito tra cielo e terra. Davanti ad esso, ombre cinesi proiettavano la vita di uomini, senza parola.

 

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, edito da Punto Agro News, 2017

(con fotoemozioni di Laura Giordano)


[1] I.R.O.: International Refugee Organization.

[2] Kamanjah.

[3] Tarija.

[4] Il cosmetico è il Kohl.

[5] Zeusi, scultore e pittore greco (V-IV sec. a.C). Per raffigurare la bellezza di Elena di Troia prese i tratti da 5 vergini. Pare sia morto dalle risate provocate da un suo dipinto di Afrodite.

[6] Salomone, in lingua araba.

[7]Se non vuoi vedere, a che serve una stella?

[8] Da una poesia del poeta paganese Gerardo Aluigi.

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