Riti e Miti. Sangue, mofeta e canzoni

20 Dicembre 2017 Author :  

febbraio 2015

Non sappiamo nulla di noi come ogni primizia d’eternità, guidata dalla realtà verso il bagliore della morte che smembra la paura. Non sappiamo da cosa scaturisca la nostra vita né della vita il suo vero nome. Non sappiamo neanche perché due persone di luoghi diversi siano diventati, senza conoscersi, nostri genitori. Non sappiamo perché siamo nati nel posto in cui viviamo né che cosa sia questa Terra perennemente sospinta in vortice dall’oscura Vastità. Non sappiamo quando moriremo nello stesso modo in cui non sapevamo che saremmo venuti alla luce né perché i nostri giorni erano fissati ancor prima che ne esistesseuno[1]. Temi esistenziali tutti irrisolti ed irrisolvibili, ma io non so neanche perché mi piace (espressione sintetica e virtuale che equivale ad un consenso o ad una intima manifestazione richiesta da Facebook), lo sfrigolio che produce il cartoncino da disegno quando le lame affilate delle forbici lo intagliano o tagliuzzano. Né so perché mi piace guardare i colori del tramonto più dell’alba né perché mi colpisce il profumo che la terra sprigiona dopo un tiepido temporale di primavera. Non so neppure perché c’è il bisogno di dare un nome, un nomignolo, un suono, un verso, un simbolo a qualsiasi cosa. Che cosa accadrebbe se nulla avesse un nome? Sarebbe possibile all’uomo inibire la propria immaginazione, cioè la facoltà di dare un’immagine, di dare una rappresentazione ideale personale alla realtà di tutti? E che cosa accadrebbe se la memoria di ognuno si resettasse automaticamente con il chiarore del nuovo giorno? Se tutta la nostra memoria si svuotasse quotidianamente, confluendo nella dimensione notturna del sogno? Che storia e quale sviluppo avrebbe l’umanità? Che immagine ci faremmo della vita, del cielo sopra di noi, della materia terra, del potere del fuoco, di quello dell’acqua, del vento che soffia, del genere umano vicino o lontano da noi, degli animali e di tutte le altre cose che ci circondano? E come vivremmo senza questi limiti? Saremmo interiormente più liberi o meno liberi? Forse un solo risultato si potrebbe profetizzare, quello che saremmo tutti folli e la follia in sé non esisterà più: saremmo finalmente tutti uguali ed il cervello, impostato e suggestionato dal ricordo che contribuisce a definire e costruisce la realtà oggettiva, sarebbe un esclusivo strumento di liberazione di sentimenti ed emozioni. Follia e folla si differenziano rispettivamente per l’esistenza e la mancanza di una i, la vocale che in semitico corrisponde allo iod (lo iota dei Greci) e significa mano (sintetizzata poi nel dito indice) e secondo l’antico simbolismo è rappresentato da un occhio, dall’occhio di Dio[2]. Quindi, la follia indica e vede, contrariamente alla folla che agisce come le scimmie. Forse saremmo come i cani, ad esempio, e a me non dispiacerebbe, capaci di sentire con l’anima e manifestarsi con sguardi, suoni, movimenti di orecchie e di coda. Per un cane, come già detto in un argomento precedente, l’intelletto corrisponde alla facoltà di percepire suoni, immagini, odori ed il tono della parola umana, mentre la coscienza al fiutare l’indole di una qualsiasi altra presenza animata. A proposito dei cani, il mio, cioè quello dei miei figli, si chiama Mosè, dall’ebraico Masciah a sua volta legato al termine egizio mes, significa figlio, ma nell’accezione di bambino. E i cani sono bambini mai cresciuti, fortunati loro! Quando si cresce, si cresce solo in cattiveria, e il lemma cattivo deriva dal latino captivus cioè servo, prigioniero, che a sua volta utilizza la radice dal greco kàpto, che significa prendere. Pertanto, il cattivo è un prigioniero di se stesso smanioso di prendere, di avere. In merito all’eguaglianza che genererebbe la follia, mi chiedo anche perché l’uomo nel proclamare (a chiacchiere) di essere tutti uguali, non si domandi perché esistono diversi gruppi sanguigni (A, B, AB, O)[3]se la specie umana è (dovrebbe essere) unica, cioè discendente esclusivamente da Adamo (secondo la maggioranza delle interpretazioni dei libri sacri e di teorie scientifiche) …  In altre parole, significa che parallelamente al primo uomo di nome Adamo, che molto probabilmente aveva il sangue geneticamente compatibile con le scimmieantropomorfe, esisteva già un altro essere umano (uomo o donna) di sangue diverso[4]. Invero, esiste una incompatibilità tra specie che si manifesta con la malattia emolitica nei neonati che invece non dovrebbe manifestarsi se davvero tutti gli umani fossero della medesima natura… La malattia emolitica avviene quando una madre Rh negativo porta in grembo un bambino Rh positivo; di fatto è una reazione allergica che può produrre conseguenze gravi quando i due diversi gruppi sanguigni si mescolano durante la gravidanza, una specie di lotta genica tra due tipi di sangue ugualmente umano, una sorta di naturale pre-selezione antropica … A tal riguardo molti studiosi si sono chiesti: - Dal punto di vista scientifico, se il fattore Rh negativo fosse realmente una tipologia normale di sangue, a cosa potrebbero addebitarsi questi inconvenienti? E a cosa può addebitarsi una lotta genica tra due tipi di sangue ugualmente umano? Abbiamo a che fare con un gruppo sanguigno di mondi altri? In effetti esiste un unico altro caso in natura in cui ha luogo una simile reazione tra organismi che si accoppiano, cioè quando asini e cavalli vengono incrociati per la produzione di muli.  Ma tutto ciò è comprensibile poiché si tratta di un incrocio innaturale, che allo stato brado non esiste. L’ibridazione che dà vita ai muli, ha luogo esclusivamente a causa dell’intervento umano. Quindi, esistono davvero due tipologie di esseri umani simili ma geneticamente diverse?[5]

È forse per questo motivo che le corone europee si rifiutavano di mischiare il loro sangue con individui Rh negativi individuando, in quest’ultimi, una linea di sangue avversa? E, allora, tutto questo c’entra anche con il sangue blu[6], che con la nobiltà ha poco da condividere?

I cani hanno almeno 12 gruppi sanguigni e questo è giustificato dai diversi incroci con altre specie animali, quindi anche l’uomo proviene da specie umane differenti?

Il Genesi[7] racconta: -  Avvenne che gli dei (i figli di Dio) videro le donne (umane) e le trovarono piacevoli per gli occhi, e quindi le presero in mogli, e concepirono figli, molti figli… Tuttavia, non tutti gli esseri umani sarebbero stati il risultato di questo tipo di incroci; solo piccole porzioni dell’umanità discenderebbero da queste linee di sangue, e la riprova di ciò potrebbe risiedere proprio nel loro diverso gruppo sanguigno. Questo incrocio, in larga parte, non avrebbe prodotto inconvenienti dal punto di vista della riproduzione, ad eccezione di una linea di sangue che sviluppò il fattore Rh negativo, che non ereditò la proteina ematica connessa agli antenati scimmieschi. Se tutta l’umanità si è evoluta dallo stesso antenato ed il suo sangue risulta compatibile, da dove provengono gli Rh negativo? Non esiste plausibile spiegazione scientifica circa la provenienza del gruppo Rh negativo[8], e, se è vero che il gruppo sanguigno rientri tra le caratteristiche genetiche meno mutevoli, che la scienza, anziché essere al servizio di industrie alimentari per sovvertire la natura e di case farmaceutiche per vendere più medicine dallo stesso effetto, si sforzasse a ricercare per la storia dell’umanità e per conoscere il nostro posto nell’universo, potremmo avere spiegazioni accettabili sulla provenienza del tipo Rh negativo. Ho letto addirittura che: - in Giappone il gruppo sanguigno è considerato da sempre il più attendibile indicatore della personalità e delle attitudini psicofisiche degli individui, e il ketsu-eki-gata, la dottrina dei gruppi sanguigni, riscuote molto più credito di ogni altra veneranda sapienza esoterica. Negli Stati Uniti, per esempio, domina il gruppo Zero, mentre in Giappone prevale il gruppo A. Pare che chi porta il gruppo Zero abbia predisposizioni genetichealla lotta (guerrieri); il gruppo A all’amore per la natura (agricoltori, allevatori, etc.); quello B alle relazioni e allo scambio (commercio)eAB alla creatività artistico-artigianale. Apprendo da internet che Al Capone aveva il gruppo Zero; Hitler quello A; il regista Kurosawa il B, e Marilyn Monroe il gruppo AB. Sono pure venuto a conoscenza che il gruppo Zero Rh negativo, secondo la scienza corrente, risulterebbe il sangue più puro sulla terra, poiché negativo al testRhesusovvero alnessogenetico trauomo e scimmia (ovvero, al nesso con il primate chiamato Macaco Rhesus). Si ipotizza anche che l’Rh negativo sia comparso 35000 anni faall’interno di alcune aree geografiche molto circoscritte come la Spagna settentrionale (regione Basca, Navarra e Aragona), la Francia meridionale (Provenza e Linguadoca) e la regione orientale ebraica (Nazareth, Gerico, Mar Morto, Cisgiordania, Palestina e Siria). Inoltre, la più alta concentrazione di Rh negativo pare che sia stata individuata nella Mesopotamia (l’attuale Iraq) ed il gruppo etnico con i più elevati tassi di sangue Rh negativo sarebbe quello Berbero (del Marocco). Secondo studi compiuti soltanto nel 15% del genere umano (di cui nel 3% degli africani, nell’1% circa degli asiatici e dei nativi americani, e in generale nel 40% circa degli europei) non è riscontrabile il fattore Rh (Rh negativo), mentre il gene scimmiesco Rh (Rh positivo) è presente nell’85%. Sempre da riscontri scientifici[9] si evincerebbe che chi non ha nel sangue le caratteristiche del macaco rhesus, cioè chi ha l’Rh negativo, avrebbe, sul piano psichico, una spiccata percettività extrasensoriale, la tendenza ad essere guaritore, la facoltà di fare sogni psichici, un senso di non appartenenza, soffrirebbe di fobie inspiegabili, avrebbe una tendenza a ricercare la verità, un senso di dover compiere una missione nella vita, l’interesse per lo spazio dell’Universo, empatia e compassione; invece, dal punto di vista biologico, sarebbe dotato di un quoziente intellettivo più alto della media, una temperatura corporea bassa, la pressione sanguigna alta, soffrirebbe di disturbi epatici, avrebbe la vista acuta, le barriere immunitarie più forti, un’elevata sensibilità al calore e alla luce solare, la capacità di disturbare dispositivi elettrici, una speciale profondità di sguardo e di pensiero, ed, infine, sarebbe incompatibile con la clonazione; mentre, sul piano espressamente somatico, avrebbe i capelli rossi o con riflessi rossastri, gli occhi castani o verde/blu e una vertebra o una costola supplementare ... Leggendo tutto ciò, non nascondo la mia grande sorpresa né l’emozione di ritrovare alcune mie specificità nel profilo sopra descritto. Il mio gruppo e sottogruppo sanguigno è Zero Rh negativo … Potrei anche ipotizzare di essere di altri mondi? Che nome dare a tutto questo? E dare un nome è divino: - In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio[10]. Che cosa c’è che non ha ancora un nome oltre alla mia supposta, quanto paventata, misteriosa natura? Molte cose non hanno ancora un nome, anzi, tutto quello che conosciamo non rappresenta neanche l’infinitesima parte di un atomo di ciò che circonda la nostra realtà. Non ha un nome anche gran parte di quelle che chiamiamo emozioni, del nostro sentire, né lo straniamento che spesso ci porta verso suggestioni altre, cioè verso suggerimenti inafferrabili. Un nome dovrebbe coprire almeno buona parte della totalità dell’ente nominato ed io non mi capacito perché il mio nome possa essere indossato anche da altri che non sono io. Jung sosteneva che ai malati spesso si dava un nuovo nome per guarirli: - perché col nuovo nome essi ricevono anche una nuova essenza. Perché il tuo nome è la tua essenza[11]. Anche gli antichi affermavano che: - Nomina sunt omina, ovvero che i Nomi sono presagi in accordo con il mistico russo Pavel Florenskij[12] il quale asseriva che: - Ogni nome è pieno di un’energia capace di condizionare fortemente chi lo porta […] il nome come tale, ogni nome, ha involontariamente un effetto, non può cioè restare senza effetto su colui che lo porta […]  La scelta dei nomi dei figli va fatta con attenzione […] Il nome andrebbe scelto, piuttosto, in base alla gioia, alla vitalità che suscita quel suono all’interno del mondo materno e paterno. […] Guai se ogni volta che chiamiamo i nostri bambini impregniamo il loro nome di un’atmosfera spiacevole o negativa. Un nome sbagliato è più deleterio di un farmaco ed è un farmaco che agisce nel nostro cervello per sempre. Siamo talmente psicotizzati dalla religione che ai nostri bambini diamo per tradizione, il più delle volte e quando non li chiamiamo Luana, Jessica o Kevin, il nome di santi e martiri, quindi auguriamo loro, a parole, santità e sofferenza, mentre con gli esempi insegniamo loro a non fidarsi di nessuno e ad essere individualisti, anche se sono stati battezzati coi nomi di Salvatore, Cristiano o Generosa. I pagani, così come altri popoli antichi, dai Sioux del Nord America agli Inuit dell’Artico e dagli Yoruba dell’Africa Occidentale ai Quechua delle Ande, si lasciavano guidare dall’istinto, attribuendo ai figli qualità riscontrate e/o augurate, o gli affidavano un nome suggerito dalla circostanza, come ad esempio: Axel (Ricompensa divina), Talitha (Ragazzina), Yejide (Assomiglia a sua madre), Connor (Amante dei lupi), Tani (Toro che carica alla cieca), Fritjof (Ladro della pace), Samir (Compagno di una chiacchierata notturna), Dakota (Amico) oppure nomi di animali che evidenziavano agognate qualità pregevoli: Aquila, Leo, Lupo, Orso, etc. Parlando di bambini, c’era un’usanza indù di non dichiarare la loro esatta data di nascita quando nascevano. Ciò per nasconderli agli spiriti maligni e assicurare loro una crescita sana e felice. In effetti: - I nomi non dovrebbero essere attribuiti per pura convenzione, poiché hanno un rapporto profondo e misterioso con ciò che nominano, conferma Origene. Con il Concilio di Trento i cognomi sono poi diventati una sorta di marcatori genetici.

A parte tutto, riprendendo l’abbrivio (iniziale), sarei curioso anche di sapere che cosa ha sognato il primissimo uomo durante il suo primo sonno con la mente tabula rasa, ritrovandosi d’emblée calato sulla terra come un’eco generata dal verbo di Dio. Saperlo risolverebbe l’irrisolvibile diatriba tra chi ipotizza il sogno quale elaborazione del vissuto e chi quale un’esperienza dimensionale e parallela a quella che chiamiamo vita. Vorrei immaginare di essere io quel primo-uomo e poter continuare a pensare di non esistere ancora, di non essere ancora sveglio dall’eternità che mi ha allattato, traducendo il buio delle mie palpebre quando covano la stanchezza, come il ricordo dell’informe che genera le forme del tempo: - Infrange l’onda mutevole la prima pietra mia e risaccando m’affossa membra e voce malferma sulla ghiaia bagnata e atroce. Poi il flusso l’orme mie rivolta tra i murici spinosi e l’acqua tolta. Agli albori di un giorno revocato, mi sveglierò da un sogno mai sognato.

Assorbito dalla materia dei miei strani pensieri, ho vagolato sin dal primo mattino nei meandri di labirinti a-nonimi. Ultimamente dormo meno e male. Durante la notte ho dovuto sorbirmi un’abbuffata di telegiornali che inveivano contro i Musulmani radicali e i loro atti terroristici. Che ipocrisia! Occidente, Oriente, ISIS, Eserciti, Intelligence, Contractors ... Il terrorismo serve ad alimentare l’odio indistinto, quindi a creare (in questo caso, consolidare ed aggravare) una profonda ed insanabile spaccatura socio-politica. Non si è mai avuta la certezza dell’identità dei mandanti di quei luttuosi atti criminali. Dietro di essi ci potrebbero essere tante cose: dal fanatismo individuale all’intelligence. Ciò a cui stiamo assistendo è un braccio di ferro truccato per interessi geo-politici (meglio dire economico-finanziari). Cosa ci vorrebbe per farla finita? Un comunicato congiunto dei potenti del mondo che dicesse agli scontenti musulmani: - Che cosa volete dall’Occidente? Cosa possiamo fare per voi? Perché non lo chiedete chiaramente? Chi è che non ve lo lascia fare? Noi, comunque, siamo pronti a rinunciare a qualcosa di nostro in cambio di una duratura, pacifica, dignitosa ed umana convivenza. Se ciò non dovesse verificarsi, possiamo prepararci alla fine miserevole che ci siamo costruiti e che già ci sta risucchiando dal momento in cui la parola guerra è ritornata in auge e non spaventa più il nostro cuore ... Ma ho le idee molto confuse, aiutatemi a capire, per favore. Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti, eletto democraticamente dal popolo. Non credo sia assolutamente uno stinco di santo, vista la sua invidiabile posizione socio-economico-finanziaria, ma ha vinto poiché si è contrapposto ad una politica mondiale insidiosa, perpetrata sia da Obama nel suo secondo mandato che riconfermabile dalla Clinton nel caso in cui avesse vinto. Inoltre, ha promesso di originare una lotta contro un sistema ceduto dalla politica nelle mani di pochi che gestiscono l’economia nel mondo e restringere precipuamente la politica americana nell’ambito del proprio territorio affinché le ricchezze fungessero, nel sistema interno, da start per un rinnovato benessere. Un magnate dell’imprenditoria contro un sistema economico truccato e sostenuto dalla finanza (anch’essa truccata: vedi i così detti titoli sintetici). Una jena ridens contro un branco di onnivori e famelici pescecani incazzati. Dopotutto, cosa avrebbe potuto mai partorire questo aggressivissimo sistema capital-consumistico? Ad ogni proclama di Trump, le Borse scendono (e per me è un segnale positivo contro questo sistema imperialistico) pure se le piazze pullulano di rivoltosi organizzati evidentemente da lobby e grandi gruppi di interesse politico ma soprattutto economico. Nei telegiornali ho ascoltato anche la notizia del nuovo muro di Berlino che Trump sta costruendo sulla frontiera messicana, una sorta di piccola muraglia cinese. Credo ci sia una differenza sostanziale tra il muro di Berlino e quello di Trump che, in sostanza, proprio di Trump non è, in quanto iniziato nel 1994 dal democratico Clinton, quello della fatal fellatio. Il muro di Berlino era un limite assolutamente invalicabile, una limitazione di libertà e una discriminazione scritta sulla pietra, anzi su quella cortina di ferro che tracciava la linea di confine europea di influenza statunitense da quella di influenza sovietica e voluta dal regime comunista della Germania dell’Est per arginare la fuga dei tedeschi dell’Est, ridotti alle pezze, nella ricca zona occidentale. Nell’annuncio televisivo della notizia del muro di Trump, ho visto una indignazione che non ho né visto né ascoltato quando è stata costruita dalla Spagna labarriera elettrificata a Ceuta sul confine del Marocco, né quando Sharon ha alzato il suo muro sul confine della Cisgiordania o quello che ha diviso le due Coree, né per quello che ha separato la Thailandia dalla ex Malesia, o quello tra Zimbawe e Botswana, oppure quello tra India e Pakistan, o ancora quelli tra Pakistan e Afghanistan, traUzbekistan e Tagikistan, traYemen e Arabia Saudita, tra Oman ed Emirati Arabi Uniti, traKuwait e Iraq e quello tra laTurchia e Cipro e nemmeno per quelli religiosi dell’Irlanda …

Ma tra un muro che si erge, non mi ha indignato di meno la notizia dell’ennesimo muro della Pompei antica che è crollato. Ci vorrebbe un nuovo Anfione sia per il primo che per il secondo caso. Anfione, di indole mite e delicata, pur non essendo un dio, cantava e suonava la lira meglio di un dio. La lira gliela aveva donata Ermes. Aveva un suono magico che incantava gli animali selvaggi, e con quella lira Anfione, re di Tebe, costruì le mura della sua città. La musica era così dolce che le pietre gli obbedivano e si disponevano da sé nel punto voluto. Pertanto, con la musica aveva trasformato un ammasso di pietre in una linea armoniosa. Dopotutto, la musica (vibrazioni) è la pietra d’angolo del Cosmo. Nelle religioni orientali, Prajapati, il dio indù delle origini, è nato da un concerto di 17 tamburi, Shiva ha creato il mondo danzando e il lemma OM, che è l’essenza del canto, ha dato forma all’informe creando l’Universo. Completate le mura, furono aperte sette porte, quante erano le corde della lira e quante sono quelle di Pompei antica, distribuite sul perimetro della città in modo geometrico: Porta Sarnese, Porta Nucerina, Porta Stabiese, Porta Isiaca o Nolana, Porta Marina, Porta Ercolanea, Porta Vesuviana. Come dicevo all’inizio, assorbito da questo bombardamento di notizie fomentanti, mi sono ritrovato con l’auto proprio a Pompei. Era martedì, un martedì di gennaio. C’era un freddo umido, ma la giornata era luminosa. Il Vesuvio, investito dai raggi del sole che irradiavano a ventaglio filtrando da un buco di folte nuvole caliginose, troneggiava nella Valle. Io, intanto, avevo guidato verso la sua direzione per l’intera mattinata ma senza sapere dove esattamente andare. All’improvviso, tra un pensiero e l’altro, mi sono ritrovato nei pressi di Villa dei Misteri. Sono sceso. Ho parcheggiato. Poi, ho passeggiato all’esterno delle mura per una decina di minuti e mi sono recato alla biglietteria principale. C’era una lunga fila di giapponesi ridanciani. Intanto, avevo portato con me una macchina fotografica e tenevo in auto una dettagliatissima guida di Pompei da poco acquistata a Port’Alba: una rarità, una delle primissime, con una minuziosa cartina topografica e ricche dissertazioni archeologiche e antropologiche[13]. Appena varcata la soglia, ho letto di essere ai confini del suburbano Pago Augusto-Felice. Pompeja, questo è il nome dato dai Romani, era conosciuta come la città della felicità poiché alimentava, in egual e densa misura, la mistica del corpo e dello spirito attraverso i suoi numerosi templi, dèi, culti, teatri, palestre, terme, scuole chirurgiche, fabbriche di cosmetici, di colori, di sapone, osterie e lupanari. Una città multietnica e multicultuale, dove la donna era rispettata e la bellezza ricercata in ogni cosa. Un prototipo della Palermo di Federico stupor mundi, ma costruita nella fertile Valle del Sarno dai Pelasgi-Etruschi-Oschi, un indistinguibile popolo dell’Asia Minore che nel tempo è stato sfumato in tante altrettanto indistinguibili denominazioni. Non si sa da dove derivi il nome Pompei, forse dall’ebraico Pom-Pa che significa Pomici Bruciate, o dall’osco Pùmpaiia (), cioè Emporio, Piazza di Commerci, quale effettivamente era, o più verosimilmente (per me) dall’indoeuropeo Penk-, ossia Cinque, perché il più importante dei cinque villaggi creati dai Pelasgi nella vasta Valle del Sarno. Si sa invece che i Romani le diedero più visibilità ma anche più problemi politici. Infatti, Lucio CornelioSilla l’aveva fatta diventare una colonia romana dopo essere stata con Ercolano spinta dai Sanniti contro Roma, e al suo governo aveva piazzato il nipote Publio Silla, il quale, subito aveva provocato un’aspra rivolta. Se Pompei si era inizialmente opposta all’avanzata romana in Campania era comprensibilissimo, si trattava di difendere il proprio territorio e la propria cultura molto più vicina, se non la stessa, a quella dei Sanniti. Tra l’altro, anche il famigerato scontro tra Pompeiani e Nucerini non era stato causato per motivi sportivi (lotte gladiatorie) ma da motivi politico-culturali. In effetti la rissa del 59 d. C. narrata dal filo-romano Tacito, che aveva provocato morti e feriti, aveva visto da una parte i Pompeiani, esclusivamente rappresentati dai Romani che governavano tutte le istituzioni, e dall’altra i Nucerini, cioè i popoli del territorio nucerino, rappresentati dai Nucerini, dai Sarnesi, dai pagani-Paganesi, etc. che erano pro-Sanniti per identità culturale ed evidenti motivi geo-politici. Comunque, il rampollo di Silla aveva negato ai Pompeiani originali il Suffragii e l’Ambulationis, ovvero il diritto di votare e quello di passeggiare nei luoghi pubblici. La rivolta contro Publio Silla venne comunque sedata grazie alla strenua difesa del machiavellico Cicerone, che aveva una villa a Pompei insieme ad altri potentati come Seneca, Polibio, Fedro e l’imperatore Claudio che proprio a Pompei assisterà poi alla morte del figlio maschio Druso Claudio[14] che, ancora fanciullo, verrà strangolato da una pera[15] che avrebbe lanciato in alto per gioco, per tentare di raccoglierla in bocca. Dopo aver visitato la casa di Diomede, di Claudio, di Sallustio, di Aulo Vettio, il lupanare e quelle denominate rispettivamente di Iside e di Apollo, mi sono recato presso quella di Pansa dove ho notato un bassorilievo fallico che incorniciava la scritta[16]: Hic abitat felicitas, Qui regna la felicità. Una scritta dal valore apotropaico ed augurale. Il simbolo fallico, il phallum, si portava non soltanto in processione contro il malocchio (Fascinum) ed era presente su utensili ed oggetti vari, ma costituiva un amuleto che indossavano vecchi, adulti e bambini alla stessa stregua del curniciello rosso napoletano. Altri amuleti meno comuni ma pure utilizzati erano la luna crescente e la cornucopia. Strada facendo mi sono accorto che molte domus avevano assunto denominazioni diverse da quelle indicate sulla piantina della mia guida ottocentesca. Dopo la casa di Pansa ho visitato quella di Fortunata e mi è venuto alla mente, in parte per la stanchezza ma più per la rabbia causata dall’abbandono di quelle bellezze sempre meno eterne, un ritornello di Pino Daniele: - Furtunato tene ‘a rrobba bella, nzogna nzò. Fortunato tene ‘a rrobba bella e pe’ chest’ addà alluccà ‘na vita e ca’ pazzeja p’e vie ‘e ‘sta città… Si era fatto pomeriggio e prima che si facesse ancora più tardi, volli rivisitare l’Antiquarium. Avevo già visto il Museo di Napoli e quello Vesuviano alcuni mesi prima e anni or sono anche questo ampio locale dove erano stati riposti alcuni cittadini di Pompei che la lava incandescente aveva pietrificato durante quel terribile terremoto: bozzoli di gesso di amanti abbracciati, di animali accucciolati, di madri avvinghiate ai lori figli. Una visione drammaticamente evocativa. In una sorta di antropologia metafisica ho riconosciuto il loro respiro in quello dell’alterno e gelido vento che agitava i rami spogli. Ho sentito il dolore del tempo. Per ironia della sorte, prima di quest’ultimo crollo avvenuto alla Casa del Citarista, proprio per ridicolizzare il mio Anfione, ce ne era stato un altro proprio alla Casadel … Moralista. Pensandolo, non sapevo se ridere o piangere. Ho considerato che fossero chiari messaggi, a volte il cuore davvero conosce ragioni che la ragione non conosce. Stanco, mi sono seduto vicino ad una fontana. Sulla pietra che sgorgava acqua c’era scolpita un’aquila che si avventava su una scimmia. Ho tentato di decifrare tutti i simboli che avevo visto nei musei, nell’Antiquarium e negli Scavi, su statue e bassorilievi, sui dipinti delle case e sui vasi, incisi sui metalli e sulle pietre che adesso mi danzavano nella mente come un’arcaica scrittura ideografica in procinto di ricomporsi: ippopotami, ibis, loti del Nilo, draghi, delfini, pantere, leonesse, ghiri, Isidi con oche, coccodrilli e serpenti, Anubi con teste canine, ninfe con rami d’olivo tra le mani, Mercuri, Ercoli, divinità fluviali (Sarno), Veneri, Marti, Diane, Fauni, Atteoni, Cleopatre, Sfingi, Priapi, Giovi, Persei, Andromade, Serapidi, Dionisi, Apis, Arpocrati, Giunoni, Apolli ... Quell’antico, era un mondo metaforico che affidava alle volontà superiori il destino degli uomini, ma senza illusioni; quell’odierno, è un mondo concretamente bugiardo che affida a parassiti e fedifraghi il destino di popoli disarmati, ma illudendoli. Mi rialzai. La luce era ancora buona per fare qualche foto al tempio di Iside. Il cielo adesso vestiva colori indaco ed arancio per prepararsi al tramonto. Nell’antichità un canale tirato dal fiume Sarno animava tutte le fontane di Pompei. Il conte di Sarno fece passare l’acquedotto proprio sotto il tempio di Iside sul quale poggiavo i miei piedi come un antico sacerdote. Nett’Età antica le acque del fiume Sarno, superiori di livello, per mezzo di cunicoli sotterranei si diffondevano per tutte le strade, anche per le case della città, e, restringendosi proprio là sotto per alimentare il bacino dell’acqua lustrale, si diramavano per altri camminamenti nella parte inferiore di Pompei fornendo acqua fredda e calda in tutte le domus. Se il conte di Sarno fosse stato più attento, probabilmente non avrebbe avuto bisogno di formare un nuovo acquedotto per trasportare l’acqua a Torre. Passeggiando tra le rovine del tempio scattavo foto e osservavo ogni dettaglio benché quella fosse l’ultima di numerose visite già effettuate. Con quella guida tra le mani, questa volta avevo il sapere antico dalla mia parte, che mi aiutava a capire e vedere le cose, ma ora come le vivevano gli antichi.  Cercavo sul podio, tra il pavimento, l’antro, le edicole, le nicchie, le colonne, i muri e le gradinate, qualche fessura simile ad una valvola dalla quale esalava, durante le celebrazioni solenni, la mofeta. Solitamente era nei pressi della postazione del tripode, quindi centrale al podio. Il pavimento della corte interna era di tufo mentre quello esterno era sterrato, essendosi il pavimento musivo distrutto. Non trovai nulla che potesse sembrare una valvola o una sentina. La mofeta è un gas costituito essenzialmente da anidride carbonica, qualche volta accompagnata da metano e da altri gas. Sono frequenti nei terreni vulcanici recenti e anche presso i vulcani da lungo tempo spenti[17]. Durante le funzioni religiose, l’ufficiante accendeva il fuoco nel braciere posto sul tripode e la mofeta sollecitata dal calore si alzava ad una tale altezza sufficiente a sballarlo, ad allucinarlo. Così, di punto in bianco, egli cominciava a vaticinare o ad uscire fuori di testa. Quel sonno estatico spesso gli faceva pronunciare parole del tutto sconnesse e inintellegibili, a seconda del gas assorbito dal suo organismo. Virgilio ne ha descritto gli effetti quando ha trattato della Sibilla dell’antro cumano. Non avendo trovato la valvola, mi sono affidato alla mia fervida immaginazione: ho visto Valente, il sacerdote perpetuo inviato da Nerone, mentre celebrava i misteri alla presenza della statua di Isidestrafatto come Jim Morrison. L’ho udito incespicare nelle parole tra silenzi e grida concitate e poi visto danzare tra i veli sventolati di giovani vestali seminude. Indossava per l’occasione una tunica di candido lino, dei sandali che lasciavano vedere i piedi nudi ed aveva la testa rasata come un bonzo e gli occhi marcati da cosmetici. Quella visione mi ha preso talmente da decidere di lasciare il tempio, come se la mofeta, seppur assente, avesse avuto un effetto su di me. Allora ho deciso di terminare la mia lunga passeggiata esplorativa e mi sono recato all’Autogrill, all’interno degli Scavi, per rinfrescarmi. Ho comprato una birra e sono uscito fuori a berla, sedendomi sull’alto marciapiede. All’improvviso mi si è avvicinato un bambino: - Tu, lo conosci Grande Oceano? Mi ha detto. Io inizialmente ho fatto finta di non udirlo. Aveva i tratti orientali ma un accento marcatamente romano. - Tu, lo conosci Grande Oceano?  Ha insistito colpendomi continuamente una spalla con la sua manina, ripetendo: - Signore, signore, signore… Mi sono guardato intorno per capire con chi stesse, poi ho deciso di rispondergli: - No. E tu? Il bambino, dell’età di 10-11 anni, come se fosse in attesa che qualcuno lo richiamasse da una delle tre vetrine dell’Autogrill di fronte dove dirigeva continuamente i suoi occhietti vispi, ha replicato: - Certo che sì! Ed io sorridendogli: - Ah, sì? E… chi è?  Gingillandosi compiaciuto per il mio interesse, ha continuato: - Grande Oceano ha conosciuto la donna più bella di tutte, Börte, che solo a guardarla innamorava tutti. Grande Oceano è Temücin. Lo conosci Temücin?! Lo conosci? … Temücin è il mio re, il più forte e coraggioso dei re, lui era Gran Khán e sapeva difendere le nostre tribù. Lui ha vinto i guerrieri più forti di tutti… Ascoltandolo, sembrava un adulto con idee ben precise, anzi, uno di quei bambini che non sembrano tali per le cose che sanno e per come le espongono. Mio malgrado, ad un certo punto l’ho interrotto, chiedendogli: - Ma, ma da dove vieni? Come ti chiami? E lui, subito: - Da Roma. Mi’ madre invece era di Ulan Bator, ed anche io sono nato lì. Nel dirlo ha svuotato gli occhi posizionando le pupille in alto come se con la mente stesse raggiungendo quei luoghi avvertendone la loro presenza sempre più nitida in fondo al cuore. Poi, ha detto: - Mi chiamo Naran, che significa «sole» Io assecondandolo: - È un nome bellissimo il tuo; io invece mi chiamo Jerry, come Jerry Scotti, ma tu chiamami zio Jerry. E la tua storia? È già finita? Devi ritornare dai tuoi? Vedo che guardi continuamente nella vetrina del ristorante. E lui: - Sì, signore ziojerriscotti, sono con il mio papà e Odon, la mia sorellina. Lei però è «Romana de Roma», anche se papà ha voluto darle un nome tartaro come il mio e quello di mia mamma. Eccola! È quella lì! E con un grido acuto l’ha chiamata: - Odon! Odon! Poi, strattonandomi: - Vedi! È vicina al vetro, è quella con la t-shirt gialla e le treccine corte corte. Mio padre è vicino a lei. Signore ziojerriscotti ma li vedi o no? Guarda, papà adesso sta salutando. Ed io divertito: - È che il sole … vedi, riflette nella vetrina ed io … Ah, sì, eccoli! Li vedo! Ho agitato subito la mano con la quale reggevo la lattina vuota, accompagnandone il movimento con una certa cordialità: - E la tua mamma? Gli ho chiesto d’istinto - È dentro? Lui, è restato silenzioso sino a che non gli ho ripetuto la domanda. Poi con la testa bassa: - No! Mia mamma è in cielo. E, poi irritato: - Ma la vuoi ascoltarla questa storia?! Come se fossi stato sorpreso dal mio insegnante delle elementari perché distratto, ho raddrizzato il busto, e: - Certo! Certo che sì! Dai, continua pure, mi piace ascoltarti. Davvero… E lui senza farselo ripetere e con uno sguardo che esprimeva severa soddisfazione: - Nella mia vecchia lingua, mi ha raccontato mi’ mamma, Gengis Khan significa «Tutto», Gengis Khan è cielo, mare, sole, stelle, montagne, fiumi, laghi, case ...  Temucin voleva molto bene a Börte, e fu un grande re come Jõcï, suo figlio che però morì molto giovane. Lo chiamavano Kubilay Khan. Quando morì Jõcï, il suo posto lo prese Ögödëi, il terzo figlio, come dice il Yasa … Ad un certo punto, un po’ annoiato, ho tentato di interromperlo, ma il piccolo andava avanti come un treno, come se quelle cose le avesse già dette e ridette centinaia di volte. Ho avuto come la sensazione che le raccontasse un po’ a tutti come facevano i vecchi ciceroni di Pompei che gironzolavano tra le domus a capo di folti gruppi di giapponesi. L’ho lasciato proseguire. Suo padre, intanto, dalla vetrata mi faceva cortesemente cenno di raggiungerlo indicandomi la piccolina che giocava con le sedie come per giustificare la sua inerzia. Mi sono alzato prontamente dal marciapiede, ho spolverato i pantaloni di velluto e poi ho preso Naran per mano. Abbiamo attraversato la strada. Naran mi è sgusciato dalle mani come un’anguilla e si è messo a saltellare sui massi rialzati del passaggio pedonale, mentre il padre, di fronte, non lo perdeva un attimo di vista con aria mortificata. Ho riafferrato allora Naran e finalmente siamo entrati nell’Autogrill. Il papà era sulla soglia con un occhio sulla piccolina e l’altro su Naran. Mi ha teso la mano con un sorriso grato. Naran ha lasciato subito la mia mano e gli si è fermato accanto fissandolo come se si aspettasse qualche punizione. Subito ne ho approfittato per complimentarmi del figlio e insieme abbiamo raggiunto il tavolino, sedendoci. Naran, in piedi proprio di fronte a me, non smetteva mai di osservarmi. Distogliendomi dal figlio: - Giulio Sarti … Mi chiamo Giulio Sarti, sono un architetto, lui è Naran e questa qui … ha detto il padre tentando di avvicinarla a sé allungando un braccio, - è Odon... Sono il mio universo, il mio «sole» e la mia «stellina» … è questa la traduzione dei loro nomi. Allora lo gradisce un caffè?  Odon era molto occupata a trasferire piattini, cucchiaini e tazze da una sedia all’altra. Era alquanto scocciata, forse per la mia presenza, non degnandomi neanche di uno sguardo. Era carinissima, piccola come Pollicino ed aveva le gote rosse e gli occhi neri-neri. – No… Grazie. Ho appena bevuto una birra. Comunque … mi chiamo Gerardo e … amo le antichità. Anche io, ho un maschio ed una femmina, ma sono già adulti. Sono molto più anziano di lei, architetto. Gli ho detto di rimando, mentre una cameriera con un sorriso formale poggiava il caffè sul tavolino che probabilmente l’architetto aveva ordinato prima che varcassi la soglia. Poi, la cameriera, con più luce negli occhi, ha indirizzato continui sguardi verso l’architetto che tentava di dissimulare la situazione. L’architetto poteva avere all’incirca una quarantina d’anni. Era alto, bruno, con gli occhi verdi, i capelli neri e lunghi ma raccolti in un toupino[18]. La barba rada, non curata, gli conferiva quel particolare fascino da canaglia che piace tanto alle donne e la prova era sotto ai miei occhi. Nel mentre l’architetto pagava lo scontrino alla cameriera accennandole un sorrisino, Naran gli ha gridato: - Stupido! Poi è fuggito nuovamente fuori sedendosi sul marciapiede dove mi aveva conosciuto. Ho guardato suo padre e sono corso a riprenderlo subito. Siamo rientrati e gli ho detto: - Allora? Ti sei già stancato di raccontarmi quella bella storia? Io sono qui per ascoltarla, altrimenti vado via se vuoi … Il padre mi ha rivolto un sorriso compiaciuto e Naran, senza guardarlo e come se avessi ripremuto lo start, è ripartito a razzo riprendendo il racconto esattamente da dove lo aveva lasciato: - il Yasa … ti dicevo ... così si chiama la nostra legge, dice che tutti devono obbedire a Grande Oceano; che non ci si deve lavare nelle acque dei ruscelli né ci si può fare la pipì, perché l’acqua è viva ed è una cosa sacra da rispettare come se fosse lo stesso Grande Oceano; che, chi imbroglia per la terza volta viene condannato a … morte,  così come chi fa la spia. Mentre enfatizzava quest’ultima parola mi ha indirizzato uno sguardo che mi sembrava un’accusa, poi continuando: - … i soldati che scappano dall’accampamento, chi ammazza una capra o altro animale e fa cadere il sangue per terra, e … chi si innamora di altre donne e lascia sua moglie sola... Questa volta si ferma e fissa suo padre negli occhi con le sopracciglia aggrottate. Il rumore di un piattino a terra ridotto in pezzi, ha interrotto improvvisamente il racconto. Io e l’architetto abbiamo raccolto i cocci più grandi, mentre la piccola Odon si era infilata sotto al tavolino con le braccia conserte e la bocca appuntita, come fanno le ragazzine che si fanno i selfie. La cameriera, la stessa di prima, una ragazza dell’Est in bella forma, richiamata dal rumore è accorsa prontamente con scopa e paletta. Ho temuto il peggio. Chinandosi ha indirizzato altre occhiate all’architetto, che questa volta l’ha ignorata, come se ci fosse un vecchio feeling. Naran guardava loro e poi me, me e di nuovo loro. Io, approfittando della pausa e per rompere quella piccola tensione ho chiesto all’architetto perché suo figlio tenesse tanto a dirmi tutte quelle cose e perché, dicendole, si precipitava sempre di più, come una cascata ribollente. Gli ho confessato anche che avevo trovato alquanto insolito e quantomeno raro che un ragazzino della sua età sapesse tutte quelle cose che appartenevano ad un’altra cultura. L’architetto, comprendendo perché gli rivolgessi quella domanda, e non soltanto, si è schiarito la voce, ha allungato il collo verso di me e: - Ho conosciuto sua madre, mia moglie, in un viaggio a Mosca. Lei insegnava architettura all’Università di Mosca e «pretese» che conoscessi il suo mondo, specificamente quello Mongolo, quello dei Tatari. Ma ciò è avvenuto dopo circa due anni che ci siamo frequentati … Io avevo vinto una congrua borsa di studio e dovevo effettuare, per l’Università di Bologna per la quale oggi lavoro, una ricerca sugli architetti italiani in Russia. Non so se lo sa, ma Mosca è stata terra di conquista per l’architettura italiana intorno al 1500, tanto da lasciare la propria firma sulla costruzione del Cremlino … Tornando a Naran, mia moglie, da piccolissimo, gli ha voluto insegnare giorno dopo giorno ogni cosa che riguardasse la propria cultura affinché conoscesse le sue radici e si sentisse fiero di appartenervi ma, soprattutto, affinché fosse coraggioso verso la vita, come lo erano stati i Khan. I Mongoli sono molto radicati nella propria cultura ed è sicuramente un bene. Mia moglie era una Calmucca. Ma, da quando non c’è più … Schiarendosi nuovamente la voce: - L’ho persa mettendo alla luce la piccola Odon. Appena Naran vede una donna che mi si avvicina o semplicemente mi saluta o mi sorride, come sta facendo Dasha quella bella moldava, «sciabola l’aria» - Sciabola, cosa?  Gli ho chiesto di rimando, e lui, continuando: - È una espressione che mi ripeteva mia moglie quando diventavo inquieto per qualche sensazione che non ero in grado di riconoscere ed invadeva la mia mente o il mio cuore. Lei, in quelle circostanze, mi diceva: - «Smettila di sciabolare l’aria, noi siamo tutti ciechi, così ciechi che non sappiamo quando dobbiamo affligerci o rallegrarci: quasi sempre proviamo false tristezze o false gioie. Impara a vedere, non a guardare». Naran non perde l’occasione per ripetere tutto ciò che ha imparato da sua madre... In effetti, credo che lo faccia probabilmente per attirare la mia attenzione come se fosse una richiesta indiretta di aiuto, anzi per mandarmi un forte e chiaro messaggio: chi si innamora di altre donne, muore. Non so se ha paura per la mia morte, per la punizione che cadrebbe sulla mia testa o vuole semplicemente avvisarmi, accusarmi o minacciarmi. Forse, la minaccia la rappresenta allontanandosi da me o parlando con altri, come ha fatto con lei pur senza conoscerla o perché l’avrà visto come un uomo buono, un «vecchio zio» … mi scusi il paragone. O ancora, credendo di farmi ingelosire. E ci riesce. Lui non sa che dentro sono come morto e sotto le ceneri di sua madre covo quei due grani di brace che servono esclusivamente per riscaldare il loro cuore. Ma noto che mi riesce difficile farmi amare e colmare, almeno per un’infinitesima parte, l’assenza della mamma. Non ci riesco. È terribile, lo so … tutto quanto è terribile... Sono giovane … e penso che nessuno conosca in anticipo il mestiere di padre. Di una cosa però sono più che certo, che li amo più della mia stessa vita e che soltanto loro potranno tenermi sempre vivo, nella stessa misura in cui mia moglie, per 10 anni, mi ha reso l’uomo più fortunato e felice del mondo. Vuol sapere Naran cosa mi dice quando siamo soli? Dice di essere lo spirito di sua madre, che lui vede attraverso i suoi occhi ed è il riflesso della sua luce. Sembrano cose dette da un bambino queste? Sua madre si chiamava Bolormaa, cioè «Madre di cristallo» …

La parola cristallo deriva da freddo, gelo … quello che Naran tenta di sciogliere con la memoria ... La mia viaggia come in un denso liquido cielo, tra stelle filanti e sassi rotondi così come tra tiepide notti d’agosto che schiumeggiano di onde lente, quando mi immergo nella mia musica che amo ascoltare in cuffia ad alto volume: “Babe I’m gonna leave you” dei Led Zeppelin: - Mi hai reso felice quando il cielo era grigio, ma ora devo proprio andare. Baby[19]; “Bohemian rhapsody“ dei Queen: - Mamma oh, non voglio morire, alcune volte vorrei non essere mai nato. Vedo una piccola sagoma di un uomo[…] Così voi pensate di potermi amare e lasciarmi morire [20]; “Oceano di silenzio“ di Battiato: - […] Un oceano di silenzio scorre lento senza centro né principio, cosa avrei visto del mondo senza questa luce che illumina i miei pensieri neri; “Space oddity“ di Bowie o Hadfield: - Sono qui che galleggio attorno al mio barattolo di latta, lontano sopra la Luna, il pianeta Terra è blu e non c’è niente che io possa fare[21].Queste musiche non mi restituiscono soltanto il ricordo sonoro, ma ricreano vissute atmosfere, emozioni sopite, dolci tristezze, luoghi, volti, odori, profumi, brividi, pericoli … Tutte atmosfere uniche e diverse: stagioni di amori mai raggiunti e di idee sfavillanti, di mondi da mordere, di incendi e fuoco fuso che impazziva le vene, di futili disperazioni, di mari lucenti, di albe stanche e notti randagie, di illusioni che nutrivano e di singhiozzi contratti, di donne occhieggianti e di amicizie ridenti. “Bourée” dei Jethro Tull; “750.000 anni fa, l’amore?“ del Banco del Mutuo Soccorso: Se mi vedessi fuggiresti via, e pianto le unghie in terra, l’argilla rossa mi nasconde il viso, ma vorrei per un momento stringerti a me qui, sul mio petto, ma non posso, fuggiresti, fuggiresti via da me, io non posso possederti, possederti io non posso, fuggiresti […] Corpo chiaro dai larghi fianchi, ti porterei nei verdi campi e danzerei, sotto la luna danzerei con te. Lo so la mente vuole, ma il labbro inerte non sa dire niente, si è fatto scuro il cielo, già ti allontani, resta ancora a bere, mia davvero ah fosse vero, ma chi son io … uno scimmione, senza ragione … Stagioni in cui gli ideali sembravano tangibili come vele all’orizzonte, scossi e plasmati da voci e musiche che sembravano provenire da qualche parte dell’Universo che non conoscevo: “Angie“ dei Rolling Stones: - Ma Angie, non è bello essere vivi?[22]; “Summertime” di Janis Joplin: - Una di queste mattine tu ti alzerai, ti alzerai cantando, stenderai le tue ali, bimbo, toccherai, toccherai il cielo Signore, il cielo[23]); “Imagine” di John Lennon: - Si potrebbe dire che io sia un sognatore, ma io non sono l’unico. Spero che un giorno vi unirete a noi ed il mondo sarà come un’unica entità[24]; “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” di Joan Baez: - Capelli lunghi non porta più, non suona la chitarra ma uno strumento che sempre dà la stessa nota ratatata. Non ha più amici, non ha più fans, vede la gente cadere giù: nel suo paese non tornerà adesso è morto nel Vietnam; “The wall” dei Pink Floyd: - Non abbiamo bisogno di educazione, non abbiamo bisogno di essere sorvegliati[25]; “No more I ove you’s” di Annie Lennox: - La gente sta diventando pazza. Ma noi vogliamo solo tornare, e sai una cosa mamma? Tutti si comportavano veramente da pazzi. I mostri sono pazzi. Ci sono mostri là fuori[26]; “Vivere“ di Bocelli: - […] Io che non potrò mai creare niente, io amo l’amore ma non la gente, io che non sarò mai un Dio. […] Vivere, nessuno mai che l’ha insegnato, vivere fotocopiandoci il passato, vivere, anche se non l’ho chiesto io di vivere, come una canzone che nessuno canterà; Per amore: - Hai mai fatto niente solo per amore, hai sfidato il vento e urlato mai, diviso il cuore stesso, pagato e riscommesso, dietro questa mania che resta solo mia?; “Romanza” dello stesso autore: -  È forse colpa mia e così son rimasto così son rimasto così, già la sento che non può più sentir, in silenzio se ne è andata a dormir è già andata a dormire; “Caruso” di Lucio dalla: - Ma erano solo le lampare di una bianca scia di un’elica. Sentì il dolore nella musica, si alzò dal pianoforte, ma quando vide la luna uscire da una nuvola, gli sembrò più dolce anche la morte. Guardò negli occhi la ragazza, quelli occhi verdi come il mare, poi all'improvviso uscì una lacrima e lui credette di affogare. Te voglio bene assaje, ma tanto tanto bene sai. È una catena ormai che scioglie il sangue dint’ ‘e ‘vvene, sai …

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, libro edito da Punto Agro News, 2017

(con fotoemozioni di Laura Giordano)


[1] Cfr. Salmo 139

[2] Cfr. R. Guénon, L’occhio che vede

[3] Scoperti nel 1900 da Karl Ernest Landsteiner, premio Nobelper la medicina e la fisiologia del1930

[4] Polimorfismo, ovvero un carattere con diversi fenotipi nella stessa popolazione,

[5] Cfr. scienzasb.blogspot.it/2014/10/rh-negativo-misterioso-gruppo-sanguigno.html

[6] SangreAzul, termine di origine spagnola per distinguere il sangue dei moriscos (berberi-magrebini ed arabi) da quello dei bianchi.

[7]  Cfr, Bibbia, Genesi, 6,1-8

[8] Cfr. scienzasb.blogspot.it/2014/10/rh-negativo-misterioso-gruppo-sanguigno.html

[9] Sulle caratteristiche bio-psico-somatiche dei gruppi sanguigni, cfr. gli studi di Lèone Bourdel, Hara Kimata, Takeji Furukawa, Masahiko Nomi, A. Ienca.

[10] Cfr. Giovanni, 1

[11] Cfr. C.G.Jung, Libro Rosso, p.282)

[12] Cfr. P. Florenskij, Il Valore magico della parola.

[13] Cfr. D. Romanelli, Viaggio a Pompei, Ed. A. Trani, Napoli, 1817

[14]  Cfr. Svetonio, Claudio, cap. V, ec. 27

[15] Una varietà di piccole pere a grappolo che i pompeiani importavano dall’Etruria

[16] Cfr. CIL IV, 1454

[17] Cfr. treccani.it

[18] Francesizzazione: da piccolo toupet.

[19] You made me happy when skies were grey, but now I go to go away. Baby

[20] Mama, I don’t want to die, I sometimes wish I’d never been born at all. I see a little silhouette of a man. So you think you can love me and leave me to die.

[21] Here am I floating round my tin can far above the Moon, planet Earth is blue and there’s nothing I can do

[22] But Angie, Angie, ain’t it good to be alive?

[23] One of these mornings You’re going to rise, rise up singing. You’re going to spread your wings Child, and take, take to the sky Lord, the sky

[24] You may say I’m a dreamer. But I’m not the only one, I hope someday you’ll join us, and the world will be as one (

[25] we don’t need no education. We don’t need no thought control

[26] They were being really crazy. They were on the come. And you know what mummy? Everybody was being really crazy.Uh huh. The monsters are crazy. There are monsters outside

 

 

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