Privacy e identità: quanto paghiamo in realtà per i servizi gratuiti?

30 Gennaio 2018 Author :  

Facebook, Amazon, Google e tantissime altre aziende ci offrono quotidianamente una moltitudine di servizi gratuiti, che miliardi di utenti utilizzano in maniera continuativa. Spesso gli strumenti che ci vengono offerti sotto forma di servizi o applicativi software diventano necessari per tantissime categorie di professionisti, che ormai non possono più farne a meno. Qual è però lo scotto da pagare? Sappiamo bene che nessuno (o quasi, NdR) da nulla gratis, a questo mondo. E le multinazionali dei servizi e dell’informazione lo sanno bene.

Dimmi cosa cerchi e ti dirò chi sei - Google è nata inizialmente come un’azienda che offriva un motore di ricerca, capace di indicizzare in modo organico milioni e milioni di pagine web. Con il tempo però è cresciuta in maniera esponenziale, diversificando i suoi prodotti ed interessi, ma la principale fonte di introiti per la società di Mountain View è sempre una: la vendita delle pubblicità per i suoi servizi.
Per poter vendere spazi pubblicitari a chiunque ne faccia richiesta, Google deve essere in grado di poter offrire un alto tasso di affinità tra il prodotto ed i servizi pubblicizzati e l’utente finale che finirà per visualizzare tali pubblicità. Giusto per rendere l’idea: nel 2016 l’azienda ha ricavato 75 miliardi di dollari, di cui ben 67 miliardi grazie alla vendita di pubblicità. Ecco perché Google colleziona dati in modo incessante su di noi: in maniera esplicita quando utilizziamo i suoi servizi, come Google Maps o YouTube, dove per poterli utilizzare siamo tenuti ad accettare delle condizioni di servizio; oppure in maniera implicita, ad esempio quando utilizziamo il suo motore per ricerche personali, di lavoro, relative allo shopping e quant’altro.
C’è da dire che, rispetto alla moltitudine di aziende che operano un’estensiva raccolta dati, Google ha un alto tasso di trasparenza: chiunque abbia un account registrato può accedere ad una console e controllare uno per uno tutti i dati che vengono analizzati, scegliere consapevolmente a quali si può accedere ed in generale, a meno che non si dia un esplicito consenso, i nostri dati sensibili sono al sicuro all’interno dei server di Google.
Se con l’azienda numero uno in termini di utilizzo e raccolta dati possiamo essere relativamente tranquilli per ciò che concerne la privacy dei nostri dati e la quantità di informazioni sulla nostra identità digitale, la domanda che sorge è: da chi bisogna fare attenzione?

Lunga vita a Facebook, re del data-mining - Molti lettori probabilmente lo sapranno già, ma ribadirlo spesso non fa mai male: non c’è nessuna altra azienda che colleziona più dati personali di Facebook. In questo post pubblicato sul blog di Paolo Attivissimo c’è la traduzione in italiano dell’articolo originale redatto da Il Washington Post. in cui si evidenziano ben 98 (novantotto!) cose che il social blu conosce di voi quando accedete ai suoi servizi.
Facebook, che detiene anche Whatsapp e Instagram, non raccoglie questi dati per fare del gossip spicciolo sulle vostre vite: lo scopo ultimo è sempre quello di “vendere” i vostri dati ad aziende terze da una parte, mentre dall’altra si prenderà cura di mostrarvi articoli e contenuti multimediali sponsorizzati pertinenti alle vostre preferenze, o semplicemente pubblicità comprate sulla piattaforma stessa.
Converrete che al giorno d’oggi, dove l’autorevolezza di un sito/blog/fonte d’informazione passa sempre più spesso (purtroppo) per i numeri di followers/fans/sostenitori, poter avere sempre l’opportunità di pubblicizzare i propri prodotti e servizi ad un target di pubblico che potrebbe essere realmente interessato agli stessi è un enorme vantaggio. La competizione è sempre più agguerrita, e vivere del solo passaparola sperando che i propri contenuti o servizi vengano notati è come chiedere di trovare una pagliuzza d’oro in un pagliaio.
Il bello, il brutto e il cattivo -  Google, Facebook e Amazon, così come dicevamo in apertura, sono tutti colpevoli: colpevoli di averci coccolato per anni con servizi e prodotti a cui possiamo avere accesso gratuitamente. In cambio però dobbiamo essere assolutamente consapevoli del fatto che ogni volta che utilizziamo un servizio, un pezzo della nostra privacy va via, e spesso non sappiamo neanche in che mani vada a finire.
La nostra identità digitale rappresenta, in media, un quadro completo della nostra identità reale: gusti, luoghi che frequentiamo, cerchie di amicizie, colleghi, lavoro sono tutte informazioni che vengono collezionate incessantemente da qualsiasi strumento tecnologico in nostro possesso: smartphone, PC, tablet, dispositivi smart indossabili. Persino la “scatola nera” che inseriamo nella nostra auto per risparmiare un po’ di più sull’assicurazione RC registra le nostre abitudini, e alla fine dell’anno ci dà un voto: se abusiamo troppo dell’acceleratore ci bolla sotto il monito “Guida pericolosa”.
Il data-mining, ovvero la raccolta dei dati, è il petrolio del nuovo millennio: l’informazione è la moneta di scambio che regna sovrana, nel bizzarro mondo smart in cui viviamo oggi. Chi ha più dati ha più introiti, perché ha una moneta di scambio maggiore. Tutti, e dico proprio tutti, sono interessati ai nostri dati, e non basta non essere iscritti ai social per essere al riparo dai meccanismi che erodono giorno dopo giorno, un po’ per volta, la nostra privacy.
Quello di cui abbiamo bisogno è sicuramente di una legislazione, Italiana ed Europea, al passo con i tempi e che salvaguardi sempre più la nostra privacy ed i nostri dati da chi vorrebbe farne un uso indiscriminato: solo in questo modo si può, in qualche modo, mettere un argine all’enorme diga del mare di informazioni che forniamo quotidianamente a governi e multinazionali. E non solo.

Punto Agro News

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