Santa Chiara de li pagani

19 Febbraio 2018 Author :  

Una fratta verde, gravida di foglie lucenti, è recisa dal cardo[1], ovvero dalla strada che da Nord, cioè da Pompei, conduce a Sud verso Salerno, ai piedi dell’antica roccaforte dei Drengot[2]: il castello Arechi prominente sul mare. Nell’aria il profumo di fior d’arancio trionfa sui noci inodori e sulle robuste mortelle aggrovigliate. Da Salerno a La Cava[3], sino a Nocera de’ li Pagani, la strada è ancora disselciata. Per accomodarla i villani di Raimondo Berengario, feudatario del Castello del Parco, per ordine dello Zoppo cioè di Carlo II d’Angiò, frantumano le selci rugginose a colpi di mazza. La strada, ad un certo punto, si dilata fondendosi alla radura dove s’erge disadorno il frontespizio di un convento recintato da una grande cancellata nera che lascia intravedere, dietro di essa, un vasto cortile. È il monastero dei Frati Minori di San Francesco di Nocera de’ Pagani. È il 1307. Il Monastero non somiglia al luogo di Narciso e Boccadoro[4]. È essenziale, povero. Non vi si ode il vociare degli scolari, ma schianti di pietre. Ancora lavorano alla sua fabbrica uomini mezzi ignudi. È autunno e le foglie scricchiolano al cadere dei malli squarciati. Nella corte recintata asini con le gerle cariche di legna e di limoni scalciano un cane latroso, una mucca agita pigramente la coda per scacciare le mosche, mentre alcuni fraticelli scalzi ramazzano il lastricato ancora cedevole. Secoli di silenzio e di guerre rintronanti. Dopo l’alluvione scoppia la peste nera. È il 1656. Il monastero ospita adesso trenta monachelle di Santa Chiara in clausura perpetua. Quasi tutte di nobile lignaggio. Alcune molto belle, ma i loro lineamenti sono inaspriti dalla morsa della cuffia bianca. Non vi è più la cancellata, ma un torreggiante muro scalcinato che ingabbia anche i raggi del sole. Cavalli al galoppo rallentano dinanzi all’erta muraglia sbiancata dalla calce. Un cavaliere diretto a Nord, con velluto e broccati, quasi si ferma. Il mantello polveroso gli ricade sugli stivali. Si segna con la croce. I muscoli del viso si rilassano in una piega infelice. Lancia uno sguardo al di là della corte imbiancata. Si odono echi di cori e melodie d’organo. Quei suoni celestiali vengono sopraffatti dal tonfo dei carrettoni di cadaveri ammucchiati. La macchia verde è adesso una landa di cumuli di terra, di fosse profonde: un avello imputridito da migliaia di cadaveri. Don Francesco Mogra y Corte Real si è rinchiuso nel Palazzo. Ormai sono molti giorni che non caccia al Parco. La collina è invasa da roghi, ed il fumo scende a valle come un sudario. I Francesi, depredatori del Patrimonio di Pietro, ordinano la chiusura dei Conventi. Nella Valle del Sarno uno dei pochi conforti è il Convento di Santa Chiara che accoglie le consorelle dei monasteri soppressi. Il bisbiglio che si ode dalla strada antistante lastricata di basoli bluastri, è simile a quello delle camere ardenti. Non bastano quei semplici stucchi barocchi ad aggraziare il luogo. È un continuo via-vai ed uno sbatacchiare di battenti di ferro. Il robusto portone che dà accesso al cortile prospiciente la chiesa, è serrato. Il cremisi della muraglia intonacata assorbe l’albore rosato di maggio. Le campane tacciono. È il 1809. I grassatori, arroccati nella piccola torre dirimpetto, rapinano i viandanti che si recano al convento con uova, piccioni e galline. Quelle torrettelunghe e strette sparse per tutto il territorio, qualche secolo prima venivano utilizzate per la cattura di piccioni selvatici. In ogni torre uno o più frombolieri cioè cacciatori armati di fionda, vi si stanziavano immobili in attesa che i banditori, chiamati in gergo gridatori, avvistassero gli uccelli arrivare a stormi. Alle loro grida i frombolieri fiondavano in quella direzione sassolini bianchi per spingerli verso le reti tese in più zone. Gli uccelli, spinti dai sassolini come esche, si intrappolavano in gran numero nelle reti e poi venivano catturati per essere mangiati o venduti. Nei cortili e nei conventi il monaco ribelle Fra’ Peluso[5] tiene riunioni clandestine sbraitando animosamente contro li Franzosi. Il tempo scorre. Il Convento, adesso abitato placidamente da un manipolo di suore devote, perde ogni giorno un pezzo di fabbrica e di sacralità: ora sorge un negozio di ferramenta che demistifica l’imperscrutabile muraglia; ora si erge un moderno palazzo color vinaccia che violenta, col suo sguardo, la cantoria sprangata; ora c’è un gommista che sacramenta contro l’avventore; ora si ode lo stridore delle gomme dei veicoli, tradite dal selciato; ora, ancora, c’è un viandante che l’ignora ed il credente che non più si segna la croce. Quel luogo sembra essere diventato, nonostante il suo fardello carico di storia, un moribondo che, per l’ultimo addio, chiede di sfiorare la sua terra violata a piedi nudi.


[1] Cardo o cardine: via disposta da nord a sud che si interseca con il decumano (est-ovest) sulle quali era costruito il modello urbanistico romano.

[2] Il castello di Salerno. Arechi II lo elesse a simbolo della nuova capitale trasferita dal ducato di Benevento a quello di Salerno. La fortezza, già preesistente, è sul monte Bonadies a 300 m. s. l. m.

[3] La Cava o terre de la Cava è l’antica denominazione della città di Cava de’ Tirreni (Sa).

[4] Cfr. Narciso e Boccadoro, titolo del famoso romanzo di Hermann Hesse.

[5] Cfr. G. Sinatore, Malacapezza, un cavallo persano per Napoleone, romanzo storico, Sarno, Ed. dell’Ippogrifo, 2009, p. 39: - A Salerno, era presente alla festa anche un nutrito gruppo di ecclesiastici, molto agguerriti, legati con coraggio e per principio a fra’ Peluso ‘o Nucerese il quale, agendo sotto l’egida di don Francesco Saverio Calenda, Vicario Capitolare Diocesi di Nocera, conquistava terreno e proseliti, sensibilizzando l’intero clero campano contro i Francesi di re Gioacchino Murat.

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