Metamorfosi. Che sempre meraviglia

20 Febbraio 2018 Author :  

Fa freddo. Un venticello molesto sventola le vesti delle studentesse e nasconde il viso di due giovani indiane nella nube dei loro veli variopinti. Il cielo è pennellato da sprazzi grigio-porpora e la linea dell’orizzonte recide il mare di Salerno. Dall’altra parte della Stazione, dove sostano le locomotive guaste, centinaia di passeri saltellano, da ramo a ramo, tra due alberi frondosi, scuotendone le foglie. I raggi del sole primaverile scintillano sui binari deserti, nell’indolenza generale. Su una panchina imbrattata di rosso due uomini discutono tra di loro. Più in là una ragazza si lucida le labbra mentre una coppietta, addossata ad un pilastro fa l’amore con gli occhi e, di fronte ad essa, un giovane con una bomboletta spray scrive sul bordo della banchina: - Nei tuoi occhi, io volo. Ritorna, ho bisogno del tuo amore. Io sono là, in piedi. Osservo con la mia connaturata tensione tutto ciò che si muove, muove e mi commuove. Mi soffermo sulla coppietta che brucia di desiderio. Quella fiamma è la stessa che in principio disegnò le sfere ed infuocò le stelle. Sul marciapiede del binario 3, seduti su un muretto, altri viaggiatori attendono il treno con il capo chino sui telefonini. Uno di essi è scalzo, indossa un saio grigio e sfoglia un libro. Lo chiude. Guarda nel vuoto. Lo riapre e poi lo richiude, fissando ancora nel vuoto. Così più volte. Ripetendo ad intervalli gli stessi gesti. Sono molto curioso di sapere che cosa stia leggendo. Ha circa trent’anni. Dagli altoparlanti la goffa voce elettronica dirama l’ennesimo annuncio taroccato: - Per lo sciopero dei trasporti regionali indetto dalle organizzazioni sindacali il treno regionale 3702 delle 7,32 è soppresso. L’Intercity 550 con fermata Napoli Centrale, via Bivio Santa Lucia, è il primo treno utile per Napoli e partirà dal binario 3 alle ore 9,47. Non effettuerà fermate intermedie. Trenitalia vi ringrazia e si scusa per il disagio. Il frate lancia un’ultima occhiata alla copertina del suo libro, eppoi volge lo sguardo sulla coppietta, sorridendomi compiaciuto. Si alza. Si dirige verso il corrimano del sottopassaggio e vi appoggia la schiena. Infine alza lo sguardo verso il cielo, muovendo leggermente il collo per catturarne la speranzella di sole. Io lo guardo con attenzione. Sono molto incuriosito dalla sua vita. Il gesto di cogliere il sole ad occhi socchiusi mi riempie di felicità, così come mi consolano la coppietta, il ragazzo, il sole primaverile, lo stormire degli uccelli tra gli alberi, il loro canto e i veli variopinti. Mi riempiono di una speranza buona. Tralascio per un attimo i disagi causati dallo sciopero dei treni. Ho come la sensazione che la vita sia ancora in vita, ed il profumo dei fiori, il diletto per i sentieri erbosi ed il rincorrere lo spettacolo del cielo profondo, non siano soltanto un mio desiderio, ma un bisogno ancora per molti di voler cogliere, della vita, la sua autentica bellezza. Il giovane con la bomboletta ha terminato di scrivere il suo appello disperato aggiungendovi la firma: Otello. Un poliziotto gli si avvicina, gli chiede severamente i documenti e gli fa cenno di seguirlo dall’altra parte della stazione. All’improvviso una lunga ombra mi investe. Ne sento la frescura. Mi volgo verso il monaco: ha il libro chiuso tra le mani. Finalmente ne vedo la copertina: è blu con un triangolo giallo, ed il suo titolo è lungo. Non riesco a leggerlo a volo. Mi avvicino con discrezione: - Godel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante. L’autore è Douglas Hofstadter. Il monaco, notando il mio interesse, me lo porge e dice: - Vuole dargli un’occhiata? È una grande sinfonia di contrappunti matematici, visivi e musicali. Sembra Joyce. Parla della bellezza. Annuisco divertito. Lo prendo. È un librone di un migliaio di pagine. Lo sfoglio. Gli rispondo cordialmente: - Grazie. Ma mi incuriosiva perché lo stava leggendo lei. Poi, d’istinto gli chiedo: - Com’è questa sua vita? Lei è molto giovane … Lui, serafico: - Un libro è un uomo che parla a tutti e per quanto riguarda questa mia vita, è la mia vita. E poi, chi è che conosce il Mondo? C’è chi cerca se stesso e trova Dio, e chi cerca Dio e trova il mondo. Se non si cerca, non si trova. Questi ragazzi, forse non sapranno ancora che cosa cercare, eppure rincorrono alla cieca l’amore. Io annuisco, ma sembro un cretino. Lui fa un passo indietro per allontanarsi, ma io lo trattengo mostrandogli il libro che ha lasciato nelle mie mani. Poi, cretino per cretino, ormai la figuraccia l’ho fatta, gli chiedo ancora: - Lei che cosa ha trovato? Mi guarda stranito e con una smorfia, forse di imbarazzo o non so di cosa, mi risponde: - Il Tutto … Allora dondolo un po’ la testa come per dirgli: - Beato te, e gli restituisco il libro ringraziandolo. Lui si allontana. Lo seguo con lo sguardo. Vorrei saperne ancora di più. Lo raggiungo in fondo alla marciapiede dove c’è l’ultima panchina. Non legge più. Mi avvicino con sfacciataggine e gli chiedo scusa per le mie stupide domande. Poi, gli chiedo di potermi intrattenere ancora un po’ con lui. Sorride, mi fissa, e dice: - Prego, si sieda…. Io mi siedo, accavallo le gambe e lui, come se avesse premuto un interruttore, guardando i suoi piedi nudi inizia a parlare: - Avevo ancora in mente il suono solenne dell’organo che accompagnava il mio incedere verso l’uscita della chiesetta del monastero. Mi avevano chiesto di spogliarmi del saio. Mi ero denudato come Francesco d’Assisi tra i loro sguardi disapprovanti. Dinanzi a me, mentre l’abate sollevava l’ostensorio, i fratelli chinavano il capo chiudendo gli occhi, forse per tacere la mente ed ascoltare il cuore o viceversa, non saprei dirlo. Io camminavo tra di loro con i piedi nudi ed il capo tonso. Ero felice. Qualcuno mi sfiorava con la mano in segno di saluto, altri si spostavano per lasciarmi passare senza degnarmi di uno sguardo. Chissà se qualcuno era felice per me. E se lo era, perché allora non mi seguiva? Se amava la vita quanto l’amavo io e voleva renderne grazie a Nostro Signore, perché non sentiva come me il bisogno di ascoltare il respiro del mare? Perché rinunciava di elevare lo sguardo della libertà verso il cielo e conoscere il mondo con il cuor leggero di gioia? Perché innalzava il dolore quale pena da scontare, nonostante Dio ci avesse concesso la vita quale dono? Io sapevo che il venire alla luce fosse un privilegio, un premio, non una espiazione; perché, dunque, non dovrebbe essere la felicità a dominare ogni passione, a segnare il cammino dell’uomo? Cristo ha rimosso il dolore dalla paura, affinché essa non nuocesse più condizionando la via della vita e quella della morte. La sua crocifissione è la sconfitta del dolore, non la celebrazione della sofferenza. E la fede stessa, non è dolore, né fuga dalla paura della morte, così come il convento non può essere una fuga dalla vita. Almeno per me. Tutti quelli come me, si erano rinchiusi per dare voce allo spirito e dialogare felicemente con Dio, lontano dal frastuono, per fare la Sua Volontà, ma senza però riconoscere gerarchie, come avevo appreso dagli scritti di fratel Gioacchino di Fiore. Quando parlo al Signore sono felice nella stessa misura in cui la felicità mi inonda alla sola ombra del suo pensiero. Andando via, in quel momento stavo facendo non altro che la Sua volontà, nient’altro che la Sua volontà. Io so che il Signore vuole che io sia felice e trasmetta questa mia gioia al mondo intero, per la sua gloria e potenza. Non credo in una chiesa del dolore, ma di grazia e gioia gaia, per celebrare la bellezza del dono della vita. In convento non ho conosciuto la felicità ma la pace, la limitazione, la protezione. Ho conosciuto anche il potere della solitudine, ma da quando ho saputo riconoscere la Voce del mio Signore, ho avuto la certezza che solo non lo sarei stato mai più. Ho preso i voti che ero giovanissimo, ispirato da Francesco, dal suo saper parlare alle cose del mondo, dal suo rotolarsi nel fango per diventare egli stesso terra, concime e seme. Mano a mano che mi avvicinavo all’uscita, le mani mi sudavano sempre di più. Sono stato da sempre un solitario, tutto ha voluto che lo fossi, anche tra la gente che amo. Ma ora so di essere tutt’uno col vento. Pensare liberamente a queste cose, mi ha fatto sentire lungamente un eretico. Poi, avvicinandomi alla grandezza del Creato, agli astri, ammirandone il fulgore occhieggiante, il sole accecante, l’argentea aura della luna, il buio luminoso dello spazio, ho capito che c’era un solo desiderio da realizzare: ascoltare la voce di Nostro Signore per raccogliere nel mondo, le piume disperse dai vènti. Tutti gli esseri sono Dio nella loro essenza, ma Dio non è tutti nella sua infinitezza, e portare il mio aiuto a chi è sulla strada indicatami da Dio, è ascoltare Dio. Se non c’è felicità, caro signor … Ed io, rapido: - Gerardo… Lui, continuando: - … Gerardo, è una vita negata e senza di Lui, è una vita inappagata. Lo guardo incantato, gli sorrido impercettibilmente, sono turbato e non so che nome dare a questa nuova ed esclusiva emozione che provo. Chino il capo e gli stringo istintivamente entrambe le mani, rilassate sulle ginocchia, in un interminabile e densissimo silenzio. Nella mia pusillanimità, io, invece, non ho alcuna necessità di gridare: - Ego vici mundum[1], Ho vinto il mondo, né di raccontare guardandomi i piedi nudi. Il mio unico desiderio è vivere la mia blasfema terrenità. Voglio essere amato, amare, conoscere, viaggiare, mischiarmi con altri e fare tutte le cose che fanno gli altri, come le fanno tutti nella più assoluta e banale normalità. Intrappolato nel mio non-essere, l’unica cosa di cui ho bisogno è di sentire urlare la voce della vita, in uno dei suoi innumerabili dialetti, che mi indichi l’ultimo tratto … Quando il monaco se ne va è come se portasse via con sé un mondo intero, una fragranza di compiutezza e con essa ogni vivido colore, ogni dolce incanto. La luce del sole sembra essersi spenta adesso, ma non nel mio cuore che il fraticello ha spalancato. Guardo verso l’uscita. Vedo la sua ombra che lo insegue e che scivola sul marciapiede, si modella su di esso, supera il pietrisco, i binari scintillanti, risale sull’altro marciapiede e si confonde tra le mille ombre di un’umanità, che sempre meraviglia.

 

di Gerardo Sinatore, tratto da INDACO, edito da Punto Agro News, 2017

(con fotoemozioni di Laura Giordano)


[1] Cfr. Giovanni, 16, 33.

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