Il dramma suicidi tra minori, i consigli della psicologa

01 Marzo 2018 Author :  

Namastè cari lettori,
Secondo voi un giovane adolescente può desiderare la morte?
Mi piacerebbe dirvi di no, ma la realtà e le cronache di ogni giorno ci mostrano quanto purtroppo questo fenomeno sia presente. Parlare di ragazzi e di suicidio nella stessa frase mi fa male in qualità di psicoterapeuta, ma credo che sia una sconfitta della società intera.
Condivido con voi un passaggio tratto da una seduta terapeutica avuta con un piccolo paziente:

“Cammino sul terrazzo, sento le lacrime scendere sul mio viso, so che è colpa mia, tutti me lo dicono lo so. Mi affaccio e per un attimo sento una forza che mi invita a lasciarmi andare, desidero quel silenzio, desidero quella pace, desidero far tacere tutti i miei pensieri, tutte le urla, desidero far smettere alle lacrime di scendere. Desidero morire”. G.O.

Perché un ragazzino dovrebbe decidere di togliersi la vita?

L’adolescenza è un periodo della vita molto particolare perché caratterizzato da una intrinseca vulnerabilità psicologica. È il periodo della vita in cui ci sono le prime esperienze, dove si sperimenta la capacità di relazionarsi e soprattutto l’autodeterminazione. Queste caratteristiche unite con altre variabili rende la gestione di questa fase piuttosto difficile per i nostri ragazzi.
Diversi studi su questo fenomeno mettono in risalto diversi fattori che possono incidono su tale fenomeno, come: le componenti caratteriali; la presenza di difficoltà di rapporti familiari; la difficoltà dei rapporti con i propri coetanei; l’essere vittima di bullismo o cyberbullismo, di omofobia o xenofobia.
Insomma tanti risultano essere le variabili che possono indurre un ragazzino a tentare di togliersi la vita, o purtroppo a riuscirci in casi estremi.
Analizzando più da vicino gli aspetti delle variabili precedentemente prese in considerazione, possiamo osservare:
• Spesso il suicidio in giovane età è legato a sentimenti di angoscia e disperazione, a comportamenti impulsivi e difficoltà nel relazionarsi con gli altri, con molta probabilità conseguente ad un disagio psicologico molto profondo. Questo fa sì che non si sperimentino le giuste abilità sociali per superare i momenti difficili, tendendo all’isolamento sociale;
• I rapporti difficili in ambito familiare impediscono al bambino di seguire un sano sviluppo psico-emotivo. Pur volendo comprendere la difficoltà di essere genitori e la pressione che la nostra società impone sui nuclei familiari, spesso il modello genitoriale diventa altamente disfunzionale. Molto spesso i genitori tendono a considerare solo le loro problematiche, magari concentrandosi sui conflitti interni alla coppia genitoriale, piuttosto che su come questi conflitti vengano realmente vissuti dai bambini. Per non parlare dei genitori abusanti sia fisicamente che psicologicamente. Un ambiente del genere, altamente invalidante, indebolisce le risorse individuali del bambino nel saper gestire i momenti di crisi facendolo chiudere nel proprio bozzolo;
• un’altra variabile, spesso riportata nelle cronache nere, è l’essere vittima di bullismo o cyberbullismo. I motivi perché si instaurino queste dinamiche sono davvero innumerevoli, basta anche solo non indossare abiti alla moda, o avere degli atteggiamenti non riconosciuti giusti dalla massa. Ad esempio alla ribalta delle cronache nere c’è stato il caso del suicidio di una ragazza presa in giro perché considerata brutta e diversa rispetto ai compagni. A volte le piccole vittime risultano essere accerchiate, non solo a scuola, ambiente definito e circoscritto, ma a causa della natura intrinseca di internet, ma vengono creati degli spazi, come le chat di gruppo sulle varie piattaforme, dove gli sfottò le denigrazioni sono costanti e non hanno una fine. Questo risulta ingestibile per le piccole vittime tanto da considerare la morte come unica via di fuga.

Come poter correre ai ripari?

In primis, sarebbe ideale creare degli spazi di ascolto e condivisione, dove i bambini possano sentirsi liberi di manifestare i loro disagi. Tali spazi possono essere creati sia in seno alla famiglia, come anche nei luoghi pubblici, come scuole, parrocchie e centri di aggregazione giovanile sempre con la supervisione di esperti psicologi.
Ma ancora più importante sarebbe iniziare ad osservare i comportamenti nei nostri bambini, per riconoscere alcuni dei campanelli d’allarme, come:
• Ritiro sociale e relazioni carenti con i coetanei;
• Rapidi cambiamenti dell’umore, i bambini passano dallo stato rabbioso a quello malinconico, con scoppi di pianto o comportamenti eccessivi, con presenza di stati ansiosi;
• Calo dell’autostima
• Disturbi del sonno
• Difficoltà di concentrazione e di apprendimento, con conseguente calo del rendimento scolastico

Questi sono solo alcuni aspetti che possono essere facilmente riconoscibili, e in tal caso consiglio di cercare di parlare con i propri figli, o con i bambini nei quali riscontrate questi aspetti, magari cercando di essere per loro un punto di riferimento. Riuscire a creare uno spazio caldo di condivisione emotiva può realmente aiutare i nostri bambini a prevenire la cronicizzazione del malessere.
Solo azioni di sensibilizzazione di alfabetizzazione emotiva, condotte in sintonia con famiglia, scuola e professionisti del settore per implementare risorse quali l’empatia e la comunicazione efficace, possono realmente dare i giusti strumenti alle nuove generazioni.
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La sfida più difficile è essere sé stessi in un mondo dove tutti
cercano di farvi essere qualcun altro.
Namastè!

Dottoressa Raffaella Marciano
Psicologa Curatrice Rubrica Namastè
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www.psicologamarciano.it
Studio di Consulenza Psicologica e Psicoterapia, via G. Matteotti 16, San Valentino Torio (Sa).

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