Facebook: i nostri dati sono davvero al sicuro?

22 Marzo 2018 Author :  

Negli ultimi giorni Facebook e il Datagate di cui è protagonista stanno facendo parlare persone di tutto il mondo: analisti, giornalisti, persone comuni, politici non perdono occasione di dire la propria sulle scelte aziendali del social blu in seguito alla scoperta dell'utilizzo improprio, da parte di un'azienda esterna, dei dati di oltre 50 milioni di utenti per poter influenzare la campagna politica dell'ascesa di Trump al potere, ma anche della più nostrana decisione operata dal Regno Unito sul tema Brexit.

Dimmi cosa ti piace e ti dirò chi sei

Al centro della questione la società Cambridge Analytica, un'azienda che si occupa di raccogliere dati dai social network e tracciare profili specifici di singoli utenti, analizzando con algoritmi e modelli le piccole tracce che lasciamo quotidianamente su Internet e soprattutto sui social network per proporre un'offerta di contenuti altamente specializzata e personale. Fin qui nulla di male, è una pratica comune e che ha sempre più importanza nel mondo del marketing: poter arrivare alle persone che hanno un reale interesse per un determinato argomento o brand è una delle chiavi del successo di ogni azienda odierna.
Molto più pericolose sono le implicazioni tra i metodi utilizzati per raccogliere tutte queste informazioni e il loro utilizzo durante eventi importanti in cui viene chiamata in causa la Democrazia, quella con la D maiuscola. Cambridge Analytica ha sviluppato un sistema di microtargeting comportamentale, un sistema che consente di far leva non solo sui gusti delle persone ma, come la stessa azienda enuncia, sulle loro emozioni. Il cuore di questo sistema è un algoritmo sviluppato da un ricercatore del Cambridge, Michael Kosinski, che negli anni è riuscito ad affinarlo sempre di più. Talmente sofisticato che, secondo l'inventore, l'algoritmo riesce ad ottenere straordinarie informazioni sulle persone che analizza a partire da un campione molto piccolo di dati: basta l'analisi di 70 "Mi piace" per sapere più informazioni della propria cerchia di amici, 150 per avere una conoscenza superiore ai propri genitori e 300 per saperne di più del proprio partner.

Condivisione dei dati e privacy utenti

Un altro ricercatore del Cambridge, Aleksandr Korgan, sviluppò nel 2014 un'app chiamata thisisyourdigitallife: apparentemente innocua, quest'app prometteva di tracciare un profilo psicologico e "indovinare" aspetti della propria personalità. Quest'app non richiedeva la creazione di un nuovo profilo, ma permettava l'accesso tramite login di Facebook, con cui avrebbe avuto accesso ai nostri dati di base come informazioni sul sesso, età, Mi piace e la nostra cerchia di amici. Circa 270.000 persone hanno utilizzato quest'app, che ha raccolto i dati dei propri profili e delle cerchie di amici di tutte queste persone, per un totale, secondo una stima del New York Times e del Guardian, di oltre 50 milioni di persone analizzate.

Facebook dal 2007 al 2014 ha consentito ad app di terze parti come thisisyourdigitallife di raccogliere enormi quantità di informazioni in modo del tutto legittimo perché previsto dalle regole del social attraverso l'EULA (End-User License Agreement). Il problema si è posto in seguito: Korgan ha infatti deciso di condividere le informazioni raccolte con la sua app con Cambridge Analytica, una pratica illegale e in contrasto con l'EULA di cui sopra. Nessuna app di terze parti può infatti condividere le informazioni raccolte con terzi: c'è il rischio di vedere il proprio account Facebook disabilitato oltre a future azioni legali per la rottura del conratto di licenza.

Nel 2015 Facebook ha ristretto in modo considerevole l'accesso alle app di terze parti di dati sensibili e non necessari, come appunto quelli riguardanti la cerchia dei propri amici su Facebook,ma il vaso di Pandora era stato già aperto: Cambridge Analytica si è auto-denunciata nel 2014, ammettendo di poter essere entrata in possesso per sbaglio (sic!) di dati di utenti Facebook provenienti da un'app di terze parti e certificando di aver proceduto alla loro distruzione. Tutto è bene quel che finisce bene, per una volta: o forse no?

Trump, Brexit e accordi con la Russia

Potremmo concludere qui l'articolo se non ci fossero stati ulteriori sviluppi di questa vicenda che hanno portato Facebook sulla bocca di tutti in questi giorni. Si è scoperto che Cambridge Analytica non ha mai distrutto i dati riguardanti quelle 50 milioni di persone raccolte, e che potrebbero essere solo la punta dell'iceberg di una compravendita di dati da altri "data broker". Sulle pagine di cronaca però si parla del loro utilizzo per influenzare alcuni dei maggiori eventi politici degli ultimi anni, come l'ascesa al potere di Trump o il referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, per gli amici Brexit.
Non è un segreto che Trump abbia vinto soprattutto grazie ai social: Cambridge Analytica è stata assoldata dall'entourage del Presidente degli Stati Uniti perché ritenuta adatta al compito di poter influenzare gruppi di persone vicine all'area di destra o cavalcando l'onda dello slogan "Make the America Great Again!". Spesso durante i dibattiti orde ti account falsi sui social network, in gergo tecnico chiamati bot (dal termine robot), commentavano in tempo reale favorendo Trump oppure gettando ombre sulla Clinton, a seconda dell'andamento della campagna elettorale.
Decine di migliaia di pubblicità accuratamente progettate per far leva sulle emozioni delle persone sono state immesse nel circuito e grazie agli strumenti di marketing di Facebook proposte a gruppi più facilmente influenzabili, sfruttando i dati raccolti da Cambridge Analytica e il modello di microtargeting comportamentale messo a punto da Kosinski. Persone chiave dello staff di Trump, le stesse che sono dietro la scelta di aver assoldato Cambridge Analytica, hanno rapporti stretti con la Russia, accusata più volte di aver influenzato con strumenti simili le elezioni politiche in America favorendo l'ascesa di Trump.
Nel 2017 il Guardian ha dedicato una lunga inchiesta al ruolo chiave di Cambridge Analytica nella campagna referendaria sulla Brexit: l'azienda aveva collaborato alla raccolta di dati e informazioni, utilizzati per influenzare gli utenti a favore del "Leave". Sono stati messi in risalto anche gli stretti rapporti della società con forti esponenti politici a favore della Brexit, come il leader del partito populista UKIP, Nigel Farage.

La scelta giusta

Il ruolo chiave di questa vicenda però lo svolge sempre l'utente finale: che le pratiche sopra citate siano illegali e fraudolente lo deciderà la giustizia, ma per tutto il resto l'unico giudice a cui dovremmo far appello è la nostra coscienza. Bisogna essere consapevoli delle tracce digitali che lasciamo nel Web e stare attenti a non farci influenzare da chi vuole sfruttare i nostri dati per far leva sui nostri gusti o peggio, sulle nostre emozioni.
Informarsi è sempre la prima, fondamentale arma di difesa contro i millantatori. La consapevolezza della nostra vita digitale e dell'uso che viene fatto dei nostri dati non è un optional nel 2018: svendere la nostra identità digitale è incoscienza allo stato puro, e l'ignoranza (digitale e informatica) non è più ammissibile. Le scuse di Mark Zuckerberg sul Datagate che ha coinvolto Facebook sono arrivate 5 giorni dopo gli articoli di denuncia del Guardian e del New York Times, che già nel 2015 avevano messo in guardia proprio sull'utilizzo scorretto dei dati raccolti da app di terze parti. Il CEO del social blu, che conta quasi 2 miliardi di utenti iscritti, si è mostrato dispiaciuto per l'accaduto e ha ammesso l'errore da parte dell'azienda.
Ci saranno sempre più società come Cambridge Analytica pronte a venderci un prodotto o un servizio, questo è un dato di fatto e l'evoluzione naturale del marketing nell'era dell'Internet of Things: contenuti personalizzati e profili altamente specifici ricavati dal data mining e potenti algoritmi di profilazione.
Dite che si esagera? Secondo le ultime statistiche più di un italiano su tre apprende notizie esclusivamente da Facebook, e la percentuale sale ad 1 su 2 se parliamo dei Millenials al di sotto dei 35 anni. La vera sfida è saper distinguere ogni volta, per noi utenti finali, il fumo dall'arrosto e andare al cuore delle questioni importanti: informiamoci da fonti autorevoli, smettiamo di condividere fake news sui nostri social, facciamo attenzione ai dati che condividiamo con app e social, ma soprattutto non crediamo a tutto quello che troviamo sui social come Facebook.

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