Scandalo Facebook: da consumatori a prodotto nell’era digitale

10 Aprile 2018 Author :  

Ne abbiamo parlato già in questa rubrica non appena si diffuse la notizia, ma sembra che lo scandalo Cambridge Analytica abbia confuso ancora di più gli utenti, soprattutto se pensiamo al grido di protesta un po’ naïf che ha cominciato a dilagare sui vari social, che all’apparenza non sarebbero così cattivi e malvagi come quello di Mr. Zuckerberg. Ma è davvero così?

Le aziende hanno bisogno di me

Questa è la prima cosa che deve essere chiara: le nuove aziende della cosidetta economia FANG (Facebook, Amazon, Netflix e Google) non avrebbero modo di esistere, se non fossimo noi a rifocillare le loro casse. Se però per Amazon e Netflix riusciamo a comprendere i passaggi di valore, e quindi giustificare la loro crescita perché per utilizzare i servizi offerti paghiamo una quota annuale o mensile, per Facebook e Google non viene mai posto il problema. Pensiamo siano servizi gratuiti, che possiamo liberamente consumare in modo gratuito e senza ripercussioni, neanche fossero una fontana pubblica.

La verità è che senza i vostri dati, la vostra identità digitale, le vostre preferenze personali sapientemente tracciati da queste aziende non ci sarebbe Google, Facebook, Amazon e via così fino all’ultima azienda hi-tech che lavora nel campo dei Big Data. Fermiamoci un attimo però e cerchiamo di focalizzare il discorso su di un argomento specifico, partendo dal principio: i Big Data sono, per definizione, un insieme molto grande di dati. Per dati intendiamo tutte le informazioni che scorrono in una direzione o nell’altra: fatti, idee, foto, video, documenti, analisi, rapporti, campionamenti da sensori e molto altro ancora. L’insieme di dati diventa Big Data quando il loro volume, la loro velocità di trasmissione e il loro tasso di crescita diventano così grandi da non essere più analizzabili nella loro totalità, nonostante ci possa essere dietro uno sforzo immane in termini di risorse umane, software e hardware.

Big Data sono il nuovo petrolio? Ni

Precisiamo inoltre che la definizione di Big Data è mutevole in quanto cambi a seconda appunto del volume e velocità di trasmissione ed espansione della Datasfera (se mi passate il termine). L’analisi dei Big Data e il loro utilizzo da parte di aziende come Facebook e Google ha fatto la loro fortuna. Così come 100 anni fa i magnati del petrolio dominavano il mondo da un punto di vista economico, le aziende tecnologiche che utilizzano i Big Data sono tra le compagnie più redditizie al mondo, superando come fatturato il PIL di tantissime nazioni.

Molti hanno tracciato il parallelismo tra dati e petrolio: entrambi allo stato grezzo sono poco utili, devono essere raffinati per poter essere utilizzati alla loro massima capacità, rappresentano un bene che può essere immagazzinato e venduto al miglior offerente. Il parallelismo però si ferma qui, perché a differenza del petrolio, i dati acquistano maggior valore con il passare del tempo. I dati non si esauriscono, non perdono valore e ne acquistano quanto più vengono usati e distribuiti, consentendo a soggetti differenti di processarli e re-immetterli nel sistema.
Qui entra in gioco lo scandalo che ha colpito Facebook, ma che in realtà riguarda qualsiasi azienda che utilizza i nostri dati per “far cassa”: il caso Cambridge Analytica ha gettato luce su quanto possano essere importanti i nostri dati personali non solo alle aziende che sono interessati ai nostri gusti per poter meglio offrire prodotti e servizi, ma anche per influire sulle scelte che operiamo nella vita di tutti i giorni, alcune importantissime come la nostra scelta politica.

Quotidianamente vendiamo la nostra identità digitale e fisica ad aziende che raccolgono enormi informazioni su di noi, che controllano ed analizzano tutto quello che possono: nome, cognome, reddito, acquisti, cronologia delle posizioni, interessi personali, messaggi privati, rete di amicizie, interessi politici e lo fanno con algoritmi talmente potenti e vasti che sono in grado di incrociare dati da più fonti per tracciare un profilo univoco e altamente accurato di ogni singola persona. Facebook dovrebbe pagare i suoi utenti, dato che su queste due miliardi di persone che ogni mese utilizzano il social network blu ha costruito un impero fatto di analisi dei dati e advertising pubblicitario, ma non solo. L’azienda si è spinta oltre, peccando di un’ingenuità disarmante, se pensiamo che ci lavorano alcune delle più brillanti menti del globo: sono riusciti a creare un ecosistema che consente ad elementi terzi di influenzare le decisioni delle persone, e l’elezione di Trump in America o la Brexit sono solo alcune delle conseguenze ( per approfondire vedi articolo su Facebook precedente).

...e allora mi cancello!(?)

Qui ci vorrebbe un punto esclarrogativo, perché non posso rispondervi in maniera esaustiva ed oggettiva. Se da un lato possiamo pensare che troncare i nostri rapporti con una determinata azienda di servizi possa metterci al sicuro dal lavorare con i nostri dati sbagliamo di grosso.

Come detto sopra, a differenza del petrolio i dati sono riutilizzabili, acquistano valore nel tempo e si uniscono ad altri che arrivano successivamente. Se anche vi cancellaste da Facebook i vostri dati già raccolti sono una traccia indelebile che sarà sempre inequivocamente riferita a voi. E’ impensabile al giorno d’oggi pensare di non utilizzare determinati servizi per non “vendersi” alle aziende, e neanche auspicabile: non potrei mai pensare di vivere senza i servizi offerti da Google, che ad esempio trovo indispensabili sia nella vita personale che professionale.

L’ondata di protesta montata sui social con l’hashtag #DeleteFacebook mi fa sorridere: da un lato perché la percentuale di persone che si sono effettivamente cancellate da Facebook è molto bassa; dall’altro lato l’attenzione viene focalizzata su Facebook quando ci sono decine, centinaia di altri modi (ed aziende) con cui poter arrivare allo stesso risultato e che neanche sospettiamo.
Instagram ad esempio non avrà gli stessi strumenti di Facebook, e immaginiamo che l’utilizzatore medio poco si interessi di politica, ma riesce a raccogliere informazioni con la stessa abilità del social blu: molte persone non sanno neanche che Instagram, Whatsapp e Facebook fanno capo alla stessa compagnia.

Anche in Italia facciamo i furbi

Proprio di poche ore fa è la notizia che Facebook, alla luce dello scandalo in corso, ha sospeso un’app chiamata CubeYou. L’azienda ha la sede principale a San Francisco, ma anche una sede a Milano ed è capitanata da un italiano, Federico Treu. Il motivo della sospensione, in attesa di elementi che corroborino le indagini, è lo stesso per il quale è stata accusata Cambridge Analytica: l’app CubeYou è accusata di aver collezionato e rivenduto i dati sensibili appartenenti ai suoi utenti attraverso giochi e quiz, specificando che i dati raccolti sarebbero serviti soltanto per analisi statistiche anonime di prestigiose Università, tra cui quella di Cambridge.

Dal patron di Zuckerberg arrivano scuse a pioggia, ma è dal 2004 che la privacy è un argomento scottante quando si parla di Facebook e social network. L’azienda è in grado di monitorare tutti i miei post 24 ore su 24 e suggerirmi in continuazione quali sono i post migliori da promuovere, cosa fanno i competitor e cosa dovrei fare io: eppure quella stessa azienda non riesce a stabilire delle politiche ferree e rigorose sulla privacy e la protezione dei dati? Nell’era dell’utilizzo indiscriminato dell’intelligenza artificiale anche per prepararci il caffè al mattino appena svegli, riesce difficile credere che un’azienda non sia capace di tutelare i suoi interessi: in fondo la sua risorsa siamo noi.

Punto Agro News

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