Biografia essenziale su Sant'Alfonso: l'avvocato di Dio

30 Maggio 2018 Author :  

Alfonso Maria de’ Ligorio (o Liguori) nasce nella casa di campagna di famiglia a Marianella, il 27 settembre del 1696, da Giuseppe Felice de’ Liguori-Mastrillo, uomo potente, ambizioso, ricco e avaro, cavaliere del seggio di Portanova, fuciliere di Marina agli ordini del Viceré di Spagna e poi luogotenente-colonnello di galere ammiraglie, e da Anna Caterina Angelica Caballero (o Cavaliere) dei marchesi d’Avenia, imparentata ai Pagano, di origini spagnole per via materna e appartenente alla nobiltà di toga, istruita alle Cappuccinelle e nutrita di grande fede cristiana. Alfonso è il primogenito di 8 figli, seguono Antonio (poi Benedettino), le gemelle Barbara e Maddalena (la prima sarà francescana con il nome di suor Maria Luisa e la seconda morirà in tenerissima età), Annamaria (che diventerà francescana con il nome di suor Marianna), Gaetano (futuro cappellano del Tesoro di San Gennaro), TeresaMaria (che andrà in sposa a Domenico del Balzo duca di Presenzano) ed Ercole (che sposerà Marianna Capano, principessa di Pollica e contessa di Celso) il quale, da ultimo, diventa primogenito con tutti i benefici di titoli e patrimoni che la primogenitura richiedeva. Quando Alfonso nasce, Francesco de Gironimo, cappellano delle galere di suo padre e poi confessore e precettore di Alfonso, profetizza che il nascituto sarebbe morto a 90 anni, sarebbe stato vescovo e avrebbe fatto grandi cose. Tutte cose che si realizzano e quando che per volontà divina, Papa Gregorio XVI proclama Alfonso, Santo, il 26 di maggio del 1839 facendo esplodere 100 colpi di cannone da Castel Sant’Angelo, la prolamazione è per Francesco di Gironimo. Nel 1787, il 1 agosto, Alfonso muore a Pagani per sua espressa volontà.

Alfonso, denominato dai poveri il Santo e dai suoi Redentoristi l’avvocato di Dio, è fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, vescovo, dotto teologo e moralista, autore di 111 opere teologiche tradotte in oltre 60 lingue con più di 20.000 edizioni, pittore (allievo di Francesco Solimena), musicista (allievo di Gaetano Greco già maestro di Gian Battista Pergolesi), compositore ed autore del piccolo capolavoro, così verrà definito da critici come Max Dietz, intitolato Duetto tra l’anima e Gesù Cristo (o Canto di Passione), e di celebri melodie popolari e natalizie, tra cui la famosissima Tu scendi dalle stelle molto apprezzata da Giuseppe Verdi. Nel 1871, Alfonso è proclamato da papa Pio IX, Dottore della Chiesa.
Studente brillante in tutti gli studi, Alfonso eccelle in astronomia, in teologia e filosofia, supera brillantemente, a 12 anni, un esame con Gian Battista Vico. Conosce la lingua francese, lo spagnolo, il toscano, il latino e il greco. Dipinge con maestria e a 13 anni è maestro in clavicembalo (quello attualmente presente a Pagani, gli viene donato dal fratello Ercole). A 14 anni, nel 1710, da cavaliere, prende il posto tra i magistrati del Seggio di Portanova. Cavalca magistralmente, tira di spada, frequenta il teatro, gode della scorta di una guardia del corpo di nome Abdllah, frequenta i migliori salotti e tratta con nobili e persone di cultura. È un giovane di bella presenza e di grandi speranza, ha uno stile impeccabile, una personalità nobile, spiritosa, gradevole e brillante. Napoletano verace (dalle midolla), è sempre garbato con tutti, ama giocare a carte e ha la battuta sempre pronta e facile. Ha un evidente talento artistico e letterario, e la sua prima opera è una raccolta di poesie. Dedito agli studi, impartiti da precettori a casa sua, a soli 16 anni, con una particolare dispensa del Vicerè (per l’età), ottiene l’anello di dottore in diritto canonico e civile, il berretto di giudice e la toga d’avvocato, presso l’Università di Bologna. Prima del sacerdozio, vive anche una brevissima storia con Teresina, procurata da suo padre che lo vuole ricco e potente a tutti i costi. La storia però finisce sul nascere, per mancati accordi tra i rispettivi genitori. Teresina è principessa di Presicce e duchessa di Puzzomauro, ha 8 anni più giovane di Alfonso ed è la figlia di Francesco de’ Liguori, cugino di suo padre. Per delusione, Teresina rinuncia ai suoi feudi ed entra a 15 anni nelle Carmelitane dove muore di tisi a soli 20 anni. Alfonso, per ricordarla, le dedicherà una pubblicazione di 13 capitoli La vita e la morte della serva di Dio suor Teresa de Liguori. Un’altra storia, invece, sempre procurata dal padre con la figlia di Domenco del Balzo duca di Presenzano, non ha proprio inizio per volontà di Alfonso che confessa di aver trovato già la donna della sua vita nella Vergine Maria.
Nel 1718, a 22 anni, Alfonso viene nominato giudice al Regio Portulano. Nel 1723, all’età di 27 anni, Filippo Orsini duca di Gravina lo nomina suo difensore in una causa contro il Gran Duca di Toscana relativa ad una proprietà dal valore di due milioni di marchi. Perde la causa e quella sconfitta assume per lui il sapore dell’ingiustizia che incombe sui meno potenti. Per tutto ciò, dopo 8 anni di avvvocatura, vincendo tutte le cause, depone la toga esclamando:
In tutto questo vi vede, però, un segno di Dio affinché si dedichi a difendere i veri desiderosi di giustizia, ovverosia gli ultimi, gli scamazzati, i carcerati, le prostitute, gli ammalati e i condannati a morte. Frequenta i bassifondi, il mercato e il lavinaro e tutti i giorni si reca all’Ospedale degli Incurabili non facendo mancare mai la sua opera e la sua parola a tutti i 1300 degenti, così nelle carceri, nei bordelli, dove induce 30 prostitute (su 128) a riprenderssi la propria vita con la sua semplice e convincente parola che esprime nella lingua del popolo. Entra a far parte dei Monaci bianchi della giustizia per assistere i condannati a morte e tutti i giorni prega, poiché chi prega si salva e chi non prega si danna. Sostiene che la preghiera crea il ponte spirituale con Dio e la consapevolezza della propria misera umana dimensione.
Prende i voti, e nel 1729 è in procinto di partire da missionario in Cina. Non parte, ma un anno dopo, tra i pastori di Santa Maria dei Monti di Scala di Ravello, forse emulando quello che il popolo chiama ’il Santo Munaciello - cioè il taumaturgo Bonaventura di Potenza che a 15 anni ha fatto il suo precoce noviziato a Nocera de’ Pagani andando poi predicando scalzo ad Amalfi e a Ravello dove muore nel 1711 quando ancora Alfonso veste abiti broccati e porta lo spadino da cavaliere nel Seggio di Portanova - gli sorge l’idea di una Congregazione ispirata al Salvatore, un’idea spinta e sostenuta dalla visione mistica di suor Maria Celeste Crostarosa. Ed ecco che nasce la Congregazione dedicata al Santissimo Redentore, una comunità di missionari vrtuosi, preparati e ben determinati. Trovatosi a Pagani per una missione di redenzione, ma già preceduto dalla sua santità, il paganese Contaldi gli dona, con un atto del 13 ottobre del 1742, un terreno a Pagani dove vi fa costruire, su di un proprio progetto, l’attuale Basilica e convento. Da allora, Pagani diventa la sua casa preferita ed egli ama andare incontro al popolo con le sue missioni itineranti e le cappelle serotine già iniziate a Napoli. Alfonso, apostolo sotto le stelle, predica in vernacolo nei cortili dinanzi alle edicole votive della Madonna tra donne e bambini, e a volte lo fa anche cantando le sue canzoncine affinché: - prendano il posto sulla bocca e nel cuore del popolo e soprattutto dei giovinetti e delle zitelle, di quelle laide e profane canzonacce che tanto male fanno e aggiunge: - quando più il peccatore è brutto e cattivo, tanto più attira lo sguardo di Gesù. L’annuncio che chiede ai suoi Redentoristi è sui temi della misericordia, penitenza, eucarestia e preghiera. Non punta sul terrore dei castighi di Dio, ma sulla fiducia e sull’amore. Non vuole terroristi ma Redentoristi.

Nel 1747, il re delle Due Sicilie Carlo III di Spagna, gli propone di diventare arcivescovo di Palermo. Ma rifiuta. Nel 1762 viene nominato dal Papa, vescovo di Sant’Agata dei Goti e, seppur a malincuore, accetta per pura obbedienza. A Sant’Agata ha per letto un pagliericco e con il fondo di una caraffa adorna il suo anello vescovile. D’altra parte, l’illuminato Alfonso Maria de’ Liguori, non vuole fare il vescovo ma il mistico, e accettare il seggio vescovile significa mischiarsi al mondo, corrompersi con il potere, sottrarre tempo alla contemplazione senza la quale non può offrire il suo aiuto e la sua forza a chi ne ha veramente bisogno. Tutto ciò fa capire quanto sia avverso al potere e come desideri andare incontro al prossimo con i suoi Missionari, anziché attenderlo seduto, in un trono dorato, con vesti tempestate di pietre scintillanti. Confessa di aver fatto voto di non perdere mai tempo, e dice che la perfezione, l’austerità, le orazioni, la frequenza rituale dei sacramenti, non sono altro che pietre senza il saper amare l’amore con tutto il cuore, e che la lotta maggiore è quela contro la tiepidezza d’amore del mondo.

Un tremendo attacco di gotta lo lascia semi-paralizzato costringendolo alla sedia a rotelle fino alla fine dei suoi giorni, tanto che celebra la Messa seduto. Nonostante questa infermità, che gliene provocherà altre più tremende, la Santa Sede non gli permette di lasciare la Diocesi di Benevento se non nel 1775, all’età di 79 anni, quando ritorna finalmente alla sua desiderata Pagani. Il Santo è già stato qui dove alla fine, con interruzioni varie, vi trascorrerà 22 anni della sua vita giusta. Alfonso, azione, anima santa, spirito ed intelletto, è stato molto osteggiato da altri religiosi in passato per la fondazione della casa di Pagani, tanto da essere quasi malmenato da uno degli oppositori all’interno della Curia di Nocera, da ricevere denunce e subire calunnie sino ad essere costretto ad invocare l’aiuto del Re Alfonso, ora invece viene attaccato per le sue omelie in dialetto dal pulpito e le sue missioni itineranti nei quartieri malfamati e nelle periferie. Tutte le sue biografie minimizzano questi fatti, come omettono totalmente del perché abbia scelto Pagani, pur essendo desiderato in altre case come quelle di Scala e Ciorani. Sant’Alfonso non era un uomo cupo, né tronfio, ma una persona ironica, cocciuta e determinata. Da buon napoletano, amava esprimersi in dialetto per sfruculiare i suoi devoti e sdrammatizzare la fame, le vessazioni, le ingiustizie e le sciagure, che essi da sempre vivevano sulla propria pelle. Aveva un rapporto stretto con la plebe che gli consentiva di entrare nel loro cuore, ed essa nel suo. Un giorno, esasperato dalle subdle accuse, sbottò dicendo:

Sant’Alfonso aveva avvertito con la sua grande sensibilità, che i nostri luoghi e la nostra gente sono sfuggenti poiché culturalmente e religiosamente permeati da superstizioni, da vegete tradizioni, da uno scetticismo dettato dalle menzogne dei potenti e dalla sfiducia radicatasi nel tempo per le ingiustizie e le vessazioni subite nei secoli, ed aveva scelto di seguire Cristo tra i poveri e i reietti con umiltà e povertà con l’intenzione di intraprendervi la sua lunga, quanto faticosa, opera di lotta alla peste dell’errore, all’eresia, e di conforto e redenzione. Una missione chiarificatrice, condotta con l’esempio, che il Santo estenderà poi, in ben 75 paesi del mondo attraverso i suoi Redentoristi.

Sant’Alfonso è una figura completa, coerente con la sua missione, un portentoso e vero missionario, un illuminato e generoso uomo del tempo che insegnava con l’umiltà e la vera comprensione, un educatore dell’anima, una figura indiscutibile per il popolo paganese che gli è ancora riconoscente e devoto per quel suo mitico particolare approccio, molto alla mano, che investiva l’anima, l’intelligenza e il cuore, lo stesso approccio che gli fa piantare, personalmente, un alberello di limoni di Scala di Ravello per le orfanelle, nel chiostro del Carminello ad Arco e che gli farà pronunciare, secondo la tradizione, da una delle quaranta finestre del convento che danno sulla piazza:

A vita è ‘n’affacciata ‘e fenestra ...

 

tratto da “SANT’ALFONSO PAGANESE PER SCELTA” (Conferenza tenuta presso l’Ente per il Tursismo di Salerno per il F.A.I. Fondo Ambiente Italiano, 9 marzo 2018, editore Punto Agro News)

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