Riti e Miti. Il «mio» Teatro

30 Giugno 2018 Author :  

di Gerardo Sinatore

Pier Paolo Pasolini nel suo Manifesto per un nuovo teatro pubblicato nel 1973, afferma che «il teatro è comunque, in ogni caso, in ogni tempo e in ogni luogo, un Rito [...]» un Rito naturale, di-stinguendolo, così, dal Rito religioso («misteri» e primissimo teatro), dal Rito politico (quello ateniese), dal Rito sociale (il teatro borghese) e giunge consideratamente al metateatro, ovvero al Rito teatrale.
Il mio interesse specifico è qui rivolto esclusivamente non alla tradizione del teatro ma al teatro delle tradizioni, al teatro quale rituale religioso, ossia, all’archetipo della rappresentazione in sé di sé. Luigi Pirandello, con il Teatro dei miti, servendosi dei miti aveva tentato di fondare valori, di suggerire soluzioni all’umano vivere; così, fece anche William Butler Yeats e per tutto ciò, e non soltanto, sono pienamente convinto che un popolo che possiede radici, profonde radici come le nostre, debba recuperarle a tutti i costi, debba tentare - attraverso di esse - di rifondare smarriti valori cominciando dal l’impossessarsi della propria identità, della primitiva civiltà, del-l’arcaica parola generatrice di realtà. L’ho sempre sostenuto - spero con sag-gezza - sperimentando anche molteplici strumenti comunicativi: dalla fotografia alla pittura, dalla letteratura al cinema, dalla politica alla pubblicità, sino a ripensare - in ultimo - al Teatro autentico.
Ho ripensato, infatti, al Teatro come umana e compiuta rappresentazione: al Teatroantropofago che si nutre di essere, preservato dalla fragile campana di vetro-realtà appannata dall’alito di girandole di voci modulate, di voci umane.
Ho ripensato a un Teatropalafitta, con il suo palco-tavolame innalzato su gli spettatori-acque per di-fendersi dal fuoco-illusione e dalle bestie-paure.
Ho ripensato a quell’essere che si chiama Uomo, il quale, senza esserne cosciente, mecca-nicamente si muove, gesticola, guarda, pensa, parla e meccanicamente si sente libero, credendo di adoperare una propria volontà.
Ho ripensato, dunque, all’Uomo antico, alla sua primitiva Forza-di-volontà, che imprimeva in nuove parole che possedevano Verità; ho ripensato a quelle verità che possedevano Forza; a quella forza che nutriva i Silenzi; ai silenzi che creavano Pensieri; a quei pensieri che ge- neravano Visioni; a quelle visioni che concretavano il Divenire; al divenire che svelava il Tempo; a quel tempo che affascinava gli Sguardi; a quegli sguardi che generavano Bellezza; alla bellezza che originava il Sentimento; al sentimento che partoriva le Emozioni; alle emozioni che muove- vano le Coscienze; alle coscienze che alimentavano Volontà; alle volontà che manifestavano la Libertà; a quella libertà che recava la Felicità; ho ripensato, infine, a quella felicità che è Conoscenza ed Amore, cioè Consapevolezza-d’Amore, al Saper-amare.
Il «Teatro» che intendo, e che tento di rappresentare, è quello che insegna a riconoscerci, che prova a riappacificarci unendoci; è quello del pensare radicalmente diverso, quello della metanoia, che consente di ritornare all’origine per poterci autosviluppare e rivivere esperienze lontane, di semplicità e naturalezza, di quel primigenio patrimonio che soltanto l’uomo primitivo di un popolo antico, come quello della Valle del Sarno, potrebbe scoprire di possedere al massimo grado.

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