Arte e artisti ribelli all'oasi dunale di Legambiente a Paestum

03 Agosto 2018 Author :  

di Gerardo Sinatore

Arte e Artisti Ribelli, è il titolo della V^ Edizione di EcoArte[1] tenutasi dal 13 al 15 luglio u.s. a Paestum, nell’ambito delle celebrazioni di festAmbiente Paestumanità 2018 organizzate dalla delegazione di Legambiente Paestum, presieduta mirabilmente dal prof. Pasquale Luongo con l’attivista ed artista-ecologista Cosimina Capo, presso l’Oasi Dunale Legambiente di Capaccio-Paestum.

A questa V^ edizione 2018 hanno aderito, oltre ai fondatori Lello Ronca, Cosimina Capo e Adele Ruggiero, affezionati artisti sostenitori come Santa Rossi, Patrizia Giannattasio, Doriana Giannattasio, Vincenzo Pepe, Deborah Napolitano e Artemisia Giorgio, poi artisti già presenti all’ultima edizione, ovverosia Daniela D’Oria, Elisa Granito, Chiara Pirollo, Pako Slate, Ludovica Cinque e Gerardo Mostacciuolo e, inoltre, poi pittori, scultori, fotografi e video-artist alla loro prima edizione, come Giovan Battista De Angelis, Carmine Di Biasi, Gabriella Paolucci, Nicola Pepe, Rosa Gaudino, Max Belli, Monica Di Chiara, Amalia Pagliuca, Alessio Salerno, Daniela Staglioli, Domenico Sica e Marco D’Auria.

Questa grande rassegna di Eco-Arte, non è solo una manifestazione dedicata all’arte visiva, ma a tutti i linguaggi espressivi dell’Arte; infatti, nelle tre calde notti estive, si sono avvicendati il performer Silvestro Capo, con il suo Sproloquio, sublime ed avvincente spettacolo di teatro-canzone; il gruppo di musica popolare Le Cuntesse, formate da Laura Paolillo, Ida Russo ed Emma Vicinanza, con lo special guest Pietro Paolillo, virtuoso saxofonista gragnanese; la guest star Nour Eddine Fatty, famoso interprete e cantautore internazionale di origine marocchina che, alla fine del sua appassionante narrazione declamata e cantata con parole e suoni, ha invitato in jam-session le tre spumeggianti e virtuose Cuntesse; e infine Vincenzo Romano, il Cantore pellegrino delle tradizioni, accompagnato dal fisarmonicista calabrese Antonello Gialdino. Il Cantore pellegrino delle tradizioni, ha chiuso questa tre giorni incantando come sempre il pubblico, con i suoi canti antichi e la sua voce flautata che ondeggiava placidamente sulle note del magico organetto di Antonello Gialdino.

Detto ciò, diamo uno sguardo alla rassegna e al suo tema centrale anticipato in premessa: Arte e Artisti Ribelli: Tra le sabbiose dune marine - delle quali alcune inaccessibili poiché costellate dai Gigli di mare (Pancratium maritimum) che fioriscono esclusivamente sui litorali sabbiosi del Mar Mediterraneo e del Mar Nero - e le dune ombreggiate della pineta, gli Artisti quest’anno hanno preferito elaborare le proprie opere all’ombra della fitta macchia mediterranea, sia per il clima torrido che per risuscitare a nuova vita, con la loro Arte, molti alberi purtroppo morti. Le prime opere che si trovano entrando nella pineta, dall’accesso principale Legambiente, sono quelle dei writers (graffitisti urbani) Gerardo Mostacciuolo e Pako Slate; Grardo Mostacciuolo ha riesumato un vecchio cartello abbandonato disegnandovi un aitante surfer tra la spuma invitante del mare azzurro e il ghigno minaccioso di uno sqqualo, mentre Pako Slate, già noto negli ambienti urbani campani per le sue opere di grandi dimensioni, ha preferito riusare un cartellone di benvenuto sbiadito dal tempo, di dimensioni maggiori, per raffigurarvi il volto di una dea greca, di pregevole effetto. Continuando il percorso, disseminato da diciotto miei cartelli legati ai tronchi svettanti degli alberi, attraverso i quali ho magnificato la Natura con brani ispirati, si incontrano le opere di Max Belli con Alessio Salerno e di Nicola Pepe (per gli amici Pepper) con Rosa Gaudino. La prima, di grande impatto ironico e soprattutto artistico, è un intervento effettuato su un tronco bifido; in effetti, gli artisti hanno letteralmente infilato uno slip rosso femminile all’albero biforcuto, trasformandolo in due seducenti gambe di donna, diritte come colonne, lasciando immaginare il busto della maliarda seppellito nel terreno. La seconda, è rientrata nell’opera di risuscitazione degli alberi morti; Nicola Pepe e Rosa Gaudino, hanno trasformato l’albero avvizzito in un bellissimo totem infiammato, utilizzando colori brillanti, poi hanno steso una cordicella, legandola ad un altro albero, dalla quale pendenti colorati, ricavati da cortecce, simulavano amuleti tribali. Proseguendo, si incontra l’opera simbolica di Artemisia Giorgio che raffigura, in un solo segno nero, la fusione dei tre generi sessuali su una bandiera bianca, che certamente non vuole indicare una resa. Più in là, la più impegnativa e raffinata opera di Adele Ruggero: una lunghisima fila di paletti rossi che, zigzagando, trafiggono il suolo come incisivi e separano idealmente la pineta in due parti. Intanto, dall’altro accesso, che dalla strada principale conduce alla pineta, si erge su una duna, l’opera solenne e gridata di Cosimina Capo, la Pasionaria: un “NO” fatto di rami rinsecchiti. Riprendendo il percorso, si giunge nel cuore della pineta dove c’è, sempre su una duna, il tempio di Monica Di Chiara: un recinto mistico pregno di simbologie arcane, un labirinto che conduce alla riflessione naturale. Più in là, l’opera monumentale di Lello Ronca, un serpe di circa dieci metri, ottenuto intrecciando rami secchi e ricoperto da squame-cortecce, con la testa protesa e le fauci semiaperte, in procinto di mordere o forse soltanto di respirare; il M.° Ronca non è nuovo a queste impressionanti imprese che destabilizzano e, allo stesso tempo, avvincono per l’imperscrutabile fascino che emanano. Camminando per pochi metri, c’è l’opera di Santa Rossi e Daniela D’Oria: da un tronco obliquo, perché caduto, ma sostenuto da un altro albero a mezz’aria, pendono ciondoli colorati formati da cortecce istoriate con insetti ed altri animali, piccole pigne, foglie e rami secchi colorati che, insieme, formano un velo, una sipario che incute timore a chi tenta di oltrepassarlo. Poi c’è l’opera di Chiara Pirolli, Elisa Granito, Ludovica Cinque (che io chiamo scherzosamente Five) e Amalia Pagliuca la quale, oltre ad essere un’artista visiva, è anche un’attraente voce jazz: un omino (già riprodotto la scorsa edizone in dimensioni minori che è stato il smbolo dell’edizione di quest’anno) ottenuto con un ramo secco a forma di forcina le cui parti divaricate formano le gambe, mentre la testa, una pigna, si erge dal ramo allungato; l’omino, rappresenta la danza sotto ad un cielo formato da tanti oggetti che dondolano da una cordicella toccandosi col vento. Infine, c’è l’esilarante quanto intensa opera di Carmine di Biasi, anch’egli artista eclettico che divide il suo tempo tra il mercato dell’arte e gli strumenti a fiato: un volto di scimmia ricavato da una sezione di fusto e fissato su un ceppo radicato, dal quale si estende un braccio ricavato naturalmente da un ramo, che regge uno smartphone; in effetti, è una scimmia vanitosa in procinto di farsi un selfie; la parte inferiore della scimmia, intanto, sprofonda nel terreno come per indicare l’abbrutimento dell’umanità, esasperata dalla tecnologia e dalla superficialità. Continuando la passeggiata, ma ritornando verso il casotto di Legambinete situato alla sommità della splendida spiaggia di pertinenza, si incontrano, in ordine: le mostre fotografiche di Domenico Sica e Marco D’Auria: la prima, è un carosello di colori, per i soggetti naturali nitidamente ripresi: fiori di cardo, narcisi, cieli azzurri e campi fioriti; la seconda, corpi di donne, celestialmente nude, che diventano sublimi e curvilinei paesaggi, con discese aride e le risalite; poi, il Convitato di pietra, anzi d’argilla, di Deborah Napolitano, fermo, inespressivo, misterioso, che siede a capo di un tavolo che attende il tempo o forse uomini rivitalizzati; di fronte, c’è lo xilofono-zattera di Vincenzo Pepe,il quale esegue spsso opere sonore oltre che visive, ma ogni qual volta di effetto estetico ed emotivo pregnante; dopo pochi passi, c’è la mostra fotografica della reporter dell’intero evento, Daniela Staglioli: foto molto suggestive dai colori intensi, paesaggi azzurri e verdi che si armonizzano in spazi profondi, infiniti, soggetti umani che attraverano, con la propria solitudine, la maestosità della Natura; quasi al centro dello spazio del casotto di Legambiente risalta, in bella mostra, il trittico di Gabriella Paolucci: tre donne berbere, delle quali una è gravida, che indossano costumi immaginifici, dipinte su cortecce con pigmenti naturali dalle nuance vivaci; più in là, su un tavolo, insieme agli scintillanti e super-richiesti gioielli-sculture (anelli e collane) di Lello Ronca, prodotte da specchi flessibili, troneggiano i fascinosi ornamenti di Doriana e Patrizia Giannattasio, quest’ultima anche cantante dalla voce deliziosa; gli ornamenti, sono composti da fili d’erba, ramoscelli flessuosi, bacche, foglie, fiori ed altri elementi naturali, assemblati ad Arte, e legati su un cerchietto per capelli: sembrano, allo stesso tempo, antichi copri-capo sciamanici e raffinate acconciature alla maniera di Takaya Hanayuish; comunque sia, hanno avuto grande successo conquistando anche Le (inebrianti) Cuntesse che li hanno richiesti per poterli indossare per la copertina del loro prossimo album musicale e nella loro tournée italiana. A conclusione del tragitto Ecoartistico, c’è stata poi, nella notte dell’ultimo giorno di kermesse, cioè il 15 luglio, la proiezione del video-arte di Giovan Battista De Angelis, con musiche autorizzate dei Pink Floyd e patrocinato dalla Council house of London: il video-arte, dal titolo Biological Milk. Forme plastiche in movimento, è una suggestione di immagini disturbanti oltre il sub limen, provocatorie, che hanno comunicato con un linguaggio artistico drammaticamente dinamico e psichedelicamemte sonoro.

Ecco perché l’Eco Arte, quest’Arte che si celebra con successo qui a Paestum dal 2013 grazie agli enormi sforzi del Prof. Pasquale Luongo ma anche e forse soprattutto alla volontà del M.° Lello Ronca, di Cosimina Capo e della nota restauratrice ed artista dr.ssa Adele Ruggiero è, a mio avviso, Necessaria, anzi è più che mai Urgente, poiché soltanto in questo modo il concetto dell’Arte può riavvicinarsi all’Umanità e soltanto in tal modo, assurgere all’altare della sua religione, quella dell’inedito, dell’originalità, dell’Innamoramento naturale e quindi dell’arcaico e quasi obnubilato, obliato ed obliterato Desiderio di Bellezza che professo e promuovo in ogni dove.


[1] Impropriamente chiamata dal sottoscritto Arte Ambientale nei comunicati promozionali, ma esclusivamente per evidenziare e meglio far arrivare agli artisti partecipanti, dei quali molti sono giovanissimi e/o alle prime esperienze con questo genere artistico, la natura naturalistica e la vocazione di Legambiente.

 

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