“Ah, questi napoletani!”, aneddoti del Maestro Riccardo Muti e il trasferimento da Napoli a Milano

08 Ottobre 2020 Author :  

di Francesco Apicella

“Dopo essermi diplomato in pianoforte al Conservatorio S.Pietro a Majella, di Napoli, uno dei conservatori più strepitosi dal punto di vista architettonico, uno straordinario convento con dei chiostri meravigliosi, dovetti andare al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano per studiare direzione orchestrale e composizione….”racconta il maestro Riccardo Muti nel suo bellissimo libro autobiografico “Prima la musica, poi le parole”, edito dalla Rizzoli. “….prima di partire ci fu un vero e proprio consiglio di famiglia “Guaglio’, a Milano fa friddo, ce sta a nebbia, nun se vede ma trase dint’a llosse, cummuogliete, copriti bene” “mi avevano comprato una lunga sciarpa di lana e pure un cappello, era un cappello borsalino e; con in testa questo cappello, arrivai a Milano il 2 novembre, il giorno dei morti. Sul treno faceva un freddo cane e, una volta arrivati a Milano, il freddo era ancora peggio. C’era una nebbia fitta e non si vedeva niente, pensai al colbacco di Totò e Peppino De Filippo, nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”. Ci mancava solo l’orso bianco, tanto era diverso il mondo da quello di Napoli. Attanagliato dal freddo, senza indugi, andai direttamente al Conservatorio, che pur essendo bellissimo, rispetto a quello di Napoli ai miei occhi sembrava una piccola casa. Mi mancavano le belle palme e la statua di Beethoven che ti accolgono, appena entrati, al Conservatorio di Napoli. Quanto mi mancava il calore di Napoli!”. Però, appena entrai dentro il Conservatorio, trovai un mio vecchio amico napoletano che avevo conosciuto a Napoli in Conservatorio, ora si trovava anche lui a Milano, al Conservatorio, per studiare chitarra classica e, per mantenersi agli studi, lavorava ai telefoni, si chiamava Domenico D’Aquino (poi, diventato bravissimo chitarrista classico n.d.r.). Da buon napoletano, animato di una verve irresistibile e simpatica, appena mi vide con la sciarpa al collo e quel “coso” in testa mi disse:”Ué, Riccà, ma che hai fatto?” “Che ho fatto?” gli risposi, smarrito “non ho fatto niente!”.Poi, indicando il cappello mi disse:” ma tu me pare Bariello” e la mia risposta naturale fu:”E chi è bariello?” “’O cazzo co cappiello!”. Da allora il cappello non l’ho più messo, neanche quando sono andato a Chicago lo scorso anno e c’erano 30°gradi sotto zero. Niente cappello!” “Lo stesso ragazzo” continua il maestro Muti, divertito “un giorno si trovava nella portineria del Conservatorio di Milano e c’era anche il maestro Antonino Votto, grande direttore d’orchestra, braccio destro di Arturo Toscanini, 50 anni di attività alla Scala, molto severo, non rideva mai, pur aveendo un gran cuore. E mi ricordo che lui entrò in portineria col suo paltò grigio, con gli occhialini, con la sua aria severa di sempre, e disse al portiere:”Mi può chiamare, per favore,un taxi?” E questo ragazzo, pronto, disse:”Maestro, vi porto io a casa, je tengo ‘a macchina” e lui rispose:” io prendo solo macchine a pagamento!”Senza scomporsi il ragazzo rispose:”Ma pecchè ve crediveve ca’ je ve purtave pe’ senza niente?”Ringrazio il grande maestro Muti per questi due spassosi aneddoti ,per la sua simpatia, la sua semplicità e il suo buon umore sempre verde e gli faccio tantissimi auguri per la sua prestigiosa e rinomata carriera di direttore d’orchestra, sempre in ascesa, che lo ha portato, con srepitoso successo nei più grandi teatri del mondo. Con affetto e stima Francesco Apicella

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