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Riti e Miti della Valle del Sarno. La tammorra e le castagnette

11 Maggio 2017 Author :  

di Gerardo Sinatore 

La tammorra (dal persiano: tambûr) nasce dal vaglio, volgarmente chiamato setaccio, quello utilizzato per la spulatura dei cereali o per filtrare la farina o altro. Il vaglio, anticamente chiamato liknon, che significa pulire i chicchi di cereali per spulatura, era un oggetto sacro, emblema di molti culti e, come diceva Arpocrate, utilizzabile per ogni rito e sacrificio. Dionisio era chiamato Liknite cioè Quello del vaglio poiché come dice J. E. Harrison (Mystica Vannus Iacchi, Journal of Hellenic Studies, vol. 23, pp. 292-324): “Dionisio prima di diventare dio del vino era il dio della birra. Il dio di un cereale inebriante. Come dio di un inebriante cereale aveva bisogno del vaglio parimenti a Demetra stessa”. In Grecia, il matrimonio era concepito come sacro e come rito iniziatico, pertanto era preceduto da purificazioni elaborate nelle quali rientrava l’uso del liknon o vaglio (cfr. G. Samorini). Parlerò in breve, adesso, del potere che il popolo della Valle del Santo le attribuiva sino a qualche secolo fa: nelle campagne della Valle del Sarnosi coltivava nel passato il baco da seta poiché Sarno produceva un gelso particolare e molto rinomato, seppur in produzioni limitate, che si chiamava appunto il Sarnese.Di ciò labili testimonianze affiorano nell’età antica ma nel 1032 un documento ci rivela che un “Nicola grecus f. q. Constantini greci acquista “poma et celsa” dal mediatore “Leo grecus habitator in Nuceria”. Dunque, questo commerciante di nome Nicola avrebbe cquistato mele (o frutti in genere che venivano comunque indicati come “pomi”) e gelsi da Leo abitante di Nocera. Nel 1610 nella Valle del Sarno l’industria del baco da seta ne produceva “8000 libbre”. Nel 1700 si hanno notizie sull’esistenza di filande sarnesi cui affluiscono i bozzoli dei diffusi allevamenti di bachi da seta. In tuttoil 1811: “… del lino si fa uso nell'intera provincia di Salerno ma in piccoli dettagli come per ibachi da seta coltura tipica dell'area bizantina a causa degli allevamenti di bachi da seta, e a giudicare dalla messa a coltura di nuovi” […] a Sarno c’è uno stabilimento per la filatura del cotone - in cui operano tecnici svizzeri, francesi ed inglesi - al quale si affiancherà una filanda che darà lavoro da ottocento a duemila operai ai quali bisogna aggiungere gli occupati negli allevamenti dei bachi da seta che mangiano una particolare foglia di gelso, quella del (gelso) c.d. “Sarnese”. Perché questa premessa sul baco? Poiché nell’ambito di questa ricerca sulle tradizioni locali ho raccolto, tra le tante, una testimonianza di una signora anziana originaria della Valle del Sarno ma trasferitasi da piccola ad Aversa, che mi ha raccontato di sua nonna che suonava molto bene la tammorra in quanto le era stata insegnata, a sua volta, dalla tris-nonna e questa passione le era restata nel cuore, “nei cromosomi”, come testualmente mi ha riferito. Quindi, sto parlando di più di qualche secolo fa, considerando che la testimone è del 1927 e la sua trisavola dovrebbe essere vissuta all’incirca all’inizio ‘800. Ebbene, questa trisavola aveva trasmesso la passione per la tammorra ai suoi discendenti da quando la: “suonavadurante i temporali, quando il baco, posto sul gelso, “faceva il filo” e accadeva che il padrone (l’allevatore) ordinava di chiudere gli scuri delle finestre del capanno affinché i lampi non penetrassero e noi donne (esclusivamente le donne suonavano la tammorra. Sic.) dovevamo suonare la tammorraininterrottamente per tutta la durata del temporale, e a turno, sempre con lo stessoritmoaffinché il filo non si spezzasse”. Con ciò, oltre a portare una originale testimonianza reale, voglio dimostrare il “potere d’incanto” di questo strumento antico quanto l’uomo e comune a numerosissime culture. Anche i Buddisti ancora accompagnano i cari estinti a “nuova vita” con il ritmo di tamburi a cornice seguiti dalle note monodiche di corni (rito psicopompo) e dalla parte opposta del mondo, fanno lo stesso anche gli Hinnuit. Secondo Schneider, di tutti gli strumenti musicali, “il tamburo è quello più caricato di concetti mistici”, è il cuore che pulsa di vita. In Africa si stabilisce un rapporto fra il ritmo del tamburo e il cuore così come avviene con la nostra tammurriata (danza e canto in cerchio) e tamburi a cornice risultano tra gli antichi strumenti celebrativi suonati nei nostri luoghi come hanno testimoniano scritte e reperti pittorici, musivi e scultorei su vasi istoriati, pareti, pavimenti ed epigrafi in Pompei, Paestum, Nuceria, Stabia ed Ercolano. Il tamburo a cornice era suonato indistintamente nelle celebrazioni sacre da sacerdotesse (vestali) e sacerdoti (cureti, coribanti, galli, cabiri, augures) ma anche da musici e civici. Roberto De Simone, nella prefazione de “Il volto della Tradizione” di Giuseppe Dionisio, scrive: “L’antico suonatore di tamburo era nessun uomo e tutti gli uomini, non v’era in lui nulla di individuale, nessuna esperienza singola. La sua esperienza era di sangue umano, non di anima, non di mente, non di spirito. Da qui il sottile ritmo incessante, insistente del tamburo che pulsava come il cuore, spietato, disanimato, universale”. Sempre a proposito del “tammorraro” ecco gli ultimi giustificati strali del grande De Simone: La tammorra? Oggi non c’è nessuno in grado di suonare la tammorra. Per esempio, Antonio Torre, vero maestro della tammorra, non poteva trasmettere il grado o il tasso di interazione che lui aveva coi cantanti. Perché quello è un altro dato. Il cantante improvvisa e crea. L’esecutore deve adeguarsi alle invenzioni del cantante. Invece oggi molto spesso c’è una scarsissima interazione fra tamburo e voce. A parte che non c’è chi sa cantare. E così per il tamburo: si batte a tempo e basta. Ma Torre faceva altre cose, cioè aveva un grado di interazione e di partecipazione al canto tale da permettergli di condividere e seguire e appoggiare oppure addirittura di suggerire al cantante il momento in cui poteva ricominciare un’altra strofa. Insomma, è una cultura: la tradizione del tamburo era una tradizione di identità, per cui ogni luogo aveva il suo modo di suonare. Oggi questa è diventata una marmellata. Torre era il signore del tamburo che però agiva in tutta la zona paganese-sarnese-nocerina ma magari in altre zone andava meno bene. Questo molti non lo sanno perché sono cose che si apprendono con gli anni. (T.V.Rai.it, interv. di L.  Mandolesi a R. De Simone per il libro “Son sei sorelle”, Squilibri, 2010).” Il tamburo a cornice (membranofono; a suono indeterminato; suonato per percussione diretta) è composto da un telaio circolare di legno compatto (largo dai 12 ai 15 cm.) ed elastico (per lo più di faggio o è molto più sonoro e pregevole se è di “mortella” ossia di bossolo) che reca dei fori rettangolari intorno alla circonferenza per alloggiare dei sonagli di metallo a forma circolare o quadrata detti cimbali o ciceri che usualmente sono di “latta” ma possono essere anche di rame e più raramente di bronzo o addirittura d’argento. Sul telaio vi è tesa una pelle stagionata sottile e vibrante espressamente di capra (le più ricercate sono quelle turche, persiane e armene). Di solito si utilizzano capre giovani di 7-8 mesi in quanto la loro pelle è sottile, più elastica e resistente. La conciatura della pelle dura quattro giorni. La tammorra ha un diametro massimo di cm. 60 ma le dimensioni variano dai 33 cm. a 40 cm.. Quella verace della Valle del Sarno è di cm. 40. Si suona (usualmente) impugnandola con la sinistra e battendola con la destra. Spesso le donne preferiscono quella di cm. 35 che impugnano con la destra e battono con la sinistra. Alfio Antico dice che: “Approfondire la confidenza, la libertà e il piacere di suonare il tamburo insieme.Gioire con i sentimenti di ognuno di noi senza vergognarsi e godere di quella cosa meravigliosa che è la nostra lingua e la vita: difenderle con orgoglio e rispettare i nostri valori. Il tamburo è come noi, come giocare da bambini, quando più giochi e più scopri. L’importante è saperlo ascoltare, guardare con rispetto come fosse una persona anziana.Il tamburo è l’amore che ti da latte e voce fino a che tu vuoi: come una madre, un padre, un nonno, un fratello, una sorella. Nel tamburo ci sono tutte quelle cose che nella vita mi sono mancate e di tutte rimango sempre innamorato come un uccello libero nell’aria dentro l’anima del Sud, del sud che è in tutti noi. Il tamburo è amico, compagno, fedele che non ti tradirà mai”.

Le castagnette

I crotala o crembali o crepitacŭla sono le nacchere, dal persiano nakar e dall’arabo naqqãra (o nacchere) che è il nome rubato ad un tipo di conchiglia (Pinna nobilis) e la conchiglia rappresentava l’organo genitale femminile. Le nacchere dapprima erano di pietra, d’avorio, di conchiglia, d’argilla, di metallo (poiché il suono del metallo allontana gli spiriti negativi) poi di legno, per lo più di castagno, e da qui il termine castagnette. I suonatori di castagnette incidono, facendo una tacca, una delle due paia di castagnette per variarne il suono distinguendole in maschio (quelle incise, suonate con la destra che rappresentano anche il sole) e femmine (con la sinistra e rappresentano la luna) e spesso per tal motivo preferiscono suonare addirittura due tipi di castagnette diverse con una mano e con l’altra. «Per impugnare le castagnette - dice Cosimo Alberti Pizzutolo - bisogna infilare la parte del nodo del cordino al dito medio e all’anulare, e la parte opposta solo al medio. È usanza inforcarle anche solo al dito medio. A creare il suono è il rapido movimento del polso: le due parti concave battono l’una contro l’altra quando la mano compie un movimento di estensione. Saperle suonare significa farle schioccare all’unisono con il battere della Tammorra e scandire il ritmo dei passi della danza. Gli anziani della tradizione dicono che con le castagnette "si parla"! Essendo, infatti, la Tammurriata fin dall’antichità un rito propiziatorio per la fertilità della terra, il linguaggio simbolico del loro movimento è di semina quando il braccio è portato verso l’esterno e di raccolta quando il movimento è verso l’interno. Durante la Tammurriata, inoltre, il ballo può acquisire anche un carattere di sfida o di sdegno, se si colpisce il viso o un’altra parte del corpo con i nastri delle castagnette. Essa è la danza degli opposti che lottano, si cercano, litigano e giocano fino a fondersi in unità armonica. Persino le due componenti delle castagnette, maschio e femmina, sono antagoniste e complementari allo stesso tempo ed il danzatore una volta che le ha inforcate diventa maschio e femmina contemporaneamente, come un ermafrodita; non a caso egli è ritenuto nelle culture precristiane un essere sacro perché quello più vicino alla divinità!».

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