PAGANI. Non una sola gara, non un solo contratto, non un episodio isolato.
Nella relazione sul Comune di Pagani il filo rosso è un metodo: affidamenti diretti, proroghe tecniche, procedure formalmente pubbliche ma segnate da anomalie, controlli deboli su beni, contratti e lavori.
Una macchina amministrativa che, secondo la Commissione d’accesso, avrebbe finito per esporsi al rischio di condizionamento in un territorio già segnato da una lunga presenza criminale.
Il punto centrale della relazione non è soltanto il contesto dell’Agro nocerino-sarnese, dove i clan hanno storicamente esercitato influenza economica e sociale. Il punto è che quel contesto, secondo gli accertamenti, avrebbe trovato varchi nella gestione ordinaria del Comune: determine, proroghe, affidamenti sotto soglia, manifestazioni di interesse, beni utilizzati senza documentazione adeguata.
In pratica, non il grande appalto che fa rumore, ma la quotidianità degli uffici.
La relazione descrive il ricorso frequente agli affidamenti diretti, in particolare sotto la soglia dei 40 mila euro, come una delle modalità più ricorrenti nella gestione contrattuale dell’ente. Uno strumento previsto dalla legge, ma che diventa critico quando viene usato in modo ripetuto, riducendo la concorrenza e restringendo la platea degli operatori. Stesso discorso per le proroghe tecniche: nate per garantire la continuità dei servizi in casi eccezionali, secondo la Commissione sarebbero state utilizzate in un quadro amministrativo segnato da ritardi, inerzie e scarsa apertura al mercato.
È qui che la relazione individua il possibile “sistema”: meno gare pubbliche aperte, più affidamenti diretti; meno concorrenza, più continuità con rapporti già esistenti; meno controlli, più zone grigie. Nel documento si parla anche di procedure pubbliche solo in apparenza lineari, come manifestazioni di interesse nelle quali emergono incongruenze, presenza di altri operatori potenzialmente interessati e anomalie nell’esecuzione dei contratti. Il tema non è solo formale: pubblicare un avviso non basta, se poi la procedura non garantisce davvero trasparenza, rotazione e parità di trattamento.
La Commissione segnala inoltre criticità nella gestione di beni e immobili, con casi in cui mancherebbero contratti, documenti valutativi o controlli effettivi. Un altro tassello del quadro: l’ente, secondo la relazione, non avrebbe sempre vigilato con la necessaria forza su ciò che appartiene alla sfera pubblica.
Il risultato è una fotografia pesante: un Comune finanziariamente fragile, in un territorio ad alta esposizione criminale, con una gestione amministrativa che avrebbe mostrato falle proprio nei settori più sensibili.
La base della decisione sta nel principio richiamato dalla stessa relazione: per lo scioglimento ex articolo 143 del Testo unico degli enti locali non serve provare ogni singola condotta con lo standard del processo penale. Conta il quadro complessivo, fatto di elementi gravi, precisi e concordanti. E il quadro, secondo la Commissione, sarebbe questo: una somma di atti, omissioni, affidamenti, proroghe e rapporti amministrativi che avrebbe reso il Comune permeabile al condizionamento. Non una scena da film criminale, ma qualcosa di più silenzioso e forse più insidioso: il potere che passa dalle carte, dalle procedure, dalle proroghe, dagli affidamenti ripetuti. È lì, nella normalità amministrativa, che la relazione individua il cuore del caso Pagani.