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Il potere è estremo - di Gerardo Sinatore

20 Novembre 2023 Author :  

Il potere è estremo

(unghie e capelli)

di Gerardo Sinatore

“Questo puoi dire in un testo. Leggere tra le righe è pericoloso.

Una risposta lenta può davvero incasinarti. Mi sentivo un po’ libero, ora sono disperato

(Jen Cloher)

Il “potere”, quello “potente”, è sempre estremo, perché risiede da sempre ai margini di ogni estremità, di ogni valore, di ogni limite e confine, risiede nei punti più lontani da ogni centro: politico, religioso, economico, legale, sociale e fisico. Non credo che ci sia bisogno di argomentare molto, è fin troppo evidente che in politica lo “stato profondo” vince su quello “normale”; che l’assolutismo vince sulla democrazia; che lo speculatore vince sull’impresa; che il diritto civile vince su quello naturale; che la moda vince sulla consuetudine; che il campione vince sullo sport; che il talento vince sull’arte; che l’eroe vince sulla morte; che il martire vince sulla vita e che il Cristo si è fatto crocifiggere per vincere sulla sofferenza umana e l’ingiustizia sociale.

Nelle estremità, la sensibilità è sempre maggiore, è estrema come la sua forza, reattiva, oppositiva, imprevedibile, mai scontata nella contingenza, mai totalmente equilibrata nel modo e nel tempo. La ruota della storia, di qualsiasi storia relativa alle vicende umane, sociali o scientifiche, gira soltanto con la forza del potere estremo e oggi è evidente che il paradosso ha vinto sulla ragionevolezza, l’inganno sulla verità e la distopia sull’utopia ...

È agli estremi del nostro corpo che il sangue affluisce dal cuore, ed è dalla sua periferia che partono gli stimoli nervosi. Noi stessi siamo delle estremità della Terra, come lo sono gli alberi e tutte le altre cime, ed emettiamo e assorbiamo radiofrequenze, produciamo e interagiamo con i campi elettromagnetici, effondiamo calore, provochiamo reazioni chimiche ed azioni concatenate al mondo (apparentemente) esterno a noi.

Ma se nella testa, nelle mani e nei piedi, che sono le nostre estremità, insiste tutto il nostro potere fisico ed intellettuale, all’estremo di esse risiede un potere più grande, più inconosciuto, più impenetrabile, più sublime, più impensabile e … “capillare” il cui simbolismo è più potente di qualsiasi effetto; i romani dicevano che “dall'unghia si conosce il leone”[1] mentre la saggezza popolare ha sempre sostenuto che: “Tira cchiù ‘nu pilo ‘e femmena, ca ‘na paréglia ‘e vuòje[2]

dal tuo lato del letto poesie di Patti Smith, una cravatta per i capelli e alcune vitamine

(Jen Cloher)

Nel 1967 avevo 12 anni e come la gran parte dei ragazzini portavo i capelli all’”Umberto[3]”, cioè quasi a spazzola, mentre in tutto il mondo imperversava il diluvio purificatore ed universale dei “Capelloni”. Chi erano? Ragazzi nati nel secondo dopoguerra, figli della “beat generation”, ovvero di quella cultura “underground” germogliata negli scantinati delle case popolari che si opponeva al progressismo uniformante del capitalismo modernista. I “Capelloni” auspicavano un ritorno ai valori “primitivi” ed erano chiamati così perché si lasciavano crescere i capelli per “scandalizzare” e far spalancare gli occhi assuefatti dall’ignoranza e da un dogmatico moralismo religioso, sui colori accecanti della vita libera. Mia sorella Annamaria era una di loro, una “rivoluzionaria culturale”; camminava scalza, portava una fascia nei capelli e aveva l’anima “hippy”, da “figlia dei fiori”, di creatura di Dio. Amava Prevèrt, recitava “Ricordati Barbara e cantava “Nessuno mi può giudicare … ognuno ha diritto di vivere come può …” di “Casco d’oro”, al secolo Caterina Caselli. Studiava lettere e filosofia e da lei ho imparato la poesia e la musica, e poi la musica della Poesia e la poesia della Musica. Oltre venti anni fa, è morta, lasciando questo mondo che la faceva soffrire pur avendo continuato a nutrirlo di pietà e dolcezza; “C’è chi sa cosa sono le stelle, mentre gli altri non le guardano mai”, questo è ciò che credo che pensasse. Pensava anche che tutto era un’impostura; che le scuole, le università e la famiglia, dovevano stimolare ad “aprire la mente” dei giovani, insegnare loro a pensare con la propria testa, sostenere e sviluppare i loro talenti anziché plasmarli ed educarli per omologarli ed asservirle al “sistema”. Sosteneva che le convenzioni erano delle ipocrisie; che l’urbanizzazione distruggeva la naturalezza; che i contadini non dovevano essere costretti a lasciare le campagne per fare gli operai in fabbriche tristi e lontane; che le guerre contemporanee sono sempre state generate dagli stessi per arricchirsi sul sangue dei morti e dei vivi; che la società “moderna” è antidemocratica e che senza la libertà mai sarebbe potuta fiorire “l’umanità”, ma sarebbe potuta imporsi la dignità della persona, mai si sarebbe potuto sviluppare il benessere e una buona salute fisica e mentale per tutti. In quello stesso anno, cioè nel ‘67, a Broadway si rappresentava “Hair” (“Capelli”), il musical rock che amplificò l’urlo incruento ma furioso della gioventù che manifestava nelle piazze per contestare la guerra del Vietnam, cantando: “C’era un ragazzo che come me …”. “Hair”, con le sue bellissime canzoni ispirate da “Giulietta e Romeo” e dall’”Amleto”, inneggiava alla pace, alla felicità, alla fraternità, alla condivisione degli spazi e degli amori, invitava al contatto con la propria spiritualità per conoscere sé stessi e la Natura del Mondo; condannava le violenze, le imposizioni, gli egoismi individuali e sociali. Sì, è vero, c’era la droga, c’era l’LSD, i “trip” di Huxley, c’erano i “tossici”, i “drogati”. Ora, invece, è il mondo ad essere totalmente “fatto” di LSD, che si fa trip virtuali, che abiura la Natura e ha perso totalmente l’autonomia di pensiero, la facoltà di comprendere la realtà, la capacità di liberarsi dalla manipolazione del mainstream e la volontà di disfarsi di quella tecnologia che alinea, rapina e sottomette subdolamente. Ora sono tossiche l’aria, la terra, le acque, i frutti, e sono drogati il presente e anche il futuro.

“e voglio che tu mi ami per quella che sono.

Voglio solo essere me stessa, e voglio che tu sappia che io sono i miei capelli”

(Hair)

Alla protesta dei “Capelloni” seguì poi il “Sessantotto”, un “movimento” strutturato sullo scontro, sulle contrapposizioni ideologiche, sulle divisioni, sulle “occupazioni” studentesche ed operaie, ma con una a regìa occulta esclusivamente politica; in effetti, l’empito dei “Capelloni” scaturito dal diritto “naturale” (quello originario di essere “umano”) veniva incanalato nel sistema. Cosicché, quei pochi spiriti liberi non ideologizzati e non strumentalizzati ancora rimasti, cominciarono ad allontanarsi da tutto, ma soprattutto da loro stessi e ognuno abiurò sé stesso rendendo innaturali i suoi capelli con colori e tagli violenti ed esibendo segni di martirio sul proprio corpo. Questi giovani erano i “Punk”, cioè gli “scarti”, che dimostravano, con tratti esteriori, la loro resa, il loro dissociarsi da una società che aveva scelto purtroppo di sottomettersi e disprezzare l’essere “umani”. La comparsa dei pacifici e silenziosi “Punk” nasceva sul vuoto culturale del “Sessantotto” ridotto ad una fetida carcassa; infatti, era stato interamente svuotato dai vermi voraci dello “stato nascosto” che lo utilizzò (come fece poi con le “Brigate Rosse”) per restringere la “democrazia”, veicolare il “progressismo”, la “promiscuità” e incrinare la cultura identitaria costruita nei secoli sulle umane esperienze, sulle storie, sulle tradizioni, sui luoghi, sulle famiglie, sulle credenze e sulle fedi. In effetti, lo “stato nascosto” sfruttò, masticò e fagocitò il “Sessantotto” per poterlo poi vomitare nel mondo politico, sindacale, universitario, dell’informazione e dello spettacolo (che è l’identico stesso mondo) per ricavarne cani da riporto e da gregge, in cambio di carriere facili e molto denaro. Tutto ciò che siamo oggi, confusi, spaventati, ipocondriaci, malaticci e paranoici, e ciò che i nostri figli domani non potranno avere né più aspirare di essere, lo dobbiamo esclusivamente al “68”, cioè ai padri e sostenitori di questa classe dirigente che è la più corrotta, indifferente ed ignorante che la storia italica abbia mai prodotto e conosciuto dai tempi di Caligola; persino “Incitatus”, il cavallo console e sacerdote, ne sarebbe imbarazzato.

“she’s alwais in my hair”

(Prince)

I capelli rappresentano un’affinità culturale, l’allineamento spirituale di un popolo, un segno identitario e distintivo, manifestano il nostro status sociale e psico-fisico, i nostri pensieri, il nostro essere. Sono una specie di estensione esterna del sistema nervoso, antenne che trasmettono informazioni al tronco cerebrale, al sistema limbico e alla neocorteccia; essi emanano l’energia elettromagnetica del cervello nell’ambiente esterno.[4] I capelli sono rami dell’anima.

Tutti i popoli della Terra hanno una relazione primordiale con i capellied infinite storie ad essi collegate; la tredicenne Giulietta Capuleti lanciò dal balcone la sua lunga treccia a Romeo, per essere amata e sedotta; Sansone, il nazireo, possedeva nei capelli tanta forza e virilità, e quando Dalila, il cui nome significa “debole”, scoprì (Giudici 16: 15-17) questo segreto, glieli tagliò rendendolo impotente e derelitto.

La dea Sif, moglie di Thor, rappresentava con le sue trecce bionde l’unione, la procreazione. Per Prassitele, lo scultore greco del 360 a. C., Afrodite aveva i capelli biondi e Raffaello era convinto che anche la Vergine Maria li avesse, perché rappresentavano la purezza, il divino, tanto è che Nerone nelle sue apparizioni indossava una parrucca bionda cosparsa di polvere d’oro.

I Greci per farli biondi li trattavano con urina d’asino e i Romani con cenere di faggio e grasso di capra. È innegabile che i capelli biondi delle donne abbiano avuto da sempre un certo fascino sull’uomo come quelli neri degli uomini l’abbiano avuto su gran parte delle donne. Il colore dei capelli più affascinante e temibile, però, è stato da sempre quello rosso perché “magico”. Invece, secondo una statistica attuale la maggior parte dei “premi Nobel” hanno i capelli scuri.

Per gli sciamani “Pellerossa”, chi colora i propri capelli è dotato di una personalità convinta; chi ama pettinarli, mette in ordine i propri pensieri; chi li intreccia, possiede pensieri unici; chi li annoda, protegge i propri pensieri.

Tagliare i capelli con la luna “piena” serve ad interrompere un flusso di pensieri indesiderati e, con la luna “nuova”, a separare il passato e consentire azioni future: potare per seminare. Ma per liberarsi definitivamente dai vecchi pensieri, i capelli tagliati devono essere bruciati cosicché diventano preghiere che arrivano a Dio attraverso il fumo (che odora di arrosto, il profumo gradito agli Dei). Il taglio dei capelli è un rinnovamento o una punizione, la celebrazione di una festa o di un lutto.

Yeshùa, (Gesù), aveva i capelli lunghi e la barba lunga. Zoroastro aveva i capelli e la barba lunga. Il profeta Maometto e i suoi amici (sahaba) avevano anch’essi la barba e i capelli lunghi; in Cina, tagliare i capelli era un disonore; in Francia, avere i capelli lunghi era un privilegio di re e di nobili; le peot, i lunghi capelli ai lati del volto degli ebrei ortodossi, sono in ossequio a una prescrizione biblica; nei paesi di mare, le mogli dei marinai non si tagliano i capelli finché il marito non è tornato sulla terraferma, pena disgrazia e sventura; nell'antico Egitto, quando un ragazzo guariva da una malattia, la famiglia gli tagliava i capelli e li metteva su una bilancia, quindi versava il corrispettivo in oro e argento ai custodi degli animali sacri. I templi Indù di Tiruttani e Tirupati, raccolgono ogni mese tonnellate di capelli umani donati per devozione. Il tempio di Tirupati, sulla cima del monte Tirumala, dedicato al culto di Sri Venkateswara è il maggior centro di raccolta di capelli del mondo: con una media di 100mila pellegrini al giorno ricava, secondo le stime, 75 tonnellate di capelli l’anno con un utile netto di circa tre milioni di dollari.

Tagliarsi i capelli è ritenuto in varie culture un modo di esprimere il lutto. Iside compì il gesto dopo aver saputo della morte di Osiride.

I capelli delle donne, e anche le unghie, sono considerati attributi sessuali secondari, armi di seduzione; gli egizi ritenevano che una pozione fatta di capelli, unghie tagliate e sangue umano, avrebbe dato a una persona il potere assoluto su un’altra e le “incantatrici”, cioè le guaritrici che conoscevano le proprietà delle erbe e delle sostanze naturali, chiamate comunemente “streghe”, portavano i capelli e le unghie lunghe per accrescere il loro potere e … “stregare”, per l’appunto.  

Ho fame della tua bocca, della tua voce, dei tuoi capelli e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso, non mi sostiene il pane, l’alba mi sconvolge, cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno. Sono affamato del tuo riso che scorre, delle tue mani color di furioso granaio,

ho fame della pallida pietra delle tue unghie …”

(Pablo Neruda)

Ho conosciuto Pina, mia moglie, in un soleggiato pomeriggio d’inverno. Eravamo a Salerno, al “Bar Canasta”, dove si sentiva il muggito dei marosi ma senza poterli scorgere. Io bevevo del vino rosso chiaro. Lei partecipava ad una riunione di lavoro dell’”Encyclopedia Britannica”; vendeva libri per mantenersi agli studi. Era seduta in cerchio, insieme agli altri. Io le stavo di fronte, vicino al banco, in attesa di salutare il mio amico Nello, il suo capo-staff. Pina era silenziosamente bellissima. Un sogno. Una visione che desideravo non finisse mai. Perché ne parlo? Perché mi stregò. Non conosco termine più appropriato. Mi stregò senza degnarmi di uno sguardo, senza conoscere il suono della sua voce, senza vederla ridere e neanche camminare. Mi ignorava totalmente. Quando fumava, sentivo il suo respiro dentro la mia testa. Un respiro che mi purificava, che mi trasformava, che cancellava tutti i miei pensieri, belli e brutti, e ritmava i battiti del mio cuore di una musica nuova. Non conoscevo nulla di lei, non conoscevo le sue parole né i suoi pensieri, ma tutto mi parlava per lei. Quando fumava portava la sigaretta alla bocca con movimenti eleganti. Le unghie, ben curate ed opalescenti come perle, risaltavano sulle dita che sbucavano dai mezzi-guanti neri. Inspirando, formava una fossetta sul viso. Poi, quando espirava fissava il vuoto, alzando lo sguardo nella nuvoletta di fumo. Non si truccava. Le labbra erano due petali di rosa e gli occhi ambre splendenti. Una cascata di capelli ricci e fluenti cadevano coprendole mezzo volto e un seno. Dal lobo dell’orecchio scoperto, penzolava un cerchio d’oro che scintillava sfiorandole il collo. Ogni suo colore, ogni suo candore, ogni suo rossore, ogni suo risplendere, ogni suo gesto, era silenzioso, misterioso come lei; indossava un lungo mantello nero e degli stivali alti dello stesso colore. Amava vestirsi di nero. Quando le chiesi dopo qualche tempo il perché, mi rispose che amava essere indistinta, amava mischiarsi nella vita senza che se avvertisse la sua presenza. Non sprecava mai le sue parole. Amavo quel suo silenzio perché sovrastava ogni cosa che non avesse un senso. Quei trucioli d’oro e quelle unghie di perla, che a me sembravano rapaci, mi strapparono il cuore dal petto e l’anima con tutte le radici. Mi aveva stregato.

Devo ammettere di non aver mai riflettuto, sino ad oggi, sul potere straordinario delle estremità del nostro corpo pur sapendo che queste parti terminali costituiscono punti evidenti di contatto estremo con realtà esterne al nostro stesso corpo, realtà benevoli e malevoli, divine e magiche, sacre e diaboliche, con le quali la nostra anima tenta continuamente di connettersi per incontrare la sua vera natura. Sia i capelli che le unghie, sono di “cheratina”,[5] una sostanza “sulfurea”, cioè ricca di zolfo, l’elemento misterico delle formule magiche. “Cheratina”, ha la stessa radice etimologica di “Corna” e di “Corona” che ne rafforzano l’aura prodigiosa.

Neanche, però, avevo fatto mai caso al fatto che nessuno può toccare i capelli di una persona senza permesso. Solo gli amanti e i consanguinei possono farlo e questi ultimi perché legati da precedenti atti d’amore, a meno che, non subentri un conflitto; è del tutto femminile azzuffarsi prendendosi per i capelli e graffiarsi reciprocamente per sottrarsi reciprocamente forza ed energia.

Il potere fascinoso dei capelli, così delle unghie, è riconosciuto dagli albori dell’umanità quando i sapienti osservarono che gli uni e le altre crescevano da soli, che erano dotati di vita propria ed estranea anche al corpo vivente al quale erano attaccati, che continuavano a crescere per qualche tempo anche dopo la morte, che pur sottili si conservavano assieme alle ossa molto tempo dopo che le carni si erano dissolte che, se tagliati, non recavano alcun dolore e non raramente donavano una “bellezza” irretente che rappresentava “Forza”: si pensi all’uso di radere i prigionieri di guerra per privarli di forza e di virtù guerriera; “Sacralità”: si pensi ai capelli intonsi o rasati dei profeti, degli sciamani, dei mistici, dei sacerdoti delle sacerdotesse o suore di ogni religione e a Gesù, per come ci è stato descritto, con i suoi capelli fluenti che Maria Maddalena accarezzò profumandoli di aromi preziosi. Ciocche di capelli si donavano ai santi come ex-voto e in epoca romana si offrivano a Diana e a Bacco durante le nozze; “Regalità”: molti monarchi ritenevano l’abbondanza di capelli come una virtù, un segno divino. I re detronizzati venivano addirittura rapati; “Protezione psichica e dignità”: si pensi alla la fata della favola di Pinocchio dai capelli color cielo oppure alle “collaborazioniste” naziste che venivano pelate o agli “scalpi” che gli indiani nativi praticavano sui loro nemici.

L’uomo contemporaneo, il più distruttore della storia dell’umanità e generatore di morte e malattie, ha osservato che la “radioattività” resta intrappolata nei capelli per sempre, mentre i vittoriani, nei loro morbosi apparati di prescrizioni luttuose, intrecciavano i capelli dei morti all’uncinetto per farne ghirlande e cornucopie di nodi affinché fosse il ricordo a restarne intrappolato. Nell’800, gli innamorati si scambiavano piccoli reliquiari di vetro contenenti le proprie ciocche di capelli e sino alla prima metà del ‘900, li conservavano tra le pagine dei libri, legandoli con nastrini di raso o tenendoli amorevolmente, e per tutta la vita, in piccole scatole preziose. In altri luoghi d’Europa le ragazze intrecciavano ciocche dei propri capelli per farne braccialetti di fedeltà, legamenti e legami d’amor costante.

Anfore contenenti olio di lino con olio d’oliva, rinvenute in scavi archeologici di molte civiltà, dimostrano che il culto dei capelli c’è sempre stato. Gli antichi sacerdoti e le danzatrici sacre si rasavano tutto il corpo (capelli, sopraccigli e peli) per purificarsi e durante le cerimonie indossavano parrucche di code di cavallo, intrecciate o arricciate. I Sufi, mistici di tradizione islamica, in alcune danze ascetiche agitano i capelli per ore e le streghe, nei loro incantamenti, li scuotono per raddoppiare l’effetto dell’incanto. Nel Medioevo, quando i capelli cadevano a terra dopo un taglio o altro, venivano raccolti e bruciati per non essere utilizzati per nuocere. Alle streghe condannate al rogo, venivano tagliati. Alle partorienti zigane, vengono ancora slegati perché, sciogliendoli, tutte le forze si liberano e il parto procede con facilità.

Le unghie e i capelli servono fisiologicamente a proteggere il nostro corpo; le prime, coprono la superficie superiore delle dita e consentono di afferrare oggetti minuscoli come gli aghi, di sbucciare arance, limoni, pesche, di grattarsi, di graffiare e di fare solletichi d’amore (“grattini”), i secondi, riparano la nostra testa dai raggi diretti del sole e dal freddo. Le unghie, sono spesso associate alla negatività; alcuni ebrei le tagliano cortissime e nel Madagascar c’è la credenza che il diavolo vi si annidi sotto, quando sono lunghe. Le donne egizie per accrescere di più il loro potere allungavano le unghie con protesi d’avorio, di osso o dioro, mentre quelle indiane, nel 5000 a. C., decoravano le punte delle dita e i capelli con l’henné. È durante la gravidanza che i capelli e le unghie crescono maggiormente, perché l’organismo esplode in tutto il suo potere generativo e rigenerativo.

Lo Zoroastrismo, la più antica religione vivente del mondo, prescrive[6] di seppellire le unghie tagliate in una buca fuori casa, profonda quanto l’articolazione superiore del mignolo, invocando: “Le parole sono udite dai pii in santità e con buon pensiero”. Anche i capelli tagliati vanno seppelliti[7] in una buca profonda[8] gridando: “Per sua misericordia Mazda fece crescere le piante” e tracciando dei solchi[9] con un coltello attorno alla fossa mentre viene cantata la “Ahuna Vairya[10].

La pratica di seppellire i capelli e le unghie tagliati persiste in molte culture; i contadini francesi seppellivano i capelli; i Turchi e i Cileni, riempiono ancora i muri con i loro capelli tagliati o caduti. Gli zingari, seppelliscono di nascosto unghie e capelli tagliati, per evitare di essere utilizzati per malefici. Per i musulmani, seppellire le unghie e i capelli dopo averli tagliati, è un “atto raccomandato” perché sono parti del corpo e vanno trattati come corpi morti. Per gli Ebrei, quando moriva un corpo, oltre al lavaggio rituale, gli venivano tagliati capelli ed unghie.

Facilmente si dimentica che il primo taglio di capelli dell’infanzia ha fatto piangere un po’ tutti come una vera e propria mutilazione e nella senilità, quando non cadono come i denti e diventano bianchi, sono l’annuncio di un’ultima stagione.

“Belli capelli, capelli bianchi, che si fermarono a una fontana a pettinare gli anni

Capelli stanchi, dentro allo specchio di un bicchiere di vino.

Belli capelli, che stanotte è notte e non verrà mattino”

(Francesco De Gregori)

 


[1] Ex ungue leonem

[2] Dal napoletano: “Tira più un pelo di donna che una coppia di buoi”

[3] re Umberto II di Savoia

[4] come dimostrerebbe la fotografia “Kirlian”

[5] Anche le unghie, gli artigli, gli zoccoli, le corna, i peli, la lana, le piume, le squame e l’epitelio di mammiferi, uccelli e rettili, sono di cheratina.

[6] Come prescrive il Vendidad che è il primo libro dello Zend-Avesta ("la legge antidemoniaca"). Ciascun insegnamento è basato su leggi naturali sfuggite alle mani distruttive di Alessandro il Grande (“grande” per brutalità, vizi e crudeltà operata sui popoli conquistati).

[7] a 10 passi dai fedeli, a 20 dal fuoco, a 30 dall’acqua e a 50 dai fasci di “baresma ” (ramoscelli sacri)

[8] profonda 10 dita se la terra è dura e 12 se è morbida

[9] 3, 6 o 9 solchi con un coltello attorno alla fossa

[10] Cantando 3, 6 o 9 volte la preghiera Ahuna Vairya, una delle fondamentali che dice: “Come il Sovrano dell'Universo è assoluto nella Sua Volontà, così il maestro spirituale è supremo attraverso la purezza della Sua religione sincretica”

 

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