Sarno ricorda le vittime del 5 e 6 maggio 1998. Il ricordo indelebile della frana di 19 anni fa che cancellò interi quartieri e sconvolto intere comunità, portando morte e distruzione .
Dopo 250 ore di pioggia, 2 milioni di metri cubi di fango, detriti e pietre cancellarono la frazione di Episcopio. L’Apocalisse, un mare di fango devastò l’intero territorio alle pendici del monte Saro, un inferno di fango portò via 137 vittime, innocenti, solo a Sarno, un’ intera frazione distrutta, alcuni quartieri, intere parti di tessuto urbano della frazione nobile di Sarno, Episcopio, cancellati dal fango omicida che portò via tutto ciò che si trovava davanti. Circa 2 mila sfollati, oltre 200 case distrutte. La natura cancellò tutto ciò che lei non aveva costruito. Un movimento franoso di vaste dimensioni che colpì Sarno, Siano e Bracigliano in provincia di Salerno, Quindici in provincia di Avellino e San Felice a Cancello in provincia di Caserta. In tutto morirono 160 persone.
Per molti è stato un evento di carattere eccezionale anche se bisogna sottolineare che per molti aspetti si è trattato di un fenomeno che si ripete con una relativa frequenza nella zona ma a tutti è sembrato che il numero di 140 frane innescatesi dai versanti del pizzo D'Alvano, che hanno investito i comuni di Bracigliano, Quindici, Sarno e Siano, nell'arco delle 12 ore di durata complessiva dell'evento, siano state di portata eccezionale e senza paragoni.
Tutto ebbe inizio alle ore 16:30 del 5 maggio. Episcopio in pratica non esisteva più sepolta dal fango venuto giù all'improvviso, rabbioso e violento, una prima volta verso le 16.30 del martedì 5 maggio e poi di continuo fino a tarda notte sorprendendo nel sonno quanti credevano e speravano che la emergenza fosse già finita, fu come un tappo che fosse improvvisamente saltato e poi fiumi di fango e detriti cadere giù dalla montagna indebolita dagli incendi, dagli abusi, dalla mancanza di vegetazione. Una notte scandita dai fiumi di fango continui, dagli squarci della montagna e dai crolli di case e palazzi e dalle urla disperate di chi stava finendo sotto al fango e di chi invece ha perso i propri cari.
Il terreno è venuto giù insieme alla pioggia travolgendo ogni cosa, agghiacciante quanto accaduto. Solo nel pomeriggio del 6 maggio, dopo 30 ore circa ininterrotte di pioggia, si affacciò il sole, pallido come i volti dei sopravvissuti, a mettere in evidenze le enorme ferite provocate dal disastro. Una frazione diversa, distrutta sotto tutti i punti di vista e con 137 persone in meno e famiglie senza più una propria abitazione, senza più gli effetti personali, nemmeno un ricordo, senza vestiti e senza un letto, nemmeno una foto ricordo dei propri cari. Tutto finito sotto una coltre di fango alto 5 – 6 metri. Interi quartieri cancellati completamente. Una tragedia forse peggio del terremoto. Agghiacciante quanto accadde all’ex ospedale Villa Malta, semidistrutto dalla frana e da posto di ricovero divenne il luogo della morte come d’altronde l’intera frazione, oggi ancora lì in piedi come 19 anni fa come simbolo della tragedia. Episcopio come Pompei, il fango come la lava, il monte Saro come il Vesuvio: una nuova Pompei, questa la sensazione agli occhi di tutti e poi la corsa contro il tempo per cercare di scavare e salvare qualcuno.
Una tragedia mai vista in precedenza bastava arrivare al palazzetto dello sport, per rendersi conto dell’immane tragedia. Stadio di bare, il palazzetto dello sport, un campo di pallavolo solo reti e una cesta di palloni, tutto il resto casse da morto, un rosario di cadaveri, distesi a decina in grandi e piccole bare, bianche e marroni. E poi il 10 maggio i funerali di Stato nello Stadio Felice Squitieri diventato il Golgota del paese. Funerali di massa, 95 le bare. Ma erano tutti morti in quello stadio, dove normalmente si applaudono gli atleti e la propria squadra del cuore, quel giorno è un continuo applaudire alle vittime innocenti di una tragedia senza precedenti. Il campo di calcio e le gradinate stracolme, tutti qualcuno da piangere, il dolore e lo strazio stampato sul volto di tutti, tutti qualcuno da piangere. Ad onorare le vittime Antonio Di Pietro, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e il presidente del Consiglio Romano Prodi, l’impegno di uno Stato che promette di restare accanto a quella gente che non aveva più nulla. E poi il corteo funebre con le bare accompagnate al cimitero con i mezzi dell’esercito. Oggi come allora il ricordo è stampato nel cuore e nella mente delle tantissime persone che hanno vissuto quella tragedia.
LA POESIA SULLA FRANA A SARNO DEL POETA AMERICANO Jack Hirschman
QUI SOTTO
Sono vicino alla cassa
della libreria City Lights,
sto parlando con Gent, un commesso,
del disastro di Sarno, in Italia,
e di tanti dei suoi cittadini
nelle cascate di fango,
quando all’improvviso dal piano
qui sotto qui sotto
erompe un grido, e su per le scale
un uomo arriva correndo, la sua bocca
continua il grido,
un grido al massimo della voce
sotto occhi selvaggiamente folli,
un grido che si lancia fuori
dal negozio e attraversa Columbus Avenue
e poi attraversa Broadway,
un grido di paura, di furia,
di lamento e desolazione
oltre le parole,
non semplicemente un grido che potrebbe
fermare una strada di colpo
ma un gemito nato dal nulla
che nasce da tutti coloro che sono
caduti, accatastati, e seppelliti
a bocca spalancata.


