Finti matrimoni per ottenere illecitamente permessi di soggiorno per extracomunitari. Era a tutti gli effetti un ’agenzia matrimoniale del crimine quella scoperta nel corso dell’operazione “Unione di fede” che aveva come m ente una donna supportata dalle tre figlie, dalla sorella e dall’amica di una delle figlie. A sgominare l’organizzazione sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Battipaglia che hanno dato esecuzione a u n ’ordinanza applicativa di misure cautelari nei confronti di 7 persone (una è finita in carcere, una agli arresti domiciliari e cinque hanno l’obbligo di dimora con permanenza notturna presso le rispettive abitazioni e obbligo di presentazione alla pg), emessa dal gip del Tribunale di Salerno, su richiesta della Procura. Nel complesso, sono state denunciate in tutto 70 persone e sono stati individuati 21 matrimoni finti celebrati dal 2013 a oggi, principalmente a Battipaglia, Eboli, Olevano sul Tusciano e, in un caso, a Montecorvino Pugliano e a Marchirolo.
IL REATO - Gli indagati sono gravemente indiziati di concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (nella fattispecie, di favoreggiamento della illecita permanenza sul territorio nazionale di immigrati clandestini), m anche di aver tratto in errore l’ufficiale di Stato che ha rilasciato i falsi certificati di matrimonio sulla base di dichiarazioni fasulle e di falso per induzione con il fine di ottenere dalla questura il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari. Le indagini dei carabinieri, partite nel settembre del 2016, si sono concluse nel marzo scorso e sono state condotte attraverso intercettazioni, pedinamenti e perquisizioni che hanno permesso di accertare l’esistenza di un gruppo familiare che, dalla raccolta dei documenti fino alla pubblicazione delle nozze, sfruttava l’immigrazione clandestina di cittadini extracomunitari, soprattutto marocchini e algerini. A far scattare le indagini sono state una serie di incongruenze rilevate dal comandante di una delle stazioni dei carabinieri. La maggior parte degli stranieri, infatti, non risultava censita, molti degli sposi si trovavano sul territorio nazionale pochi giorni prima dalla data delle nozze; in quasi tutte le unioni i coniugi non coabitavano; esisteva, spesso, una notevole differenza di età tra gli sposi, inoltre, in gran parte dei casi, le stesse persone risultavano testimoni in altri matrimoni. Elementi che hanno portato a ricostruire tutta l’organizzazione della quale Laura Iadanza, insieme ai familiari, manovrava le fila procacciando agli immigrati in cerca di regolarizzazione i coniugi e i testimoni necessari per celebrare le nozze. Successivamente, con il via libera al permesso di soggiorno, i finti sposi avanzavano richiesta di divorzio. E c’era anche un preciso tariffario: per ogni matrimonio veniva richiesta e pagata dall’immigrato una somma variabile dai 5 ai 10mila euro.
LA COMPRAVENDITA DEI NEONATI - È nel bagno dell’ospedale, dopo il parto, che dà un prezzo alla nuova vita. In quei pochi metri quadrati ci sono la neo mamma, la nonna e Laura ladanza. C’è da spartirsi la somma di tremila euro, quale prima tranche per l'attribuzione della paternità al finto padre marocchino. La compravendita riguarda una bambina, figlia di un altro marocchino. Sulla divisione dei soldi scoppia la bagarre. La mamma si sente truffata e minaccia di andare dai carabinieri. La ladanza, al telefono con la nonna, ammonisce entrambe: «La vendita dei bambini non si fa. È lei che va in galera». Anche l’intermediazione, però, è reato.

