Scafati. Aliberti, la camorra e la Facebook-mania: da "faccia pulita" a politico spietato | Testimoni a confronto

22 Settembre 2017 Author :  

“Recidivo e pronto a commettere il reato, portando a termine i patti stretti con la camorra”: questi i motivi per cui i giudici del riesame hanno deciso di chiedere l'arresto in carcere per l'ex sindaco Pasquale Aliberti e per gli esponenti del clan Ridosso Loreto, Luigi e Gennaro, per cui invece sono stati previsti i domiciliari. Ma quali sono i testimoni di Aliberti? Cosa ne pensano i giudici? Ecco le valutazioni presenti nel dispositivo depositato questa mattina al tribunale della libertà di Salerno.

Per quanto riguarda Angelo Pasqualino Aliberti, secondo i giudici del Riesame le dimissioni dalla carica di sindaco del comune di Scafati non sono un elemento dirimente per ritenere c'è stato il pericolo di condotte recidive. “Lasciandolo libero di agire Aliberti potrebbe entrare ancora in affari con la malavita organizzata per avvantaggiare in cambio di favori politici attuando quindi i patti concordati col clan in cambio dei voti ottenuti”. Una altro appunto invece è relativo al fatto che Aliberti aveva un profilo Facebook istituzionale in cui aggiornava la cittadinanza circa la sua attività politica. Questo profilo continua a essere attivo e lui continua a pubblicare anche atti, giudizi e indirizzi relativamente al governo della città. Infatti, a presentare tutto il materiale circa i post che si occupano della vita pubblica, è la Dia di Salerno. A partire dal settembre 2016 fino all'aprile del 2017 il profilo viene sempre utilizzato mentre addirittura si riferisce a tutto quello che è il ruolo svolto dalla Commissione prefettizia che si trova al comune di Scafati. Interviene sullo scioglimento del consiglio comunale, sulla mancata autorizzazione della sfilata di carri di carnevale, sulla nomina di Prudenzano al piano di zona (per cui è indagato), sul rinvio della Corte di Cassazione, ma anche in particolare su quanto fa la triade commissariale circa la nomina del segretario comunale, le disposizioni sulla tari e sulle società partecipate.

LA FOTO E LE ACCUSE - In particolare viene tirato in ballo poi un post dell'ex primo cittadino che pubblicava anche un documento amministrativo interno che poi veniva utilizzato in modo tale da screditare l'operato della commissione prefettizi e di uno dei testimoni dell'accusa. Per i giudici, questo comportamento, nonostante la spiegazione che la foto del documento fosse stata presa da Andrea Granata (ex presidente di Scafati Solidale) e condivisa anche da altri cittadini sui social, dimostra comunque come Aliberti continui a mantenere alta l'attenzione politica della collettività Scafatese sulla sua persona.

LA MOGLIE DEL SINDACO - Inoltre poi la moglie Monica Paolino è ancora in carica come consigliere regionale. Proprio lei ha tenuto un comizio nel piazzale della sorella di Romolo Ridosso durante la campagna elettorale per il 2015 e quindi potrebbe esserci il pericolo che Aliberti potrebbe dover onorare i fatti stretti con la camorra attraverso di lei.

L'ATTIVITÀ FACEBOOK DELL'EX SINDACO PASQUALE ALIBERTI – La Dia di Salerno sottolinea come in diverse occasioni tutti i post politici Monica Paolino venivano riferiti alla Città di Scafati e l'Agro, ed inoltre veniva taggato anche il sindaco Pasquale Aliberti e in più occasioni c'era una condivisione e un transito di comunicati tra entrambi i profili. Inoltre l'antimafia sostiene ed i giudici confermano, secondo quelli che sono le dichiarazioni di ex collaboratori del sindaco, come Monica Paolino in realtà non sia un'esperta di politica ma sia solo guidata dal marito.

I TESTIMONI - In primis è stata sentita Patrizia Sicignano, imprenditrice, che ha ricordato alcuni incontri elettorali del sindaco e l'organizzazione alle Regionali per la campagna elettorale. La donna conferma come sia stato il sindaco insieme a Giovanni Cozzolino a gestire l'organizzazione di quella campagna. L'incontro al bar Alba (già contestato dall'antimafia perchè organizzato da persone vicine al clan), secondo quando stabilito dalla Sicignano sarebbe stato un flop ma poi, sul caso la moglie di Cozzolino le avrebbe detto “che queste persone da sole avrebbero portato 6-700 voti”. Secondo quanto riportato dalla donna poi, forse Angelo Pasqualino Aliberti avrebbe imposto la candidatura alla moglie: Aliberti le avrebbe anche detto di aver stretto un patto con l'ex sindaco Melchionda di Eboli che aveva il compito di canalizzare l'elettorato sulla Paolino. Secondo questa testimonianza, la Paolino si sentiva anche fuori luogo nello svolgere la sua funzione di consigliere regionale e tutti gli accordi erano fatti con il marito. Per quanto riguarda invece la testimonianza del fratello di Patrizia Sicignano, ovvero Raffaele, ex assessore al Bilancio ed alla manutenzione del sindaco Aliberti, spiega come durante la campagna elettorale delle regionali anche alcuni consiglieri comunali, lui stesso si era occupato della candidatura di Monica Paolino anche nel comune di Scafati. Mentre invece Aliberti avrebbe recuperato voti all'esterno. Ogni decisione politica presa da Monica Paolino però arrivava soltanto con l'assenza del marito ed in più spesso si recava in Regione anche per fare le sue veci relativamente a delle questioni. Anche Daniela Ugliano, ex assessore Aliberti era stata sentita e aveva confermato la stessa posizione.

I TESTE DELLA DIFESA - Invece la difesa di Aliberti ha presentato tutta un'altra versione con la piena autonomia di Monica Paolino e del suo ruolo politico. Infatti è stato sentito sul caso Vincenzo Paolillo che ha specificato come mentre da una parte Aliberti lo contrastava, invece Monica Paolino lo appoggiava per quanto riguarda le scelte regionali e voleva anche candidarsi con lui nella lista Caldoro Presidente nonostante Aliberti non fosse d'accordo. Secondo Paolillo, Monica Paolino era autonoma nelle decisioni. Invece il sindaco del comune di Montecorvino Pugliano, sostiene di averla conosciuta e che in pratica era a disposizione dell'intera classe dirigente, mentre l'ex sindaco di Eboli, ha spiegato come non ci fu un accordo sulla candidatura regionale della moglie ma piuttosto Aliberti gli avrebbe offerto per amicizia il ruolo al consorzio delle farmacie come presidente e lui avrebbe votato Monica Paolino e l'avrebbe fatta anche votare a qualche amico, ma senza fare una vera e propria campagna elettorale.

COSA NE PENSANO I GIUDICI? - Il punto è che secondo i giudici del Riesame Aliberti comunque ad oggi, potrebbe utilizzare la moglie per attuare i patti politici che ha stretto con la criminalità organizzata. Lo stesso il sindaco di Eboli si tradisce in questo senso dimostrando come l'incarico gli era stato offerto da Pasquale Aliberti e poi lui aveva votato Monica Paolino ed inoltre anche Vincenzo Paolillo sottolinea come mentre la Paolino voleva candidarsi nella lista Caldoro presidente, alla fine aveva cambiato lista proprio perché Aliberti non era d'accordo. Per quanto riguarda invece la dichiarazione del sindaco di Montecorvino Rovella, secondo i giudici del Tribunale del Riesame, Aliberti non sarebbe intervenuto perché non riguardava i suoi interessi personali. Anche quando il segretario regionale Antonio Mirra spiega come in realtà si sia sempre confrontato con Monica Paolino e mai con Pasquale Aliberti su fatti relativi alla Regione, per il giudice non è sufficiente, perché i due non hanno bisogno di confrontarsi in pubblico quando potrebbero farlo tranquillamente tra le mura domestiche. Come già dimostrato ampiamente, i giudici dicono che “c'era stato un patto politico mafioso tra Aliberti e il clan e di conseguenza l'orientamento dei voti era stato per Monica Paolino”. Ecco perché potrebbe ancora oggi garantire il rispetto di quei patti attraverso la moglie.

IL RUOLO DEGLI ALTRI TESTIMONI - In più per il giudice è irrilevante quanto spiegato da Andrea Granata sul ritrovamento di  documento, così come anche non sono importanti le dichiarazioni rese da Vincenzo Cesarano, presidente della Scafatese Calcio, per cui il sindaco Pasquale Aliberti gli avrebbe detto di non avere mai a che fare con personaggi come i Ridosso oppure le dichiarazioni invece rese da gli ex fedelissimi Eduardo D'angolo, Nicola Acanfora, Antonio Pignataro, Brigida Maria, Carmela Berritto e anche dal dirigente Salvatore De Vivo, dall'usciere comunale Federico Fattorusso, da Carlo Vitiello (amico di famiglia), ma anche da altre persone vicino al sindaco. Questi fedelissimi infatti spiegano come Aliberti avesse combattuto contro Vincenzo Nappo per l'espropriazione di un terreno ed inoltre anche che non era stato lui l'artefice della nomina all'acse di Ciro Petrucci, oppure che non voleva partecipare alla cena in cui c'era anche qualche esponente del clan. Secondo i giudici del Riesame però queste circostanze non cambiano la situazione, a volte non sono neanche pertinenti con quello che viene preso in esame in quella sede.

UNA FACCIA “PULITA” - Inoltre Aliberti si era costruito la maschera di persona pulita e quindi se anche avesse detto vicino a qualcuno o se avesse mostrato la voglia di essere una sorta di paladino della legalità in pubblico, alla fine non era credibile - secondo quanto dichiarato dei giudici del Tribunale del Riesame - perché in realtà non voleva far capire quali fossero i suoi reali intendimenti con la malavita organizzata. In merito alla parvenza di essere un sindaco anticamorra il Riesame scrive a proposito dei consigli che Aliberti avrebbe dato al suo testimone Vincenzo Cesarano di non frequentare gli uomini del clan, il Tribunale scrive "...Invero questo atteggiamento è in perfetta linea con il modus agendi dell'Aliberti che vuole dare all'esterno l'impressione di un uomo politico pulito, che rifugge la camorra. Egli infatti vi entra in affari in modo cauto e segreto: come quando invita i Ridosso al fine di ottenere l'appalto promesso, a costruire una ditta intestata a un prestanome; come quando invita il clan a candidare un soggetto che non abbia il cognome Ridosso; come nel caso dell' incontro segreto con i fratelli Maurelli al quale prendono parte il proprio staffista Giovanni Cozzolino e il fratello nello Aliberti..."

LA DIFESA DEI COMUNALI - Anche alcuni dipendenti comunali o collaboratori e consulenti esterni dell'amministrazione Aliberti sono intervenuti in sua difesa sostenendo come non abbiano mai subito pressioni dal primo cittadino. In realtà però, i giudici del Tribunale del Riesame spiegano che questo non cambia rispetto invece alle accuse mosse dall'ex dirigente Giacomo Cacchione relativamente a delle affissioni dell'Eternità, ditta funeraria della famiglia Matrone, e di conseguenza si tratta di dichiarazioni irrilevanti. Neanche la dichiarazione dell'usciere che sostiene di non aver mai visto Loreto al Comune, può essere dichiarato come fondamentale nell'ottica dell'assenza di un patto criminale tra il clan e Pasquale Aliberti.

LE DELIBERE ANTICAMORRA PRESENTATE DA ALIBERTI - Secondo i giudici del Tribunale del Riesame, le delibere presentata di Aliberti che produce come difesa per sottolineare come lui abbia confiscato dei beni al clan Galasso e Sorrentino, sono inappropriate in quanto in realtà si tratta di beni che sono stati sono acquisiti ed erano già stati confiscati dall'autorità giudiziaria. E poi lo scambio elettorale politico mafioso sarebbe stato un accordo legato alla competizione elettorale per offrire dei vantaggi anche alla camorra sfruttando le potenzialità intimidatorie di queste persone. Non si contesta ad Aliberti il fatto che abbia avuto dei rapporti sistematici con la camorra, quanto piuttosto che nelle competizioni elettorali in cui era personalmente coinvolto intende vincere a tutti i costi la competizione e non si fa scrupolo di entrare in personale rapporto e stringere accordi illeciti che poi sarà tenuto ad onorare.

Inoltre secondo i giudici non può essere considerata superata la presunta attualità del reato e la concretezza del pericolo di recidiva perché se lasciato libera, Aliberti, continuerà ad agire politicamente entrando in affari con la criminalità organizzata per ottenere il sostegno elettorale sia per se, che per sua moglie Monica Paolino e anche per altre persone a lui legate. Inoltre a prescindere dal fatto che sia candidato o meno, resta comunque il fatto che il rischio avanza e ci si avvicina sempre di più alla campagna elettorale nel 2018. Non è neanche pensabile affidargli arresti domiciliari perché si troverebbe a vivere con Monica Paolino e quindi potrebbe ancora continuare in questo percorso a mantenere i suoi coinvolgimenti in politica. E' anche dimostrato di che aveva espletato il reato. Ecco perché alla fine giudici hanno ordinato che Angelo Pasqualino Aliberti, "sia catturato e condotto nel più vicino istituto di custodia e pena, per restare a disposizione dell'autorità giudiziaria". Questa misura verrà eseguita una volta che il provvedimento diventerà definitivo, ovvero confermato da parte della Corte di Cassazione. Aliberti ha 15 giorni di tempo per presentare ricorso alla Suprema Corte.

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