ISOLA CAPO RIZZUTO – «La priorità sono i carcerati. Quello che resta ce lo dividiamo noi». È una delle frasi captate dagli investigatori che descriverebbe il sistema delle estorsioni messo in piedi dal clan Manfredi a Isola Capo Rizzuto. Un sistema che, secondo gli inquirenti, serviva soprattutto a garantire il sostegno economico ai detenuti della cosca.
Sulla base delle indagini dei carabinieri del Reparto operativo di Crotone e della Dda di Catanzaro, sono state eseguite 19 misure cautelari nell’ambito dell’operazione “Libeccio”, che ha colpito il gruppo guidato da Pasquale Manfredi, ritenuto organico alla cosca Nicoscia.
Le intercettazioni restituiscono uno spaccato delle dinamiche interne al gruppo criminale. «Abbiamo fatto una cosa bellissima. Quando escono ci devono dire solo grazie», si sente in un’altra conversazione. E ancora: «Se ci vogliono riconoscere il ringraziamento, noi abbiamo fatto il nostro». Parole che, secondo gli investigatori, confermerebbero come le estorsioni fossero organizzate anche per alimentare la “cassa” destinata ai carcerati.
Tra gli episodi ricostruiti nell’inchiesta c’è anche l’incendio che nella notte del 22 aprile 2024 distrusse cinque mezzi pesanti della Soigea, azienda impegnata in lavori per conto di Enel. Escavatori, bobcat e autocarri vennero ridotti in cenere, con un danno stimato in circa 500 mila euro.
A denunciare le pressioni e i tentativi di estorsione fu l’imprenditore campano Aniello Pappacena, originario di Sarno, fondatore della Soigea e noto anche come patron della Sarnese Calcio. L’azienda sarebbe finita nel mirino delle cosche attive nel territorio di Isola Capo Rizzuto proprio per i lavori avviati in Calabria.
Secondo la ricostruzione investigativa, prima e dopo l’incendio alcuni emissari del clan avrebbero fatto pressioni sul capo cantiere chiedendo di parlare direttamente con il titolare. Le indagini hanno raccolto anche una conversazione ritenuta significativa: «Gli abbiamo fatto 500 mila euro di danni, gli hai bruciato un bobcat e un escavatore», si sentirebbe dire tra gli indagati.
Nonostante l’intimidazione, l’imprenditore avrebbe scelto di denunciare tutto alle forze dell’ordine. Un passaggio ritenuto decisivo dagli investigatori per ricostruire il sistema estorsivo che ruotava attorno al clan.
L’incendio provocò anche una forte reazione della comunità di Isola Capo Rizzuto: cittadini e istituzioni scesero in piazza per esprimere solidarietà ai lavoratori della Soigea, temendo che l’azienda potesse lasciare la Calabria dopo l’attacco.
L’operazione “Libeccio” – il nome richiama il vento di sud-ovest che porta pioggia – ha ora acceso i riflettori su un sistema di pressioni e intimidazioni che, secondo gli inquirenti, mirava a controllare gli appalti e alimentare le casse della cosca.


