Spettacolo: “fattarielle e ‘nciuci”: Dallamano e la sua regia sopraffine

23 Aprile 2016 Author :  

di Francesco Apicella

Vi voglio raccontare un aneddoto su Massimo Dallamano, grande regista e ottimo direttore della fotografia. Aveva curato la fotografia del film “Città violenta”, diretto da Sergio Sollima e interpretato da Charles Bronson. Diresse personalmente, anche se non accreditato, il bellissimo e sanguinoso finale, al tramonto, sui tetti di San Francisco. E’ stato anche direttore della fotografia, con lo pseudonimo di Jack Palmas, di “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più”, i primi due spaghetti-western di Sergio Leone. Nel 1972 aveva diretto il film “Che cosa avete fatto a Solange?”, un giallo “lolitesco” girato a Londra che, pur stroncato dalla critica, ebbe un grande successo al botteghino. Dopo il successo del film “La polizia chiede aiuto” del 1975, sempre ambientato nel modo scolastico delle adolescenti, nel 1976 stava preparando un nuovo film, col titolo provvisorio “Nemesis” che, nelle sue intenzioni, doveva essere il terzo capitolo della “trilogia delle studentesse”. Diversi produttori gli facevano la corte per realizzare quel film ma lui, diffidente per natura, non si fidava di nessuno di loro. Leo Pescarolo, produttore cinematografico prolifico e con alle spalle numerosi successi di pubblico, era intenzionato a produrre quel film ad ogni costo e, per convincere definitivamente Dallamano delle sue buone intenzioni, gli mandò a casa lo sceneggiatore Franco Ferrini, allora alle prime armi ma che, poi, sarebbe diventato famosissimo per la sceneggiatura di “C’era una volta in America”, uno dei capolavori della cinematografia mondiale, diretto da Sergio Leone.
“Da me vogliono le coltellate nella sorca” esordì il regista, con astio, al loro primo incontro. Diffidava di tutti e stava sempre in guardia per evitare fregature. In più era malato, era dimagrito molto, il viso era pallido e incavato e aveva anche una tosse stizzosa che non prometteva niente di buono.
“Non riesco proprio a liberarmene” diceva “mi perseguita, è da Natale che me la porto dietro, non mi lascia mai!”. Ma, nonostante quella tosse persistente e fastidiosa, fumava come una ciminiera, una Marlboro dietro l’altra. Stranamente non parlò affatto del suo nuovo film con Ferrini, che avrebbe dovuto collaborare con lui per la stesura della sceneggiatura. Era un grande appassionato di gialli e parlò con entusiasmo e ammirazione dell’ultimo che aveva visto al cinema: “Invito a cena con delitto”.
“Lo vada a vedere” raccomandò a Ferrini “è un giallo corale ben fatto, ben orchestrato e recitato da un ottimo gruppo di attori, tutti bravi!”
“Lei ha scelto come pseudonimo quello di Jack Dalmas. John Dalmas è un detective privato creato dalla penna del grande giallista Raymond Chandler,vero?…” racconta Ferrini nel suo bellissimo e prezioso libro “C’era una volta il cinema”. Dallamano assentì, sorridendo compiaciuto per quell’arguta osservazione e Ferrini continua: “Sicuramente, da quel momento, guadagnai qualche punto in più nella sua stima”. E ancora “Quando riferii a Pescarolo che l’incontro con Dallamano non era andato bene lui, cinicamente, rispose “Non preoccuparti. Dallamano non farà mai il suo film, ha un cancro ai polmoni. Ha i giorni contati! Rivedilo, collabora con lui e fa finta di non sapere niente della sua malattia”.
Ferrini andò per alcune settimane a casa del regista, il male oscuro di cui era affetto non venne mai nominato. Lui teneva molto a quel film, ci stava attaccato come un cane ad un osso, mezzo rosicchiato, lo aiutava a distrarsi e a non pensare al suo stato di salute che peggiorava ogni giorno di più. Ma non fu il cancro a mettere fine alla sua vita tormentata perché nell’autunno di quello stesso anno ebbe un terribile incidente stradale e morì sul colpo. Aveva finito da poco di girare “Quelli della calibro 38” che fu il suo ultimo film. Aveva solo 59 anni. Ma la macchina inarrestabile del cinema non si ferma mai, il film a cui teneva tanto Dallamano, prodotto da Machiavelli-Pescarolo, fu realizzato dal regista “Alberto Negrin” ed uscì nelle sale con un altro titolo: “Enigma rosso”. Fra i sei nomi degli sceneggiatori, fra cui Ferrini, compare anche Massimo Dallamano, col suo vero nome. L’idea di partenza era buona e accattivante ed è inutile dirlo che, quando il film uscì nelle sale, ebbe un grande successo. La critica, come al solito accade, quando il pubblico gradisce un prodotto, storse il naso e non ne parlò bene.

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