Riti e Miti della Valle del Sarno. Fosso de' Bagni: tra fede e tradizione

29 Maggio 2017 Author :  

di Gerardo Sinatore

Si tramanda che un maialino affetto da rogna, con il corpo interamente ricoperto da piaghe, si sia soffermato davanti ad un antico sacello rurale e per grattarsi, si sia rotolato sul terreno spingendosi sino ad una pozza acquitrinosa. Rialzatosi dal fango, i coloni intenti a lavorare la terra e a governare altri animali, avevano notato con grande stupore che la cotica del maialino aveva riacquistato il suo colorito roseo da lattante, guarendo completamente dalle piaghe. Da allora, la memoria del luogo ricorda che quella cavità fu denominata la Fossa della Porca, e divenne meta di pellegrinaggi e di abluzioni rituali, specialmente in agosto, mese dell’accaduto leggendario. Questa tradizione, risalirebbe al periodo pre-cristiano essendovi stati rinvenuti nei pressi dell’acquitrino dei resti di una remota colonna ed essendo il sacello pagano della terra d’Angri, situato sull’antico asse viario della necropoli pompeana di Porta Nocera. Nel sec. XII, vista l’inestinguibile affluenza dei pellegrini, il sacello fu ampliato poco per volta sino a divenire, alla fine del ‘600, un santuario mariano custodito da un eremita. Nel nuovo perimetro, rientrò anche la fossa, che era quadrata e non molto grande. Questa fossa, quasi asciutta e fangosa tutto l’anno, si racconta che nella notte dell’Ascensione della Vergine, prendesse a zampillare d’acqua limpida e copiosa dalle virtù taumaturgiche. Così, la Fossa della Porca divenne il Fosso de’ Bagni ed il Santuario fu conosciuto in tutto il Regno di Napoli come quello della Madonna de’ Bagni. Agli inizi del ‘900, con legge 29 marzo 1928, n. 621, la zona di territorio sulla quale si trovava la Chiesa di Santa Maria dei Bagni con annessi edifici, fu traumaticamente sottratta ad Angri per essere aggregata al comune di Scafati (per il c.d. riparto patrimoniale). Alcuni studiosi ritengono che la leggenda del porco guarito, sia stato immaginato dopo il ritrovamento di una statuetta fittile a forma di maialino, probabilmente un ex-voto, proprio in quel luogo. Oggi, all’alba dell’Ascensione molti fedeli raccolgono in fiaschi e bottiglie l’acqua prodigiosa del fosso (restaurato nel peggiore dei modi e togliendovi ogni sacralità) per cospargersi il corpo al fine di scacciare il Male e le malattie. Sempre nell’Ascensione, ma di notte, i pellegrini con un velo o un fazzoletto tra le mani fanno il periplo della chiesa appoggiandolo alle pareti interne del prezioso santuario di marmo policromo, per assorbirne tutta la Grazia che vi regna e portarla nelle proprie case. A Bagni, secondo i cultori del luogo che hanno quale riferimento culturale le ricerche di Roberto De Simone, si sostiene che la canzone che accompagna la danza sia d’inequivocabile origine pagana e racconti la triste storia di una fanciulla che nasce come Venere in mezzo al mare, divenendo presto preda dei pirati. A me piace ricordare un’altra cantata del luogo, che fa: -  Jamme ‘e Vagne cu’ sciore 'e papagne, e si nun ce jammo auanno: auanno che vene sola sola, auanno che vvene co' uaglione, e auanno zita zita che vvene co' marito, auanno a vrazz’ a vrazz’, che vvene co’ cincene 'mbraccio[1]. Tra i custodi della tradizione scafatese più famosi come Viola e ricercatori come Giuseppe Dionisio e Salvatore Raiola, vi sono Antonio Matrone ‘o Lione, Simone Carotenuto e Fortunato Carotenuto. 


[1]Traduzione: Andiamo a Bagni con mazzettini di papaveri, e se non ci andiamo quest’anno: l’anno prossimo ci andrò da sola, l’anno prossimo ancora con il mio fidanzato, l’anno prossimo ancora, da zitella che fui ci andrò con mio marito e braccio sotto braccio porterò il nostro piccolo tra le braccia.

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