di el grinta
Padre si nasce o si impara?
Ancora io a raccontare di mio figlio, del mio libro e del mio girare per le scuole d’Italia. Forse per l’ultima volta con questo pseudonimo per i motivi che dirò alla fine.
Brevemente, a chi mi legge ora per la prima volta, dico che ho iniziato a girare per le scuole per presentare il mio libro, GIUSEPPE, firmato con lo pseudonimo di El Grinta ed edito da Albatros, da novembre 2017.
Il romanzo è ispirato al suicidio realmente accaduto nella notte tra il 24 ed il 25 marzo 2014 a Milano, città in cui vivo, di Giuseppe, il mio primo figlio, all'epoca ventunenne (il primo di tre), quando cioè apre la finestra della sua camera, all'ottavo piano di un palazzo, e si lancia nel vuoto.
Ho cercato di raccontare il mal di vivere di un essere che si è sentito sin dall'adolescenza intrappolato nel proprio corpo e, infatti, GIUSEPPE è anche la storia di Noemi, alter ego femminile che assume contorni definiti nella vita di noi genitori solo nel momento in cui nostro figlio si toglie la vita.
Ricostruisco la vicenda a ritroso, a partire dalla notte maledetta, attraverso le pagine di un diario che auguro a chi ora mi sta leggendo e a chiunque altro, di non scrivere mai.
Le colonne portanti del narrato, dove trova ampio spazio anche il racconto delle mie emozioni, sono due: l'identità di genere e il disagio giovanile che porta all’auto distruzione.
Quando ho presentato il libro a Milano per la prima volta, un professore in pensione che l'aveva appena letto, mi ha suggerito - visto l'alto contenuto educativo - di portarlo nelle scuole, anzi, di renderlo proprio una lettura autonoma suggerita.
Ho ascoltato quel suggerimento e così ho cominciato a proporre ai dirigenti scolastici di Italia, di presentarlo e dibatterlo con i propri studenti. Qualcuno ha cominciato ad aderire e così, eccomi qui oggi, con in attivo 24 scuole visitate in due e anni e mezzo, cioè prima che il covid mi fermasse.
E quello che ora voglio raccontare è avvenuto proprio durante uno di questi giri.
Ma servirà davvero raccontare ai ragazzi della grande sofferenza di un loro quasi coetaneo e del profondo dolore di un padre o li turberà soltanto?
Non lo so.
Sta di fatto che, a Castelvetrano, Trapani, quel giorno (23 novembre 2017 quindi proprio all’inizio del mio girovagare), capita che dopo la presentazione a tutti in aula magna, mi si avvicina una professoressa e mi dice che ci sono alcuni suoi allievi che vorrebbero farmi altre domande e, se voglio, posso raggiungerli in classe, dove avrebbero lezione.
Un po' stupito e un po' divertito da questa singolare richiesta di "tempi supplementari", seguo la professoressa che mi ha agganciato e così, in un'aula piccola ma ben tenuta, con una dozzina tra ragazzi e ragazze sui sedici anni, inizio un bel dialogo.
La prima domanda, che poi, da lì a seguire, sarà sempre ricorrente nei dibattiti come quello, è:
"Ma se potesse parlare a Giuseppe adesso, cosa gli chiederebbe per prima cosa?",
dove rispondo sempre deciso e senza il minimo dubbio:
"Se sta bene!".
A quella domanda, ne seguono altre sempre veraci, con un ritmo serrato. Non so neanche io come viene fuori, sta di fatto, che mi trovo a raccontare di un episodio che non è neanche sfiorato nel libro, anzi, visto sia quanto avviene lì e sia nelle altre scuole dopo, mi pento di non averlo riportato.
Inizio dell'anno scolastico. Giuseppe avrà avuto quattordici o quindici anni. Bisogna chiedere la tessera ATM (Azienda Trasporti Milanesi) da studente perché possa spostarsi a Milano per raggiungere la scuola, a costi contenuti.
Provvedo tempestivamente.
L'avviso che la tessera è pronta per il ritiro, però, a casa non arriva. Passano un paio di settimane, poi un'altra, poi un'altra ancora, finché mi stanco e decido di andare ad approfondire di persona presso gli stessi uffici dove ho presentato la richiesta.
Contrariamente a quello che si dice degli impiegati che sono addetti al ricevimento del pubblico, trovo un signore gentile che più o meno avrà la mia idea (all'epoca quindi sui cinquant'anni), che mi ascolta con attenzione. Prende nota di tutto e va a vedere nel back office se può ricostruire la vicenda.
Torna da lì a poco e quindi senza farmi aspettare neanche più di tanto, con un fascicolo dove dentro c'è la domanda che ho presentato all'epoca per chiedere la tessera ATM per Giuseppe.
Mi guarda serio e paziente, al di là di un bel paio di lenti spesse da miope e mi dice:
"Sa perché la sua richiesta si è fermata? Qui, come nome, c'è scritto "Giuseppe", ma la foto è di una ragazza. I colleghi non sapevano cosa fare e si sono bloccati."
Guardo la foto che - mea culpa! - non avevo notato prima: davvero è Giuseppe ma è truccato e ha i capelli lunghi pettinati all'indietro in una foggia femminile. Effettivamente è una ragazza!
Ragioniamo ancora un po' l'impiegato e io fino a che non ci mettiamo d'accordo per sbloccare la pratica.
Mi colpisce anche il suo commento finale:
"Magari Giuseppe è anche il migliore dei suoi figli, ma è meglio che giri con in tasca un documento che ne consente la perfetta identificazione, se non vuole problemi se viene fermato da qualcuno."
Mi blocco di fronte a tale logica, tanto elementare quanto efficace e mi precipito a casa, con il forte proposito di "parlare" il prima possibile a Giuseppe...
A questo punto, giova precisare che Giuseppe è un figlio difficile. Oltre ai dubbi sulla sua identità al punto di diventare a volte Noemi, è un ragazzo chiuso in sé stesso, difficile fin dall’infanzia e, benché amatissimo, noi genitori non sappiamo mai cosa fare per aiutarlo e sostenerlo, con ogni nostro gesto che ci sembra sempre inutile.
In quel momento, però, nel breve tragitto dall'ufficio dove sono stato a casa, pedalando con foga in bicy, faccio in tempo a diventare Hulk...
Tanto per cambiare, Giuseppe è lì, "barricato" nella sua camera.
A fatica come sempre, lo "convoco" in sala.
Gli racconto quello che è successo e concludo così:
"Se tu vuoi avere il seno, padronissimo, però vuol dire che la prossima volta per uffici ci vai tu!".
Giuseppe se ne torna in camera sua senza dire una parola, come è nel più tipico dei suoi stili.
All'epoca, la mancata definizione dell'identità di genere era già cominciata a emergere, sempre con i forti coni d'ombra che caratterizzavano questo figlio. Sta di fatto che più di una volta era emerso che a lui sarebbe piaciuto avere il seno.
Ecco, qui mi fermo in quello che ho ricostruito del passato in quella classe siciliana e ritorno a quello che mi sta davvero a cuore: sono veramente grato a quei ragazzi che mi hanno convocato per i "tempi supplementari" e mi hanno torchiato in un terzo grado che mi ha consentito di liberarmi almeno in parte dei miei sensi di colpa: da un punto di vista strettamente educativo, probabilmente, anzi senza probabilmente ma sicuramente, quello che avevo detto a Giuseppe in quel momento era corretto e serviva a stimolarlo verso la strada della responsabilizzazione, ma, da un punto di vista relazionale, che poi invece, in quel momento, era molto più importante, non lo aiutava affatto, anzi lo spingeva ancora di più a chiudersi in se stesso e verso quella storia di solitudine e di hikikomori che poi caratterizzerà gli ultimi anni della sua vita.
Quanto quella frase che gli avevo detto in quel momento ha concorso a consolidare la decisione finale di farla finita?
Non lo so e rientra tra i mille e più segreti che Giuseppe si è portato nella tomba...
Se oggi però non posso trovare il conforto di mio figlio nel dirgli che ho capito di avere sbagliato quel giorno (e quanti errori si fanno con i primi figli e soprattutto in casi complessi come questo!), sono super contento di averlo potuto dire almeno a quei ragazzi che mi stavano ascoltando e, in un certo senso, mi hanno consentito di tirarlo fuori e ipso facto di avere la sensazione di come se l'avessi detto a Giuseppe stesso, guadagnando il suo perdono.
Qui mi fermo davvero.
Vorrei solo aggiungere per non lasciare inappagata la giusta curiosità del lettore che mi ha seguito sin qui, che non so perché ho voluto scrivere un libro su Giuseppe e, tanto meno, perché ho voluto presentarlo tanto in giro. Scrivere è stata la mia morfina, unica droga capace di anestetizzare un dolore davvero terrificante. Quando scrivevo, infatti, Giuseppe era con me e mi sembrava che non fosse mai scomparso. Alla fine, è venuta fuori una testimonianza verace che, innescando la riflessione, può essere un ausilio per tutti quei ragazzi che, come Giuseppe, affrontano problemi più grandi di loro e che non riescono a gestire. E, naturalmente, per tutti quei genitori e docenti che vogliono stare vicino ai loro figli ed allievi ed accettarli e amarli per quello che sono.
All’inizio, quando ho cominciato a scrivere, non avevo alcun obiettivo se non quello di commemorare mio figlio, ma, con il passare del tempo, ho trovato l'attenzione di tutti, scuole e pubblico in generale.
Continuando a girare, vorrei solo, pur senza minimizzare la mancata identità di genere, parlare di più di hikikomori e far capire che è l’isolamento che davvero ha ucciso mio figlio: l’identità di genere indefinita, infatti, fa stare male ma – fortunatamente! - non ammazza.
Confido nel futuro…
Di recente, forte dell'esperienza maturata parlando con gli studenti nei miei giri per lo Stivale, ho elaborato un nuovo testo dove le "telecamere" sono puntate solo su Giuseppe e Noemi, e alla fine di maggio arriva in libreria "Mio figlio. L'amore che non ho fatto in tempo a dirgli" di Marco Termenana - anagramma del mio vero cognome - edito da CSA, di Castellana Grotte, Bari (il piano editoriale iniziale prevedeva settembre ma abbiamo dovuto anticipare viste le continue richieste che ormai ricevo ogni giorno di portare in giro la mia testimonianza).
Ovunque tu sia, buona vita Giuseppe Noemi!
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