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"La Mia Napoli", il libro su Domenico Rea di Vincenzo Salerno

13 Settembre 2021 Author :  

"La Mia Napoli", un libro su Domenico Rea, pubblicato per l'occasione del centenario della nascita dello scrittore a cura di Vincenzo Salerno, docente dell'Universatà di Fisciano. Edizioni San Gennaro.  

Una collezione di testi che descrivono l'itinerario napoletano preferito dell'autore dei capolavori di Spaccanapoli e Ninfa plebea. Partendo dal Rione Sanità e attraversando il centro cittadino, fino ad arrivare a Forcella, questi corsivi apparsi in rivista e per la maggior parte inediti descrivono luoghi, personaggi e situazioni storiche in maniera vivace, realistica e mai folcloristica. Domenico Rea fa compiere al lettore una vertiginosa immersione nel suo personalissimo "ventre di Napoli", lasciandosi guidare dalle suggestioni, dall'incombenza della realtà e dalla prepotenza della Storia. Per orientarsi nella lettura, completano il testo una prefazione del curatore Vincenzo Salerno, una nota dello scrittore Angelo Petrella e un ricordo della figlia Lucia Rea.

I “multipli” di Napoli

di Vincenzo Salerno

Scrivendo di Napoli – ricostruendone fedelmente la storia oppure raccontandola attraverso il filtro della fictio narrativa – si corre, molte volte, un rischio duplice; un pericolo non di poco conto che Domenico Rea teneva bene in mente quando decideva di mettere su carta i suoi pensieri ispirati dall’osservazione del paese “dell’improvvisazione e del meraviglioso”. Innanzitutto, la ripetizione del “già detto” per trovarsi, poi inevitabilmente, “di fronte ad una vasta letteratura indigena e straniera tanto antica e radicata da far legge: e agli stessi napoletani, che han finito per credere di essere simili ai personaggi cantati, narrati e rappresentati dai loro scrittori”. E, tuttavia, Don Mimì – con la piena consapevolezza che ogni nuovo tentativo di “interpretazione” implicasse, consequenzialmente, una “buona dose di presunzione” – non ebbe mai timore di ‘misurarsi’ o di dover affrontare una simile situazione che, nei suoi testi, si traduce invece in uno dei temi a lui più cari e, di certo, fra i più ricorrenti. Nella prolifica e variegata produzione – principalmente nella prosa narrativa così come pure nella saggistica, nei reportage negli articoli pubblicati su quotidiani e riviste – Rea seppe così, ricreare (a più riprese e da differenti ‘angolazioni’) la ‘sua’ Napoli; mettendone in risalto, a seconda delle esigenze argomentative, la caleidoscopica natura di “città corale”; capace di esprimere, simultaneamente, “pietà creaturale” e una quotidiana recita, “sfacciata e teatrale”. Su tale ‘palcoscenico’ spesso si esibiscono molti dei protagonisti delle opere reane: famosi personaggi storici, artisti e letterati realmente esistiti che s’alternano – in una colorata rappresentazione di ‘superficie’ – con anonime e losche figure, animate dalla “manìa di fare i napoletani a tutti i costi”; che campano esercitando l’arte antica dell’“arrangiamento”; non disdegnando, all’occorrenza, di dover fare ricorso alla “prostituzione morale” pur di raggiungere l’obiettivo prefissato. Come un reportage di viaggio, come indagine antropologica sul campo, in una ‘sezione’ urbana ben precisa – di una città “ascensionale”, di fatto stratificata e aggregata nella sintesi di più “villaggi” che s’amalgamano e diventano un tutt’uno – può, dunque, leggersi ciò che Domenico Rea offre nei brani in prosa – qui di seguito selezionati – tratti da Pagine su Napoli. Il libro era stato pubblicato nel 1995, un anno dopo la morte dell’autore, raccogliendo – sotto la sigla editoriale dell’Azienda autonoma di soggiorno e turismo – una scelta antologica di cento “pezzi” tratti dalla rivista “Qui Napoli”. Nella nota introduttiva al volume Sandro Castronuovo evidenziava il fatto che la vera “forza narrativa” di Rea esplodesse, nella maniera più roboante, soprattutto quando lo scrittore-flâneur percorreva “il dedalo dei quartieri popolari, da Montecalvario alla Sanità, per raccontare la storia di piazze e vicoli, l’animazione di un mercato o il dramma quotidiano di chi, per sopravvivere, è costretto ad arrangiarsi inventandosi mestieri completamente sconosciuti lì dove la sorte è più benigna”. Ma non meno vibranti risultavano, per il prefatore, le pagine in cui venivano rievocati “i grandi personaggi del passato, sovrani e rivoluzionari, poeti e musicisti, pittori e filosofi”. I luoghi cittadini emblematici, gli uomini e le donne tipizzati e identificabili – per quanto possibile – nelle molteplici espressioni dello “spirito napoletano” sono tutti riconducibili al perimetro geografico della Napoli “di sotto”. Dall’alto della collina verso il basso, l’abitatissimo centro cittadino che degrada sul mare, Rea accompagna il lettore per chiese, catacombe e cimiteri. Nel labirinto sotterraneo delle Catacombe di San Gennaro, attraversando i lunghi cunicoli scavati nel tufo che un tempo raggiungevano il “ventre” dei quartieri, nella Sanità. In mezzo alle ossa e ai crani del Cimitero delle Fontanelle, vere e proprie “anime del Purgatorio” che vantano il diritto di essere ‘venerate’ ma che hanno anche l’obbligo di doversi sdebitare, “segnando quaterne e scacciando malanni”. Per giungere nei vicoli della chiesa “d’e cape ‘e morte” – Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco – con i suoi i teschi che accolgono i fedeli ai due lati dell’ingresso. Poco lontano – su un asse viario che costeggia il dedalo dei decumani – si segnalano tre differenti ‘testimonianze’ architettoniche della storia e della cultura partenopea: il Museo Archeologico, luogo di “cura di salute dello spirito e forse anche del corpo” per quei turisti “che sapevano di greco e latino, se ne infischiavano del traffico” e lì trascorrevano le giornate “a rinfrescarsi”; l’Orto Botanico, dal 1807 “Real giardino delle piante”; il gigantesco “Albergo dei Poveri” – insieme con il teatro “San Carlo”, le regge di Portici, Capodimonte e Caserta – ‘fabbrica’ che ancora oggi celebra “la grandiosità degli interventi disposti dal Borbone negli anni immediatamente successivi alla conquista del regno”. Sempre a Napoli vissero e operarono, tra XVII e XVIII secolo, il drammaturgo e “poeta di teatro” Andrea Perrucci, uno dei “primi registi che si sia avuto al mondo”; il pittore Francesco Solimena, che con i suoi quadri riempì le chiese napoletane, della provincie di Avellino e di Salerno; e Padre Rocco, il domenicano “missionario cittadinesco” nella cui sagoma s’incarnava, per Rea, “l’altra parte di Pulcinella che non insegnava ‘Viva Franza, viva Spagna, purché se magna’, ma per quanto possibile nella Napoli del Settecento, la forza della virtù e della pazienza”. Il sacro, la cultura e, soprattutto, il profano della quotidianità partenopea, ‘sceneggiata’ – senza però mai scadere nel folklore e nella ‘cartolina’ stereotipata – col vociare di venditori ambulanti, parcheggiatori, mercati d’ogni genere di prodotti; tra Porta Nolana nei pressi della ferrovia e l’altro antico ingresso di Porta Capuana, nell’“animazione sempre intensa e colorita, alimentata dalla folla che fa la spola tra gli uffici giudiziari di Castelcapuano e la Pretura”. Infine, i due luoghi che – presi in prestito dalla reale topografia cittadina – più di qualsiasi altro posto riescono a rappresentare la composita sintesi identitaria di Napoli e dei suoi “multipli”: il quartiere di Forcella che, nel corso del tempo, si è trasformato in un “illegale e folkloristico mercato, più vicino al granguignolesco che allo scintillio dell’invenzione di un popolo”. E il rione Sanità – quasi sospeso tra un ponte e una chiesa – con i suoi diversi ‘simboli’. I due palazzi del Sanfelice, il mercato dei Vergini, “la strada della lava di pioggia”, il busto di Totò eretto tra le mura del fabbricato di via Santa Antesecula, dove il “principe-comico” era nato. “Nella Napoli dei bassi e del degrado”, c’è per Domenico Rea, “fierezza nella gente che alza gli occhi sulla maschera di Antonio De Curtis per un saluto senza parole, uno dei tanti della giornata. Anche ‘Fravulella’, che vende sigarette e accendini all’angolo della strada, sembra voler dire che nascendo alla Sanità si può andare lontano”.

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