di Sara Cavaccini
C’è un punto, nel centro antico di Salerno, dove il tempo si piega come pergamena, e la pietra medievale dell’Arco Catalano diventa scenografia ideale per un altro tempo, quello della poesia. È in questo spazio che si è tenuto uno degli incontri più intensi del festival Salerno Letteratura, ospite il poeta e traduttore Roberto Deidier, accompagnato dalla voce attenta e appassionata del professore e direttore di centri di ricerca Vincenzo Salerno.
Deidier presenta la sua ultima raccolta poetica, dal titolo Quest’anno il lupo guarda negli occhi l’uomo, pubblicata da Molesini editore: un titolo che è già un cortocircuito, un rovesciamento simbolico, una chiamata al confronto. Non è più l’uomo ad addomesticare o temere la bestia: è il lupo che interroga. È la poesia che osserva, che sfida, che chiede.
Una fisica dell’essenziale: l’epifania quotidiana
A guidare l’incontro, Vincenzo Salerno, studioso raffinato e lucida voce critica. La sua capacità di leggere la poesia non solo come oggetto testuale ma come atto vitale, lo rende un interlocutore necessario.
Al centro del dialogo con Salerno emerge un’espressione che risuona come una formula alchemica: il professore gli chiede della ‘’fisica dell’essenziale”. Deidier la descrive come una tensione lirica che traduce il vissuto quotidiano in paesaggio poetico. Le strade crepuscolari di Roma o di Palermo — città dell’anima e dell’insegnamento — si fanno scenario di una lirica che non fugge nel sublime, ma recupera il senso nel dettaglio, nella crepa, nel frammento.
È una poesia che, come in Montale, cerca il varco tra le cose. Ma è anche una poesia urbana, stratificata, “abitata” — non tanto da personaggi, quanto da presenze. È proprio il paesaggio vissuto, secondo Deidier, a dettare l’ordine delle sue raccolte: non cronologico, ma tematico, come ha spiegato rispondendo alla mia domanda sul criterio di selezione dei testi. Alcune poesie, ammette, «rimangono ai margini» perché «non trovano abbastanza spazio», non per mancanza di valore, ma perché non dialogano con il resto. Esiste dunque una geografia interiore ed esteriore, una mappa invisibile che guida la disposizione dei versi.
Il lupo, l’edredone e il serpente: zoologia della visione
La bestiologia di Deidier non è affatto decorativa. Quando gli ho chiesto del ricorrere di figure animali — dal lupo al serpente virgiliano — ha risposto evocando una visione rara e luminosa: un edredone, uccello migratore, apparso a volte sulla costa. «È l’immagine della poesia», ha detto: qualcosa di raro, che si offre solo per un istante, ma se lo cogli, ti cambia. Non c’è qui una semplice simbologia, ma un’intera zoologia poetica. Gli animali di Deidier non sono metafore statiche: sono creature dell’intuizione, vettori di uno sguardo sul mondo che affonda nelle origini, nelle leggende, nei testi fondativi. Come quel serpente in herba virgiliano, che si insinua tra i versi della poesia Notturno da Adriano, citazione colta e sinistra allo stesso tempo.
Ma è il lupo — come nel titolo— la figura centrale. «Ognuno di noi dialoga con un lupo», afferma Deidier, e viene in mente subito il canto dell’alterità in Rilke, ma anche la lupa dantesca, o la bestia morente in Il lupo della steppa di Hesse. Il lupo è ciò che ci guarda dal margine, dal fondo dell’inconscio, da quell’oscuro punto cieco che la poesia riesce a illuminare.
Traduzioni come reincarnazioni: Blake, Keats e la voce degli altri
Deidier è anche traduttore raffinato, e lo rivendica non come attività accessoria, ma come esercizio di pensiero poetico. Ha tradotto Blake, di cui condivide la visione onirica, la sacralità simbolica, ma anche Keats, e si è occupato a lungo di Sandro Penna come studioso. Ed è proprio nell’ambito degli studi penniani che si è imbattuto in un ritrovamento affascinante: una cartella inedita, dimenticata, che conteneva una versione dattiloscritta — forse definitiva — di una traduzione di Penna delle Memorie di Adriano. Quando gli ho chiesto se quel ritrovamento lo spingesse a “dare voce all’oblio”, Deidier ha risposto con pudore e senso di responsabilità: «Racconterò quel ritrovamento, perché è giusto che sia condiviso con tutti».
In quella cartella, sottolinea, ci sono anche altri autori, e l’accesso è mediato da questioni di diritti. Ma su Penna — poeta che porterebbe con sé su un’isola deserta — si sente legittimato a intervenire. Ed è in questo gesto che si percepisce la nobiltà della sua visione: fare della traduzione non un possesso, ma una restituzione.
Tra le poesie della raccolta spicca I tre stadi danteschi, che Salerno definisce «quasi un poemetto autonomo». Qui l’eco della Commedia si innesta nel contemporaneo, offrendo una visione che è insieme intima e universale. Ma non c’è solo Dante. Il Deidier poeta si muove lungo un asse che tiene insieme Ortense (che ama), Penna, i visionari inglesi, Blake, e la lezione oscura del classico.
Il suo è un verso colto, ma mai ermetico, spesso illuminato da lampi figurativi che sembrano provenire da un quadro o da un’incisione antica. Scrive, infatti, per suggestione artistica. Le arti visive non sono cornice, ma scintilla: e in questo, ancora una volta, si avverte una sensibilità penniana, una fedeltà all’epifania della visione.
Tre città, tre anime
Roma e Napoli convivono in Deidier — ha detto che il padre è napoletano, — ma è Palermo, dove insegna, la terza città della sua geografia sentimentale. Tre città-simbolo che nella sua poesia non fanno solo da sfondo, ma da orizzonte affettivo e mitico. Roma è rovina e sacralità, Napoli è mistero e memoria, Palermo è luce obliqua, forza tellurica. In ognuna di esse si compone la “fisica dell’essenziale” che dà titolo alla sua poetica.
L’incontro con Roberto Deidier non è stato solo la presentazione di una raccolta, ma un vero viaggio nella poesia come forma di visione del mondo. Una poesia che guarda, che chiede, che si espone, come il lupo del titolo. Una poesia che dialoga con il classico senza subirlo, che traduce senza addomesticare, che si nutre di bestie rare e strade deserte.
In un tempo che ha spesso paura del silenzio e del dettaglio, quella di Deidier è una voce necessaria. Non solo perché bella — e lo è — ma perché sa guardare negli occhi.
Anche quando l’altro è un lupo.


