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"Petraio": un viaggio nel quartiere napoletano, nel nuovo libro di Silvio Perrella

08 Gennaio 2022 Author :  

di Enzo Salerno

Succede passeggiando per Napoli – attraversando gl’interstizi del suo ventre, nei vicoli, per le viuzze e le strade dei Decumani – d’imbattersi, quasi per caso, in antichi palazzi e in chiese, quelle ancora aperte al culto e ai visitatori oppure le tante abbandonate da tempo immemorabile. Le facciate degli edifici spesso rivelano le stratificazioni diverse su cui s’è costruito il corpo di fabbrica: colonne, capitelli e lastre di marmo d’epoca greca usati come materiale di ‘risulta’ per la zoccolatura; l’“opus mixtum” e l’“opus reticulatum” d’età romana; e soprattutto, il tufo – per Walter Benjamin materia identitaria di questa città “porosa” – che si combina nell’assemblaggio di costruzione anche con pezzi di calcare e di pietra pomice. Una stratificazione simile si riconosce nell’architettura narrativa di “Petraio”, l’ultimo libro di Silvio Perrella uscito nella collana “i Fari” de La nave di Teseo. Nomen omen “Petraio” che dà il titolo al corposo volume (cento ottantacinque ‘racconti-tessere’ incorniciati nelle tre sezioni calcaree, di pomice e tufacee, tenendosi però alla larga dalla “retorica del tufo”, e inframmezzati dalle due sequenze fotografiche di Antonio Biasiucci): è il quartiere napoletano dal quale prende le mosse il viaggio dell’autore-voce narrante nella città “nettamente divisa in due”, fatta d’aria nella parte alta e di architetture in quella bassa. Napoli, città purgatoriale, sta idealmente nel giusto mezzo: “Il purgatorio dei viventi è forse la definizione spaziale che meglio si attagli alla città. Non quello immaginato dalle religioni, piuttosto il luogo dove agisce il tempo e dove a volte lo stesso tempo è altro. Il luogo degli scambi, delle contrattazioni, delle contaminazioni”. In una visione onirica si realizza, ad esempio, la contaminazione che tiene insieme le pietre di Partenope, la “materia sassosa” di Matera ma anche l’acqua di Venezia in una rappresentazione di “scale, scalee, scaglioni balzi, gradi”. Così li aveva disegnati (e designati) Dante nella geografia del suo Purgatorio: “petraia” e detta la seconda balza della montagna, dove gl’invidiosi espiano la loro inclinazione a peccare. Questa comune materia tiene perciò insieme le “città metamorfiche” dove “ogni cosa si accosta all’altra in un dialogo infinito; è un parlottio delle pietre che sorge spontaneo e bisogna attrezzarsi per sentirlo e decifrarlo e farsene idee non vaghe”. Sulle ‘pietre’ della metamorfica Napoli – che Perrella quotidianamente osserva nelle sue escursioni “giùnapoli”, fotografa, e che molte volte lascia senza nome, come un solo pezzo minerale amorfo (fatto di cupole, di campanili, di statue, di fontane, di finestre che squarciano la materia per permettere di vedere) – si sedimentano immagini e suggestioni da tenere poi pronte all’occorrenza: “immagini come poesie imparate a memoria che al momento giusto ci si recita tra sé e sé. Così: per farsi compagnia, per tenere in allenamento la lingua”. Parole e immagini s’incastrano e sostengono la costruzione metaletteraria simile nella fattura all’“opus incertum”: pezzi diversi – musica e pittura (Antonello, Caravaggio, Magritte, la danza del flamenco e i Beatles), la letteratura (dai classici, italiani e stranieri, alla traccia sotterranea di Italo Calvino) il cinema e la fotografia (Buñuel e la velata autocitazione da “Doppio scatto”) – che sembrano idealmente trovare forma e sintesi definitiva nell’immagine di copertina. Si tratta di un singolare disegno, opera di Vincenzo Gemito, di uno scorfano su di un “Alfabeto messo a sgocciolare”), raccontato da Perrella in una delle tessere del mosaico di storie montate nella cornice di “Petraio”: “Alberto Savinio sosteneva che Vincenzo Gemito desse il meglio di sé nel disegno. E aggiungeva che senza i suoi disegni non ci sarebbero state le sculture. E questo proprio nell’epoca in cui il disegno veniva retrocesso nell’ombra da molti artisti che ne facevano volentieri a meno, a cominciare dagli impressionisti. Tra i disegni di Gemito ce n’è uno che non posso nascondere di amare. È una tale goduria metterselo davanti agli occhi, che un giorno, infrangendo le regole del museo, m’è scappato uno scatto. L’ho fotografato per averlo con me tutte le volte che voglio e per condividerlo con chi ha occhi per vedere”.

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