di Francesco Apicella
‘La Madonna dell’Arco, la Madonna insanguinata’.
“Currite, gente, currite, hanno vuttato ‘na palla ‘e ligname ‘ncopp’a faccia d’a Maronna. Povera Maronna nosta, s’ha fatto male assaje. Miracolo, miracolo! Esce ‘o sango” (Correte, gente,correte, hanno buttato una palla di legno sul viso della Madonna. Povera Madonna nostra, si è fatta male assai. Miracolo, miracolo, esce il sangue). Quello della Madonna dell’Arco è forse il culto mariano più viscerale della Campania.
Si racconta che il 6 aprile del 1450 (era il lunedì in Albis) , durante una festa popolare, due giovani stavano giocando a palla-maglio (un antico gioco simile al croquet). Uno dei due sbagliò il tiro e la sua palla di legno finì contro un albero vicino a un muro dove era dipinta l’ immagine della Vergine Maria. Furioso e arrabbiato per la sconfitta, il giovane raccolse la palla e, bestemmiando, la scagliò con violenza contro il volto della Madonna. Non appena la palla colpì l'affresco, l'immagine della Vergine iniziò a sanguinare dalla guancia sinistra.
La folla gridò subito al miracolo, la notizia si sparse per tutti i paesi vicini e arrivò fino al conte di Sarno, Raimondo Orsini, Gran giustiziere del Regno di Napoli; per calmare il furore popolare il conte imbastì un processo lampo contro il bestemmiatore sacrilego e lo condannò a morte. Il giovane fu impiccato al tiglio che si trovava vicino all’edicola con l’immagine della Madonna e l’albero, dopo 24 ore, seccò. Nel 1593 il papa Clemente VIII, intorno all’edicola votiva della Madonna, diede inizio alla costruzione del Santuario della ‘Madonna dell’Arco’, chiamata così perchè l'edicola con l’immagine della Vergine Maria col Bambin Gesù era situata nei pressi degli archi di un antico acquedotto romano.
Ancora oggi, se si guarda con attenzione l'icona nel santuario, si può notare una striatura rossastra sulla guancia della Madonna, in ricordo perenne di quell’episodio. Il celebre Santuario della Madonna dell'Arco non si trova a Pomigliano d’Arco ma nella frazione omonima del comune vesuviano di Sant’Anastasia; è uno dei poli religiosi e culturali più importanti e frequentati di tutta la Campania (il secondo dopo quello di Pompei n.d.r), ed è famoso in tutto il mondo per la profonda e secolare devozione popolare. Il complesso del Santuario è composto dall'edificio del Convento e dalla Chiesa. La chiesa, a croce latina, è composta da tre navate: una centrale, ampia, e due laterali.
Al centro della crociera, sotto la cupola, si trova il tempietto seicentesco realizzato nel 1621 dall’architetto Bartolomeo Picchiatti, che custodisce l'antico affresco prodigioso della Madonna col Bambino. Molto belli, sempre all’interno del Santuario, sono il Chiostro, che è un’oasi di pace e di silenzio, e l’Antica Spezieria, antenata della moderna farmacia, dove un tempo i monaci preparavano medicamenti con erbe, minerali e prodotti animali. Ogni anno, il lunedì in Albis, il Santuario è meta del tradizionale pellegrinaggio dei fujenti, che vengono numerosi da tutta la Campania. I Fujenti (detti anche ‘Vattjenti o Battenti), che si chiamano così perchè un tempo arrivavano di corsa al santuario per sciogliere un voto o ringraziare la Vergine per una grazia, sono interamente vestiti di bianco, come simbolo di purezza e sul bianco del loro abbigliamento spiccano due fasce colorate: una rossa alla vita (che richiama il sangue di Cristo sulla Croce e quello della Vergine colpita al viso dalla palla di legno) e una azzurra a tracolla (come il colore del manto della Madonna).
Molti percorrono il tragitto a piedi scalzi o in ginocchio, intonando canti e preghiere tradizionali, trasportando stendardi o il caratteristico carro votivo. Il termine "Battenti o ‘Vattjenti" con cui sono anche conosciuti i ‘Fujenti’ è un'eredità storica dei secoli passati, quando i membri delle antiche confraternite penitenziali si flagellavano realmente le spalle o il petto con spugne di sughero irte di spilli, fino a sanguinare, in segno di profonda espiazione.
Nel culto della Madonna dell'Arco, questa pratica cruenta della flagellazione è scomparsa da tempo: la "battitura" moderna è puramente simbolica e fisica. I devoti battono i piedi nudi sull'asfalto per chilometri, si gettano violentemente a terra o si battono il petto con le mani nei momenti di massima disperazione e preghiera emotiva. Nei mesi e nelle domeniche che precedono la Pasqua, i fujenti si riuniscono in associazioni chiamate ‘paranze’ e girano per i quartieri delle città e dei paesi campani per raccogliere le offerte dei fedeli. Durante questi giri sono accompagnati da stendardi sacri, da bande musicali o dal ritmo delle ‘tammorre’(tamburi a cornice).
La notte tra la Pasqua e il Lunedì dell'Angelo, all’alba, migliaia di Fujenti si mettono in cammino a piedi scalzi dai rispettivi paesi verso Sant'Anastasia. Il pellegrinaggio si conclude all'interno della basilica, tra la commozione dei presenti, con un intenso momento di preghiera e la tradizionale "caduta" a terra davanti all'altare. Una volta arrivati al Santuario, l'ingresso nella navata centrale si trasforma in un momento drammatico e catartico. I fujenti, in preda a una vera e propria trance devozionale avanzano correndo, urlando o camminando sulle ginocchia.
Sotto l'immagine della Vergine, la fatica e la tensione emotiva sfociano spesso in pianti a dirotto, urla disperate e persino svenimenti. È un rito potente, dove sacro e profano, penitenza fisica e amore incondizionato per la "Mamma dell'Arco" si fondono in un'esperienza unica al mondo. Durante la processione del Lunedì in Albis ogni paranza è guidata nei suoi movimenti da un Capo Paranza, un leader carismatico che regola il ritmo dei passi della paranza, decide quando bisogna fermarsi, quando far partire la corsa e gestisce i momenti di forte tensione emotiva e gli eventuali svenimenti dei compagni. Già a partire da gennaio, le paranze si attivano ogni domenica per i quartieri. Accompagnate da bande musicali portano in giro quadri giganti della Madonna o carri allegorici, montati su furgoncini, che riproducono il Santuario. Raccolgono le offerte dei cittadini attaccandole direttamente su imponenti stendardi e bandiere che passano, negli anni, da padre in figlio. Il denaro non serve solo per il pellegrinaggio. Finanzia le solenni feste rionali nei giorni successivi alla Pasqua, paga la banda musicale, provvede al restauro dei quadri e, in moltissimi casi, sostiene le famiglie bisognose del quartiere attraverso attività di mutuo soccorso e beneficenza.
La paranza, insomma, è una seconda famiglia: unisce l'identità di un intero quartiere sotto la protezione della "Madonna dell'Arco",tramandando una tradizione secolare che unisce fede, folklore e una fortissima solidarietà sociale. I carri delle paranze della Madonna dell'Arco non sono semplici carri di carnevale; sono veri e propri altari monumentali semoventi, capolavori di artigianato popolare e ingegneria spontanea. Vengono costruiti sopra camioncini, furgoni o rimorchi. Tutto viene rivestito con strutture di legno, polistirolo e cartapesta per nascondere interamente il veicolo. Spesso riproducono fedelmente la facciata del Santuario di Sant'Anastasia.
Al centro, in posizione rialzata e d'onore, troneggia la statua o un grande quadro della Vergine. I carri sono dotati di generatori di corrente autonomi. Alimentano centinaia di luci a LED e neon che creano coreografie luminose e, soprattutto, imponenti impianti acustici (subwoofer). Da queste casse vengono diffuse a volume altissimo le canzoni dedicate alla Madonna, i canti tradizionali della paranza e il suono dei tamburi, che serve a dettare il passo della sfilata nei vicoli.
Il canto più celebre che i fujenti intonano durante il loro pellegrinaggio si chiama canto ‘a Figliola’ed una melodia a distesa, senza strumenti, dove un solista intona i versi con una voce acuta e tesa, quasi un grido, e l'intera paranza risponde in coro. Il culto della Madonna dell'Arco è un intreccio straordinario di fede autentica, misticismo profondo e tradizioni popolari che rasentano il teatrale. Se l'esterno è festa e musica, l'ingresso nel Santuario il Lunedì in Albis è puro dramma sacro. È il momento in cui si realizza, ‘faccia a faccia’, l’incontro e il dialogo con la Madonna.
Le paranze attendono il proprio turno per ore all'esterno, sotto il sole o la pioggia. La tensione accumulata nei chilometri a piedi scalzi è al massimo. Quando i frati domenicani danno il via libera all’entrata, il Capo Paranza ordina il silenzio. I fujenti si dispongono in file serrate, stringendosi le mani o abbracciandosi e si preparano ad entrare nella chiesa con un ingresso ‘a cuppetiello’, cioè a imbuto, che si restringe sempre più, man mano che si avanza dall’esterno verso l’interno della Chiesa.
Spesso i fujienti non camminano: avanzano sulle ginocchia o si trascinano pancia a terra (strascicuni), pulendo letteralmente il pavimento di marmo con i propri abiti o, addirittura, con la lingua in segno di estrema umiltà. Man mano che si avvicinano all'altare e vedono l'icona con la guancia segnata dal sangue, la musica e le grida cessano, sostituite dai pianti. I fujenti iniziano a urlare le loro richieste di grazia. ("Maronna mia bella, famme ‘a grazia, fa sta bbuono ‘o figlie mie”-“Madonna mia bella, fammi la grazia, fai guarire il figlio mio”). L'aria satura di incenso, lo sforzo fisico immane ,il calo di zucchero e il notevole carico psicologico fanno perdere i sensi a decine di fujenti, che cadono a terra svenuti. Qui interviene una catena di solidarietà per sostenerli ed aiutarli a rimettersi in piedi: i compagni della paranza li afferrano al volo, li sollevano sopra le teste della folla e li portano in una delle navate laterali dove i medici della Croce Rossa e i frati li rianimano con acqua e sali. Annesso al Santuario della Madonna dell’Arco c’è il Museo degli Ex-Voto, inaugurato nel 2000, che ospita al suo interno una ricchissima e suggestiva collezione di oltre 7.000 tavolette dipinte (ex voto) che raccontano secoli di miracoli, grazie ricevute e interessanti momenti di vita quotidiana del popolo campano. Recentemente è stato inaugurato il percorso tematico "I Preziosi", che contiene paramenti, ori e doni di immenso valore storico, tra cui una pianeta (veste sacra che il sacerdote porta sopra il camice e la stola, mentre celebra la messa n.d.r), donata dalla regina Maria Carolina, moglie del re Ferdinando di Borbone, e un ostensorio di papa Pio IX.
Una delle tavolette dipinte, ex voto, più toccanti, mostra una modesta casa d'epoca sconvolta da una scossa di terremoto (evento purtroppo frequente sotto il Vesuvio). Nel dipinto si vede il soffitto che crolla interamente, tranne che in un punto esatto: un pezzo di trave rimasto miracolosamente sospeso a pochi centimetri da una culla dove dormiva un neonato, mentre nel cielo del quadro appare la Madonna dell'Arco a deviare le pietre.
Su una’altra tavoletta c’è dipinto uno dei miracoli più commoventi operati dall’intervento della Vergine, una storia che scalda il cuore e che commosse, all’epoca, tutta Napoli: la guarigione del piccolo Pasquale Sannino. Ci troviamo a Napoli nell'estate del 1889. Pasquale è un bambino di appena sei anni, ultimogenito di una famiglia di umili artigiani. All'improvviso, il piccolo viene colpito da una gravissima forma di paralisi infantile e meningite spinale. Nel giro di poche settimane le sue gambe perdono ogni sensibilità e tutto il suo corpo è colpito da una febbre altissima. I medici dell'epoca, dopo aver tentato ogni cura allora conosciuta, si arrendono. Il primario dell'ospedale confessa al padre, con le lacrime agli occhi, che non c'è più nulla da fare: il bambino è ormai in agonia e, qualora sopravvivesse miracolosamente sopravvissuto, rimarrebbe immobile in un letto, paralizzato, per il resto dei suoi giorni. Il padre di Pasquale, disperato ma sorretto da una fede incrollabile, decide di compiere un gesto estremo. Esce di casa nel cuore della notte e corre a piedi verso il Santuario della Madonna dell’Arco che dista diversi chilometri da Napoli. Arrivato davanti al cancello chiuso, si inginocchia sul pavimento di pietra e inizia a piangere e a pregare, pronunciando un voto solenne: «Mamma dell'Arco, io non ti chiedo la mia vita, ti chiedo quella di mio figlio. Se lo guarisci, lo porterò al tuo altare vestito di bianco, a piedi scalzi, e racconterò a tutto il mondo la tua misericordia». Come pegno d'amore, lascia sui gradini del Santuario un piccolo fazzoletto bianco che appartiene al bambino. Quando l'uomo ritorna a casa all'alba, stremato dal pianto e dalla stanchezza, si prepara al peggio. Ma varcata la soglia, sente una voce che non sentiva da settimane. Pasqualino è sveglio, seduto sul letto e la febbre è completamente scomparsa. Davanti alla madre sbalordita, il bambino dice semplicemente: «Papà, è venuta una bellissima Signora vestita di luce. Mi ha toccato le gambe e mi ha detto che potevo alzarmi e giocare». Sotto gli occhi increduli dei genitori e dei vicini accorsi per il miracolo, il piccolo Pasquale scende dal letto e inizia a camminare e a correre per la stanza, perfettamente guarito. L'anno successivo, il Lunedì in Albis del 1890, un bellissimo bambino vestito di bianco, sorridente e con i piedi nudi, camminava fiero nella navata centrale del Santuario tenendo per mano il suo papà.
La famiglia Sannino fece dipingere una tavoletta ex voto per ricordare quel giorno: nel quadro si vede il piccolo Pasquale nel letto, circondato dai medici curanti impotenti, e sopra di loro la Madonna dell'Arco che stende il suo manto protettivo, mentre un raggio di luce colpisce le gambe del bambino. È una delle testimonianze più luminose di come la "Mamma dell’Arco" risponda al grido d'aiuto dei suoi figli. Un grande abbraccio, amici lettori, buona vita e buona lettura.
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