Sono stati 116 i femminicidi in questo 2016 secondo l’istituto di ricerca Eures. Centosedici donne uccise da mariti, compagni, partner o familiari, un numero enorme per una società civile. Centosedici le donne vittime di un crimine nato dall’odio maschile. In realtà la violenza di genere non si limita e non può limitarsi solo alla condanna – doverosa e giustissima – di questi gesti estremi: se considerassimo le donne offese, vittime di stalking, lese nella loro dignità e libertà solo perché donne allora il numero aumenterebbe esponenzialmente e ognuna di noi – ogni donna – potrebbe dire di essere stata vittima di questa violenza sessista almeno una volta nella vita, una violenza fatta di gesti si, ma anche di parole.
“Posto Occupato è un posto vuoto, una sedia lasciata libera per tutte le donne uccise in nome dell’amore – apre l’incontro Maria Rosaria Aliberti, presidente del consiglio comunale di Sarno e promotrice dell’evento, insieme agli assesori Dea Squillante e Vincenzo Salerno – questo posto deve simboleggiare un’assenza, una donna che non può più occuparlo. I dati fanno capire quanto questa sia un’emergenza e quanto sia necessario intervenire. Sono importanti i simboli, i drappi, la sedia e la panchina rossi ma sono ancora più importanti i gesti concreti: abbiamo uno sportello antiviolenza che è un valido supporto a tantissime donne e stiamo lavorando per strappare 5 borse lavoro da destinare proprio alle donne vittime di violenza perché la libertà femminile parte anche dall’indipendenza economica.”
Gesti e aiuti concreti: sensibilizzare, ovviamente, educare alla libertà e al rispetto dell’altrui dignità, indipendentemente dal sesso. E poi ovviamente la denuncia, la condanna, l’aiuto.
“Quella sedia rossa di sangue e vuota – dichiara il primo cittadino Giuseppe Canfora – è toccante e ci permette di tenere sempre a mente quello che è successo in un passato vicino per evitare che quello stesso atto di violenza contro una donna possa essere commesso in un futuro prossimo. La nostra azione concreta – annuncia il sindaco – è la stipula di un Protocollo d’Intesa che sarà firmato tra i comuni dell’ambito territoriale S01-3, quindi Pagani, San Marzano e San Valentino Torio, oltre Sarno, con l’Asl e l’Università degli Studi di Salerno, un protocollo d’Intesa che svilupperà le pari opportunità a 360 gradi.”
A rappresentare l’Università degli Studi di Salerno c’è la docente Maria Rosaria Pellizzari che spiega il fine del Protocollo d’Intesa: “Il protocollo d’intesa che verrà firmato con l’osservatorio Apogeo prevede vari punti e metteranno in pratica azioni positive sul territorio. L’università è pronta a fare educazione, a sensibilizzare, a portare progetti nelle scuole. Sarà un discorso di formazione anche rivolto agli operatori dei centri antiviolenza e delle commissioni pari opportunità.”
Il momento più significativo è stato sicuramente la testimonianza di Filomena Lamberti che ha raccontato le violenze subite dal marito: “Ho subito trent’anni di violenze fisiche e psicologiche. A 22 anni mi sono sposata e dipendevo da lui, ero isolata da tutti, ero dedita ai miei figli ma in tutti quegli anni il mio unico desiderio era di liberarmi di quell’uomo. Cresciuti i miei tre figli, nel 2012 decisi che era il momento di separarsi e lo comunicai a mio marito. Sembrò accomodante ma dopo poche ore il mio annuncio si avvicinò al letto dove stavo dormendo e mi verso dell’acido solforico sul viso. Le sue ultime parole furono: “ecco, vedi cosa ti dò”. Il processo al mio ex marito è stato un processo scandaloso. Nessuno mi ha vista, né ascoltata. Lui ha patteggiato una condanna di 18 mesi e ne ha scontati 15. La mia identità è stata violata ma non importa, la cosa che conta davvero è che sono libera. Oggi – esorta Lamberti – io mi rivolgo a tutte le donne e dico che devono avere la forza di denunciare; alle giovani ragazze invece dico di non aspettare un cambiamento che non arriverà mai, di dire basta al primo cenno di violenza, sia fisica che psicologica.”
Troppo spesso capita che in queste giornate dedicate alla violenza sulle donne, comuni, associazioni, consiglieri, esponenti politici, perfino il Presidente Mattarella e Papa Francesco si dicano preoccupati per questa violenza. Nei fatti però tantissime sono le donne che, dopo aver avuto il coraggio di denunciare, lamentino il silenzio delle istituzioni e la solitudine sociale.
È per evitare questa solitudine che nascono le associazioni e i centri antiviolenza: “La Regione Campania si è dotata di 57 centri antiviolenza – spiega Anna Malinconico responsabile del centro antiviolenza attivo nel comune sarnese – e tra questi quello di Sarno è quello che ha più risonanza perché supera i limiti progettuali. Questo è un territorio vivo, che lavora sia con le risorse locale che con quelle esterne con le quali fa squadra. È importante lavorare con i ragazzi ma quando questi ragazzi tornano a casa spesso trovano la violenza. Quindi è necessario sì sensibilizzare i giovani ma coinvolgere anche gli adulti perché sono loro che nascondono la violenza e bisogna agire anche su di loro per arginare questo fenomeno. Chi riceve violenza non devono avere vergogna di denunciare.”
Ma è necessario che questi centri siano efficienti e a sottolineare l’importanza del fatto che funzionino al meglio c’è l’assessore alle pari opportunità della Regione Campania Chiara Marciani: “L’educazione nelle scuole è importante così come la sensibilizzazione – dichiara l’assessore – ma è importante agire anche sulle famiglie. Anche quando si fa sensibilizzazione nelle scuole non bisogna farla rivolgendoci non solo alle ragazze e alle donne ma anche nei confronti degli uomini. I centri antiviolenza devono svolgere il loro ruolo in maniera efficace e efficiente oppure è meglio che non ci siano. Bisogna inoltre monitorare la situazione territoriali per capire come agire al meglio: dall’inizio dell’anno sono state 2000 le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza e l’età di queste donne è sempre più bassa. Va considerato il fatto che all’interno di questi centri ci siano delle psicologhe capaci di relazionarsi con minori. Quello che spero – conclude Marciani – è che le risorse messe in campo siano utilizzate nel migliore dei modi e che questi centri antiviolenza siano più facili da raggiungere e più efficienti.”
Non si possono più considerare panni sporchi da lavare in famiglia, è un problema sociale e va combattuto come tale, senza sottovalutarlo. Ben vengano le manifestazioni, gli sportelli d’ascolto, i centri d’aiuto ma che forniscano supporto concreto e non diventino ennesimi congegni di strumentalizzazione politica.

