di Rosanna Di Giuseppe
L’Elisir d’amore è uno dei capolavori di opera comica dell’Ottocento, un secolo che in quanto ai generi vide il predominio del melodramma romantico, ma senza che la grande tradizione comica settecentesca svanisse del tutto. Anzi, come fa notare Philip Gossett, la gloriosa tradizione dell’opera buffa settecentesca continuò a prosperare magari nei teatri più piccoli in cui opere buffe vecchie e nuove furono parte integrante della vita teatrale dell’Ottocento. A opere comiche come l’Elisir d’amore di Donizetti toccò il compito di coniugare tale tradizioni con generi più moderni come la comédie lormoyante o l’opera semseria. Ad attuare questo passaggio è il risalto che i sentimenti assumono nella vicenda, risultando smorzati i tratti buffoneschi più tipicamente settecenteschi, per lasciare maggiore spazio a un sentire borghese. Il musicista poté avvalersi dell’ottimo libretto di Felice Romani, garbato ed elegante, fluido nella conduzione della vicenda pervasa da una vena sentimentale, con personaggi genuini e ben tratteggiati per cui l’autore mette a punto una propria cifra stilistica rispetto al modello rossiniano. Tratto il libretto da Le philtre di Eugène Scribe, musicato da Daniel-François Auber andato in scena all’Opéra di Parigi nel giugno 1831, l’opera fu composta velocemente dai due autori per il Teatro della Canobbiana di Milano, dove fu rappresentata il 12 maggio 1832. Il cast che si rivelò migliore di quello che si aspettava il musicista fu costituito da Sabine Heinefetter (Adina), Gianbattista Genero (Nemorino), Henry-Bernard Da Badie (Belcore), Giuseppe Frezzolini (Dulcamara). Ad imporre i ritmi stringati della composizione era stato l’impresario Alessandro Lanari che in un periodo di chiusura della Scala, si era fatto concedere il teatro alla Canobbiana per una stagione di Primavera. Venuto meno un compositore designato (mai individuato ed evidentemente abbastanza sconosciuto), il Lanari aveva coinvolto all’ultimo momento Donizetti. Questi, stimolato in genere da tali situazioni di emergenza richiedenti un ritmo di lavoro febbrile a lui congeniale, aveva accettato senza esitazioni. Nientedimeno l’incunabolo della vicenda della commedia è la storia di Tristano e Isotta che Adina legge in scena nel primo atto, ma la storia d’amore che va a prefigurare il romanzo medievale ha qui un’ambientazione paesana e semplice, non lontana da quella della Sonnambula che lo stesso Romani aveva scritto l’anno prima per Bellini. L’azione si svolge in un villaggio contadino nel paese dei Baschi, con protagonisti una capricciosa fittaiuola, un giovane coltivatore Nemorino innamorato di lei, Belcore, un sergente di guarnigione del villaggio a cui si promette inizialmente Adina, il Dottore Dulcamara, sorta di medico ciarlatano, ambulante che dispensa prodotti vari tra cui il filtro amoroso a cui ricorre Nemorino per far innamorare la sua bella. Cassa di risonanza dei sentimenti individuali il coro dei paesani che proprio come nella Sonnambula è lo specchio e lo sfondo collettivo di quanto accade. Nell’ idillio villereccio si manifesta una storia d’amore autentica e sincera e l’irrazionalità di comportamenti che ad essa si collega. Il filtro, strumento di una beffa (non è altro che del buon vino bordeaux) svolgerà tuttavia la funzione di far venire alla luce il sentimento di Adina in un primo tempo mascherato dall’orgoglio e dal dispetto. In occasione della prima rappresentazione parigina del 1839 così scriveva Blaze de Bury sulla <>: “Si è spesso paragonato L’elisir d’amore di Donizetti a Le philtre di Auber, e tuttavia non esiste fra queste due partiture la più piccola affinità. […] La musica di Auber è viva, originale, affascinante, di una gaiezza tipicamente francese che non va mai oltre il sorriso. Quella di Donizetti, invece, affronta la situazione senza scrupolo, marcatamente buffa nel caso del ciarlatano, appassionatamente malinconica e tenera nel caso del pastore timido che si lamenta sulla riva di un ruscello. Dopo tutto, la musica vive quasi sempre di sentimenti portati all’eccesso; gli italiani […] lo hanno compreso e per questo sono musicisti migliori di noi”. E in effetti malgrado il libretto di Romani sia in molti casi una semplice traduzione di quello di Scribe, basta guardare l’esordio dell’opera che è quasi identico, si può notare nel lavoro di Romani e Donizetti l’introduzione di elementi patetici assenti nel modello, in cui predominava invece un’impronta scettica e distaccata. Il recitativo iniziale di Guillame di Le philtre si connota subito in Romani come cavatina di Nemorino “Quanto è bella, quanto è cara” e anche in seguito, soprattutto per questo personaggio, gli autori si allontanano dall’originale, assegnandogli dei brani emblematici dell’inflessione sentimentale che contraddistingue lo stile comico di Donizetti rispetto a quello di Rossini, quali “Adina credimi” del finale primo e ancor più la celeberrima “Una furtiva lacrima” del secondo atto, romanza a quanto pare esplicitamente voluta dal compositore malgrado l’opinione contraria di Romani. Niente di simile al finale primo dell’opera di Donizetti, col suo respiro ampio, è riscontrabile in Scribe, sia per quanto riguarda l’aspetto struggente della melodia di Nemorino che cerca di convincere Adina ad aspettare un giorno almeno prima di sposarsi con il suo rivale in modo che il filtro possa far effetto, sia per l’introduzione di un assolo di corno con cui interloquisce stupendamente il personaggio. In tale opera è proprio nella individuazione melodica dei personaggi che si compie la loro “umanizzazione” (Ashbrook). Così avviene per Nemorino consegnato a un canto “spianato” e non più melismatico che inaugura la vocalità del “tenorino di grazia” e per Adina che passa dal canto fiorito del duetto del primo atto “Chiedi all’aura lusinghiera” in cui è ancora preda dei suoi capricci di ragazza, alla cantabilità malinconica dell’aria conclusiva “Prendi per me sei libero”. D’altronde gli aspetti più schiettamente comici ed umoristici (che appartenevano in definitiva all’indole caratteriale del musicista, come si evince dal suo epistolario, ricco di battute di spirito e di humor) sono presenti e affidati ai personaggi di Dulcamara e di Belcore. Il primo, unico personaggio che si ricollega anche nello stile di canto ad una tradizione schiettamente buffa con le sue ridicole e verbose sillabazioni mentre il canto è in orchestra, ha una brillante entrata in scena con un’ aria di presentazione che è la tipica grande aria del buffo preannunciata da un assolo di tromba in tempo di valzer. Il secondo, il pomposo militare che aspira alla mano della protagonista, viene presentato da una marcia militare in stile francese e intona la sua cavatina “Come Paride vezzoso” che ricalca esplicitamente “Come un’ape nei giorni d’aprile” di Dandini della Cenerentola rossiniana, sebbene in una chiave meno farsesca e più umana. Interessanti risultano nell’opera i momenti in cui Donizetti realizza un equilibrio tra i due livelli di significato dell’intreccio, come ad esempio nel duetto del secondo atto fra Adina e Dulcamara “Quanto amore”, in cui Dulcamara deve riconoscere che la grazia femminile può più di qualsiasi elisir lasciando il posto all’onestà mentre Adina diventa consapevole di dover agire da sola per la riconquista di Nemorino. Lo stesso accade nel duetto tra Nemorino e Belcore nella terza scena del secondo atto dove l’elemento patetico e l’umoristico si sovrappongono in una superiore sintesi. Ma è senz’altro la cifra elegiaca dell’opera quella predominante che si imprime nell’ascoltatore attraverso la bellezza della melodia e delle voci necessarie ad esprimerla, contornata da una ricerca accurata di effetti orchestrali mediante la valorizzazione di singoli timbri strumentali che vengono ad esaltare le linee vocali, un esempio tra gli altri è quel bellissimo assolo di clarinetto che pone in risalto le linee melodiche di Adina e di Nemorino quando intonano il loro primo duetto “Chiedi all’aura lusinghiera”. Questo si conclude in quell’allegro che contiene la iniziale dichiarazione della libertà sentimentale di Adina. Donizetti tuttavia, non si schiera con lei rimanendo invece dalla parte della costanza di Nemorino che incarna fin dal principio gli aspetti più profondi e sentimentali di questa commedia romantica tratteggiata con mano leggera e felice.


