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"Il silenzio grande" di Maurizio De Giovanni con la regia di Francesco Pellizzari al teatro la Locandina di Pagani

17 Novembre 2025 Author :  

di Gerardo Sinatore

Ringrazio Renato Giordano, mio vecchio amico e capace regista teatrale, per avermi invitato alla rappresentazione di questa inedita drammaturgia dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni, nata in origine da una richiesta di Alessandro Gassmann che ne è stato il regista della prima messinscena teatrale e della produzione cinematografica e che ha avuto come interprete principale il bravissimo Massimiliano Gallo nelle rispettive versioni.
A parer mio, cioè da spettatore, quella di Francesco Pellizzari è stata una singolare messinscena oltre che per le musiche (Leonard Cohen), per le luci, per gli effetti sonori, per l’allestimento scenico di Roberto Monte (essenzialista ma mai scontato, anzi, le sue scene “caravaggesche” sono sempre dettagliate, significativamente dinamiche, cioè funzionali e mai esclusivamente estetiche), soprattutto per aver saputo “migliorare” questo lavoro ponendo nuovi accenti e caricandolo, sin dal suo inizio sviluppato sul tema etico, di inattese emozioni che esplodono alla fine coinvolgendo la parte più profonda dell’animo degli spettatori e ponendoli disarmati dinanzi all’umano ed ineluttabile tema dell’”assenza” e della “perdita”. Un epilogo, che ha letteralmente inondato di ritrovata “umanità” tutti gli spettatori sino a commuoverli, come si è commossa la stessa bravissima Bettina (Teresa Barbara Oliva).
In vero, in questa società distopica costellata da sempre più numerosi suicidi di ragazzi, di femminicidi, di giovani morti improvvise, di violenze gratuite, di guerre inventate, di genocidi infiniti e di supplicate eutanasie, verrebbe da chiedere agli invisibili signori del potere se attraverso il loro obbligato “progresso” abbiano reso ai giovani la vita più facile e se, in termini di valori, la vita prevale ancora sulla morte e l’esistenza sull’assenza… Ecco perché il ritrovare la bellezza delle emozioni in uno spettacolo come questo, è sempre salvifico per l’Arte ma soprattutto per l’umanità.
Ciò premesso, invito gli spettatori a non tirare conclusione affrettate alla fine del primo atto (come avevo-fatto-io, ahimé) e poi di fare molta attenzione ai dettagli scenici, compreso il suono della campana tibetana, il freezing degli attori sulla porta alla fine di ogni quadro di scena (come-non-avevo fatto-io…), poiché solo alla fine tutto avrà un senso. Ecco, se dovessi riassumere in una sola parola questo spettacolo così com’è stato audacemente (ingegnosamente) proposto a “La Locandina” di Pagani, direi: “SORPRENDENTE”.
A proposito della musica scelta (bravissimo il regista!), cioè di “Dance me to the end of love” del grandissimo Leonard Cohen, essa viene canticchiata all’apertura senza alcuna enfasi dalla bravissima Bettina per poi esplodere in tutta la sua magnificenza nell’epilogo, con una Rose che, danzando, cambia totalmente registro espressivo e recitativo e diventa romanticamente sensuale e fragilmente sentimentale, sino a saper raffigurare ciò che la canzone recita (e per me è il vero senso della trama dello spettacolo): “Conducimi fin dove finisce l’amore/Conducimi alla tua bellezza con un violino infuocato/ Conducimi ai figli che chiedono di nascere/Conducimi oltre il panico finché non sarò al sicuro/Toccami con le nude mani oppure toccami con i guanti/Conducimi fin dove finisce l’amore…”. Questo spettacolo mi è piaciuto poiché, scritto per focalizzare aspetti sociali (non privi di un’abusata retorica) quali la libertà di genere, il declino della famiglia, spingendosi in un banale “che cazzo di lavoro è la scrittura?” e sino alle frustrazioni recate da questa società asociale e inumana, diventa invece un’apoteosi ontologica: un ultimo urlo di umanità, il trionfo del silenzio inteso non come “assenza” ma come forza e protezione di chi tace non per aver ragione, ma per trovare pace. Qui, il silenzio diventa la massima espressione di libertà, non quella che regna sull’ipocrisia morale ed immortale dei nostri tempi, ma quella che porta verità. Questa sera, ho avuto l’ennesima conferma che la vera cifra del buon “fare teatro” consiste nello scatenare emozioni, più che nel provocare lucidi ragionamenti, consiste nel raggiungere il culmine della ricerca sull’essere e sulla realtà per tornare (ad) essere umani e sentire ciò che davvero ci muove (commuove). In merito alle interpretazioni, se questa scrittura originaria era stata creata su modelli eduardiani, io nella messinscena di Francesco Pellizzari vi ho visto tratti shakespeariani (Macbeth) e wildiani (L’importanza di chiamarsi Ernesto) con delle individuali interpretazioni ben strutturate, personali e approfondite in tutte le pause, gli accenti e le espressioni. Ho visto un impareggiabile Valerio (Alfonso Tortora); una mirabolante Bettina (Teresa Barbara Oliva); una eterea Rose (Rosaria De Angelis, mai deludente e che già avevo potuto apprezzare in quel delizioso “Delitto perfetto”), un istrionico Massimiliano (Lorenzo Damiano) intimista per natura e sempre alle prese con personaggi complessi, e infine, una brillante Adele (Giovanna Tortora) effervescente, fresca e naturale come un calice del miglior prosecco doc italiano. Tutti gli attori sono stati per me al di sopra di ogni aspettativa (rispetto all’originaria commedia) soprattutto perché ognuno di essi ha fatto in scena un doppio salto carpiato: ha recitato per il pubblico e allo stesso tempo ha nascosto al pubblico. Complimentissimi. Me lo andrò a rivedere.

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