di Gerardo Sinatore
Ieri sono stato invitato dal prof. Pierfrancesco Califano al Centro Sociale di Pagani per la titolazione dell’auditorium, su richiesta di Antonio Avigliano, a suo padre: il regista e drammaturgo paganese Carmine Califano, un caro e vecchio amico scomparso prematuramente. Carmine l’ho conosciuto nel 1976 grazie ad Andrea Casillo. Avevamo una ventina d’anni. Lui portava i capelli molto lunghi ed era un giovane rivoluzionario, come lo era stato quel Cristo per il quale Carmine si apprestava, insieme ad altri amici dell’Azione Cattolica della Madonna del Carmine, a rappresentarlo anche quell’anno nella Passione. Le ricordo tutte, quelle Vie Crucis e Crocifissioni. Emozionanti e ben curate in ogni dettaglio. Non erano rievocazioni, ma messaggi sempre nuovi per la società da parte di giovani che amavano il rock e Gesù Cristo. Carmine, da autentico artista, ha sempre avuto voglia di dire, di gridare e di cantare. Il suo linguaggio, sempre articolato e fendente, era tipico della beat generation. Con il tempo si è poi raffinato sempre di più. Io gli dicevo che era il Leo Ferré del teatro, lui mi rispondeva che ammirava di più Giorgio Gaber. In effetti, come Ferré, Gaber e Fo, gli piaceva prendere a calci le ingiustizie e a cazzotti le distopie politiche. Seppur ideologicamente e culturalmente impegnato, è stato sempre un cane sciolto. Ciò che ci univa (ad intervalli) era la visione del “teatro etico” e la concezione del teatro come rito, ovvero, come altare della parola e come spazio per la gente. I nostri scambi culturali giravano intorno a Pasolini e ad Artaud. Ogni suo lavoro era una fatica: ne curava i testi, le sceneggiature, gli adattamenti, le messe in scena, le musiche e le scenografie. In vero, era un vero maestro della grammatica del movimento per l’attenzione che prestava alla gestione dello spazio scenico e dei ritmi. In tanti anni, al di là della sua spinta costante verso temi socio-culturali, posso vantarmi di averlo preso per ben due volte invece per il cuore. Mi ha dato l’onore di rappresentare due miei lavori, trasformandoli in due opere di pregio: Chiram (2005), andato in scena con successo più volte e con cast diversi (Maria Scorza, Annalisa Galdi, Antonio Tramontano e musiche originali di Pina Radicella) e poi l’Incanto. Una mitica storia d’amore (2015), che segnò un sold out raramente ottenuto, per rappresentazioni di autori locali viventi, dall’Auditorium Sant’Alfonso. Carmine era un artista di razza. Un leader nato. Un uomo intellettualmente e antipaticamente onesto. Per ogni attività che si trovava a svolgere o che gli veniva affidata da altri, il capo indiscusso e indiscutibile era soltanto lui. Perché abbiamo litigato? Provate a dire ad un maestro pittore di mettere del giallo anziché del rosso al quadro che sta dipingendo. Provateci pure, ma non con Carmine. Carmine bastava a sé stesso e non ha mai consentito ad alcuno di interferire nel suo lavoro. Era un professionista di lungo corso. Oltre alla regia e alla drammaturgia, ha collaborato con molte scuole per la formazione dei giovani, tra le quali l’Università di Salerno, inoltre ha fatto anche televisione (RAI 3) e ha ottenuto per il suo teatro, premi e tornée internazionali.
Ma a parte queste mie personalissime considerazioni, ieri sera faceva un freddo cane, l’aria era gelida ed ho pensato subito a Carmine che, del gelo, era un maestro: raggelava tutti e senza mezze misure. Lui, che ha avuto sempre chiaro ciò che voleva, bastava a sé stesso ed era franco con tutti. Era un vagabondo sì, ma che seguiva solo sé stesso e aborriva la lasciva intellettuale, la volgarità. Pertanto, pensava ad alta voce, anzi altissima; infatti, le cose non le mandava mai a dire. Che c’entra il gelo? Beh, durante lo svelamento della targa in presenza delle autorità, cioè del Sindaco avv. Raffaele Maria De Prisco, dell’Assessore alla Cultura dr.ssa Valentina Oliva e della Portavoce dr.ssa Martina Nacchio (erano presenti molti artisti tra cui Carmine De Pascale, Alfonso Calandra, Valeria De Pascale e Amalinze) ho espresso il desiderio di fare aggiungere alla targa, sotto al nome di Carmine, la parola “Meritatamente”. Se ci fosse stato, mi avrebbe sicuramente freezato. Ecco cosa c’entra il gelo. Non amava che si parlasse di sé. Però, mi era venuto in mente che sulla prima pagina di “Chiram” (edito per il teatro da “Arti e Mestieri” nel 2005), aveva scritto, come dedica: “A tutti quelli che piangeranno veramente al mio funerale… Immeritatamente”. Quell’Immeritatamente, è anche stato scritto sulla sua lapide al cimitero. Ma ora basta. Apprezzo il suo sarcasmo, ma basta. Meriti, ne ha avuti e ne ha, anche moltissimi. Oltre alle sue opere, sarebbe sufficiente conoscere i suoi figli. Io conosco alquanto bene, almeno spero, Pierfrancesco, amico di mio figlio ma anche mio. Amo parlare con lui di tutto, quando se ne presenta l’opportunità, ed ascoltarlo parlare (e pensare) è un piacere, sia in veste di attore che di docente universitario… Pertanto, pur sapendo di fare infuriare Carmine, dall’aura Creativa dove giace in pace, ho pensato invece che un bel “Meritatamente” se lo meritasse davvero, lui, i suoi figli, i suoi compagni di viaggio, i suoi allievi e la sua famiglia, oltre al fatto che quell’auditorium ha preso vita proprio con lui (grazie anche a Peppe Giordano, allora Presidente del Consiglio del Centro Sociale). Perdonami Carmine, ma quann ce vo’, ce vo’!. Sono certo che adesso una mezza risata sicuramente te l’ho strappata pur avvertendo la tua contrarietà. Ne ho approfittato perché sei morto, ma ci vedremo.


