La bomba artigianale piazzata in compagnia del figlio e un raid al supermercato
Pasquale Panariello, insieme a suo figlio piccolo e minorenne, è accusato di aver distrutto l'ingresso dell'esercizio commerciale scafatese “Acqua e sale” il 30 agosto scorso. Secondo la procura di Salerno, Panariello avrebbe agito prima minacciando e poi effettuando un attentato nei confronti della pescheria-ristorante con del liquido infiammabile che esplodeva causando l'incendio e anche i danni a un automobile parcheggiata nei pressi dell'attività della famiglia Vitiello. Da un messaggio audio su Whatsapp l'accusa avrebbe trovato anche la prova regina sul raid.
Panariello è finito nel mirino per i medesimi reati relativi alle intimidazioni a nome del suo gruppo nei confronti di un noto supermercato della zona. Gli inquirenti di quest'ultimo episodio avrebbero acquisito tutte le immagini della tentata estorsione. In particolare dai controlli effettuati dalla Dda nell'ambito dell'inchiesta, Pasquale Panariello sarebbe accusato di far parte di un clan emergente e in base alla forza del suo valore criminale, insieme al complice Antonio Palma e ad Elvira Improta, avrebbero sostenuto vari reati.
Gli affari del clan emergente
In particolare, a casa di Panariello e di Improta sono stati trovati 831 grammi di marijuana già confezionati in oltre 4000 dosi. Una quantità così grande che dimostra ancor di più, secondo gli inquirenti, l'appartenenza di Panariello ad un'associazione camorristica di Scafati ancora non individuata perché in costante crescita, il Gip Boccassini la definisce nell'ordinanza di custodia cautelare, come un clan "...in fase embrionale...". Panariello inoltre aveva effettuato varie telefonate e aveva inviato diversi messaggi anche su WhatsApp per la compravendita di sostanze stupefacenti, dimostrando di essere operante in questo mercato. In più, insieme alla compagna, avevano nascosto una pistola calibro 7,65 clandestina con matricola punzonata e le cartucce . In più, dalle foto che aveva sul suo telefono cellulare, gli uomini della Dda hanno anche scoperto la presenza di mitragliette, pistole a tamburo e semiautomatiche di vario tipo mentre in casa, nascondeva anche materiale esplosivo per confezionare ordigni artigianali. Per il giudice indagini preliminari c'erano tutti i presupposti quindi per stabilire il carcere e sostenere le tesi costruite dall'accusa ma, sul caso deve ancora esprimersi la Cassazione.


