Anna Magnani e "Fidulin" durante le riprese del film Vulcano

05 Novembre 2016 Author :  

di Francesco Apicella 

“A Nì, mi raccomando, non togliermi neanche una ruga. Le ho pagate tutte care” era una raccomandazione costante per il suo truccatore abituale. “Ho capito che ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per questa lacrima e, per tutta la vita, ho implorato per questa carezza…”. E parlando della sua rinuncia al film “La ciociara”: “Io avrei dovuto fare la madre e Sofia mia figlia. Avremmo fatto ridere il mondo intero. La Loren fare la parte di Rosetta! La gente si sarebbe aspettata che lei avesse violentato i marocchini e non il contrario!”. Sono tutte parole nate dal cuore, dalla verve e dallo spirito di Anna Magnani, una delle più grandi interpreti femminili del mondo dello spettacolo, considerata il simbolo del neorealismo italiano, un’attrice che ha dato vita sullo schermo a figure di donne indimenticabili, forti e sensibili, ironiche, grintose e sempre vitali e genuine. Chi non ricorda la sua risata fragorosa e contagiosa e il suo sguardo intenso e ricco di pathos, uno sguardo che fulminava, incorniciato sempre da due occhiaie vive; due occhiaie vissute e mute che lei, scherzosamente, chiamava “i miei calamari”. Un carattere forte e volitivo che, difficilmente, scendeva a patti. Dopo un doveroso omaggio alla sua arte e alla sua personalità, voglio raccontarvi un aneddoto divertente che la riguarda. Uno dei tanti di cui è costellata la sua vita d’attrice.
William Dieterle, il grande regista americano di origina tedesca, nel 1950 gira in Italia, nelle Eolie, il film “Vulcano”, con una temperamentosa, brava e arrabbiatissima Anna Magnani, mentre su Stromboli, l’isola prospiciente Vulcano il regista Roberto Rossellini, l’uomo con cui lei, oltre a un importante e produttivo sodalizio artistico, aveva avuto una storia d’amore, passionale, sofferta e burrascosa, gira “Stromboli”, con Ingrid Bergman , l’attrice svedese che le ha portato via, senza pietà, il suo regista del cuore, l’uomo che amava con tutta se stessa. I rapporti di Dieterle con la Magnani furono, sin dall’inizio, furono tutt’altro che facili. La Magnani che, per quel film, aveva ricevuto un cachet di circa 60 milioni, una cifra astronomica per l’epoca, diede al regista non poco filo da torcere, durante la lavorazione del film e non arrivava sul set mai prima di mezzogiorno. “Non sono capace di “fare l’arte”, appena sveglia” soleva dire. Sul set gli scontri tra il regista e l’attrice erano all’ordine del giorno, litigavano per i motivi più svariati che, molto spesso, erano davvero futili. Quando poi fece il suo ingresso nelle loro vite” Fidulin”, gli scontri si fecero ancora più accesi.
Sull’isola c’era un cane randagio sporco e pieno di zecche, soprannominato appunto Fidulin. Come è noto a tutti, la Magnani aveva un debole per i cani e spesso amava chiamare se stessa, scherzosamente, Anna Cagnani. Si dice che, a Vulcano, Nannarella andasse sempre, in giro, con una bottiglietta piena di petrolio, per liberare tutti i cani dell’isola dall’assillo delle zecche. Ma per Fidulin la cosa era diversa: si era subito innamorata di quel cane dallo sguardo triste, che le faceva le feste appena la vedeva, scodinzolando felice. Così, l’aveva preso sotto la sua ala protettiva e guai a chi osava toccarlo. Dal canto suo, il cane ricambiava quel sentimento e le era affezionatissimo. Fidulin, però, aveva una strana abitudine, tutte le sere si sistemava sotto la finestra del regista e cominciava ad abbaiare, accorato, alla luna, “al suo destino di zingaro e alla bellezza di quell’isola, bruna come un cappero” scrive poeticamente Patrizia
Carrano nel suo bellissimo libro “Anna Magnani. Il romanzo di una vita”. Anche se fosse stato Pavarotti a fare quelle serenate notturne, il regista non sarebbe riuscito a dormire ugualmente. “Maledetto cane!” diceva, disperato, tra sé “ lo fa apposta a tormentarmi coi suoi ululati insistenti e stonati, per non farmi dormire. Domani sul set sarò uno straccio!”. Resistette per due notti a quel supplizio, solo per amor di pace. Alla terza notte non ce la fece più e decise di prendere un provvedimento drastico e risolutivo: fece imbarcare il cane su una lancia diretta a Lipari e, finalmente, soddisfatto, se ne tornò a letto. Si era liberato di quella tortura! Informata sull’accaduto, la Magnani andò su tutte le furie e minacciò la produzione di disertare il set se Fidulin non fosse stato riportato a Vulcano. Ma, proprio mentre continuava ad inveire contro tutti e tutto, minacciando di abbandonare per sempre il film, in piena lavorazione, ecco che un grosso cane, tutto bagnato, le si avvicinò e si accucciò ai suoi piedi. Non era possibile! Non poteva crederci! Lo guardò bene, bene! Era proprio Fidulin. La povera bestia era stremata, aveva nuotato eroicamente da Lipari a Vulcano per tornare dall’unico essere umano che, in tutta la sua vita di randagio, aveva avuto per lui un po’ di affetto sincero. La Magnani, commossa, nascose subito il cane, per non farlo vedere al regista. Ma, durante la notte, il cane, puntuale come una cartella di Equitalia, riprese il suo concerto notturno sotto la sua finestra preferita. Dieterle non riusciva a credere alle sue orecchie! Ancora quel cane lercio e fastidioso! Com’era possibile? “Stavolta ti sistemo io!” gli gridò infuriato “aspetta che scendo giù col bastone e, poi, vedrai!” Era pronto a farlo, per davvero, ma qualcuno, svegliato da quello schiamazzo notturno, lo informò sull’accaduto. Saputa la storia del cane nuotatore, del suo coraggio e della sua determinazione, il regista che, al di là del suo aspetto imponente e severo, aveva un cuore d’oro, si commosse e decise di adottarlo. La Magnani fu contentissima di questa decisione e, da quel giorno, i rapporti col regista furono molto più distesi e lineari. Ancora una volta la sua ferrea volontà aveva avuto la meglio sul resto della compagnia. Che donna! E che attrice! Unica e indimenticabile!

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