di Francesco Apicella*
“Io sono andato via di casa a 18 anni” raccontava Gino Paoli “mia madre non amava i gatti e io, per questo, non avevo mai potuto averne uno. Mi trasferii a Boccadasse, un borgo marinaro di Genova e andai ad abitare in una soffitta con un terrazzo,da cui si vedeva il mare e la prima cosa che feci fu quella di prendermi un gatto; presi una gatta siamese con una macchia nera sul muso.
Era una gatta buffissima, non si staccava mai da me, viveva praticamente addosso a me e quando io prendevo un po’ di sole sul terrazzino si addormentava sulla mia pancia, lasciando col suo corpo una pennellata bianca sulla mia abbronzatura, all’altezza dell’ombelico. L’ avevo chiamata Ciacola (termine che in Veneto significa chiacchiera n.d.r) perché era “una gatta parlante”, con i suoi miagolii continui le piaceva chiacchierare, come gli animali delle fiabe e dei fumetti. Discorreva, proponeva, suggeriva, protestava, aveva la sua da dire su ogni argomento. Di fronte alle decisioni da prendere la sua posizione era tenuta nello stesso conto delle nostre. In presenza di un estraneo l’ultima parola era la sua e se una persona non piaceva a Ciacola, in casa nostra non metteva più piede. A quell’epoca, oltre al mio lavoro di grafico pubblicitario, io facevo il pittore e, mentre dipingevo, lei si metteva sul mio collo e osservava, assorta, il mio lavoro.
Mi sentiva quando arrivavo e si sporgeva dal balcone per vedermi, una volta è cascata di sotto e si è fatta male ad una zampa; per un po’ è andata in giro zoppicando con la zampa che “ciondolava” e se combinava qualcosa e io le dicevo :”Ciacola, cosa hai fatto?”, lei sollevava la zampa, la ‘ciondolava’ un po’ e mi guardava stupita, come a dire:”Ma come puoi pensare che sia stata io, guarda come sono combinata”. In quella soffitta, sospesa tra cielo e mare, senza riscaldamento, Gino,non ancora affermato come cantautore, viveva con poco, conduceva una vita modesta, priva di comodità ma, con la compagnia della sua gatta, che lo amava teneramente, era felice; Ciacola non era un animale qualunque, era una presenza costante, un contatto affettivo che riempiva ogni spazio, una parte integrante della sua vita, delle sue abitudini quotidiane e della sua creatività espressiva; quando suonava la chitarra lei si accoccolava accanto a lui, lo ascoltava e, contenta, gli faceva le “Ciacola” raccontava Gino “una sera mi salvò la vita, se non ci fosse stata lei sarei morto di sicuro. La soffitta era fredda, non c’era riscaldamento ed io, per riscaldare l’ambiente, avevo acceso una stufa a gas. Mentre dipingevo, con Ciacola accovacciata sul collo, nella stanza ci fu una fuga di gas, insidiosa, invisibile e silenziosa . Fu lei ad accorgersene per prima e, per avvertirmi del pericolo, cominciò a miagolare con insistenza. “Che c’è, Ciacola” le domandai, “che ti è preso, protesti? Non ti piace il mio quadro?” Vedendo che lei continuava a miagolare decisi di metterla a terra. Non appena toccò il pavimento, si accasciò; preoccupato, la ripresi in braccio e subito si rianimò. Ma, quando la rimisi di nuovo sul pavimento, di nuovo cadde a terra, come morta. Per capire cosa stava succedendo, mi sdraiai sul pavimento, vicino a lei; e solo allora mi accorsi dell’odore del gas che, essendo un gas liquido,si espandeva dal basso verso l’alto, fino a riempire piano, piano tutti gli spazi. A quel punto spalancai la finestra, evitando di morire soffocato insieme alla mia micetta”. Poi arrivò il successo e Gino decise di cambiare casa, di trasferirsi in una ‘casa bellissima’ e di portare Ciacola con sé, lasciando la vecchia soffitta sul mare e con lei anche un pezzo di vita e un passato semplice ma vero .
Nella nuova casa, dopo poco, la gatta morì. Per anni si è pensato che Ciacola fosse morta di nostalgia, incapace di adattarsi a un nuovo ambiente. In un’intervista Paoli raccontò la sua storia con Ciacola e ricordò, commosso, quel momento difficile in cui le aveva dovuto dire addio. “Il veterinario” raccontò Gino “ mi spiegò che la gatta aveva avuto un’occlusione intestinale, dovuta a una palla di pelo che si era formata, a furia di leccarsi il pelo, per renderlo pulito”. La perdita della sua amata Ciacola fu per Gino, un grande dolore e per esprimerle quanto l’amava e quanto le era grato per essergli stata vicino, nel 1960 scrisse per lei ‘La gatta’, una delle sue canzoni più belle, un brano poetico e nostalgico che dipinge uno scorcio di vita, sospeso per sempre nel cuore e nei ricordi. All’inizio, nei primi tre mesi, la canzone si rivelò un flop, del disco si vendettero solo un centinaio di copie ma, poi, grazie al meccanismo infallibile del passaparola, la gente si appassionò a quel testo autobiografico delicato e a quella melodia trascinante che evocava immagini ed emozioni di un tempo passato, sereno, tenero e indimenticabile e le vendite, in breve, decollarono, con un ritmo di centomila copie la settimana. Il 1960 fu per Gino Paoli un anno d’oro perché poco dopo scrisse la canzone ‘Il cielo in una stanza’, un vero capolavoro, uno dei gioielli più preziosi della musica italiana di tutti i tempi. un brano d’amore poetico e romantico, emotivamente coinvolto e coinvolgente, capace di trasportare l’ascoltatore dallo spazio ristretto di 4 mura in uno spazio infinito, dove le pareti scompaiono, lasciando il posto a una fuga infinita di alberi, “il soffitto viola” della stanza si dissolve e il cielo entra dentro, trascinando gli amanti in un magico abbraccio infinito. ‘Il cielo in una stanza’nasce da un’esperienza personale del cantautore e descrive i momenti di un rapporto intimo con una prostituta, avvenuto in un bordello di Genova, in una stanza dal ‘soffitto viola’. In questa casa di tolleranza un giorno, Gino Paoli, giovanissimo, conobbe una donna, di cui si innamorò teneramente.
Il testo, intriso di una poesia struggente e intensa è un messaggio cosmico sulla forza dell’amore che si manifesta travolgente quando si vive un momento di vero e profondo amore. Lo spazio intorno, angusto e misero, si dilata, si trasfigura e si trasforma in qualcosa di meraviglioso, fino a diventare infinito. “ E poi, chi ha detto che non si può amare una puttana?” dichiarò Paoli in un’intervista “Per me il sesso è qualcosa che ti scaraventa in una dimensione mistica; se non c’è amore, lo chiama, lo fa nascere, magari anche solo per quel momento.” Il percorso della canzone fu travagliato, fu proposta a Jula de Palma e a Miranda Martino ma entrambe le cantanti si rifiutarono di inciderla, ritenendola una brutta canzone; ma il famoso Giulio Rapetti, in arte Mogol, che aveva il compito di far incidere le canzoni che gli autori portavano alla casa discografica Ricordi, di cui suo padre Mariano era direttore, non si arrese, aveva capito che Paoli era un autore raffinato, di grande creatività espressiva e decise di proporla a Mina. “Poi arrivò Mina” raccontava Gino Paoli“ e disse che l’avrebbe cantata lei. A quei tempi tornavo, a Genova, sono un casalingo e, a distanza, non riuscivano a comunicarmi puntualmente tutto. Un giorno incontrai Tony de Vita, l’arrangiatore della canzone, che mi disse che il pezzo sarebbe diventato un successo mondiale. Mi disse che Mina, dopo averlo cantato, si era messa a piangere e che i musicisti, presenti in sala, si erano tutti alzati in piedi, commossi, alla fine della registrazione”. Il brano fu un successo clamoroso, restò in testa alla classifica di vendite per 14 settimane, segnò una svolta qualitativa nella carriera musicale di Mina e decretò la fortuna artistica ed economica di Gino Paoli, come autore di squisita sensibilità e di grande poesia. Nel 1960 Gino conobbe a Milano,presso la casa discografica Ricordi, Ornella Vanoni. “Era vestito di nero, aveva gli occhiali scuri e un aspetto dimesso” ricordava Ornella Vanoni “quando lo vidi mi sembrò un gatto che non mangiava da giorni o un impiegato di banca”.
Ornella gli chiese di scriverle una canzone e, Paoli, affascinato dalle sue mani grandi, belle ed eleganti, scrisse per lei ‘Senza fine’ , un altro capolavoro, una delle canzoni più belle del repertorio canoro di Ornella Vanoni. Da quell’incontro nacque tra loro una travolgente e tormentata storia d’amore. La relazione terminò nel 1962. Ornella sposò l’impresario Lucio Ardenzi e Gino conobbe a ‘La Bussola’, un celebre locale della Versilia, Stefania Sandrelli che, all’epoca aveva solo 15 anni. Tra i due, nonostante la differenza di età (12 anni n.d,r)), nacque un grande amore, Stefania restò incinta e nel 1964 nacque Amanda, futura attrice e regista. Quattro mesi prima Anna Fabbri, la moglie di Gino, aveva dato alla luce Giovanni, il loro primo e unico figlio, morto a soli 60 anni, il 7 marzo del 2025, stroncato da un infarto. Gino provò un dolore immenso per la morte del suo Giovanni! “E’ una cosa contro natura” dichiarò in un’intervista “ il padre deve morire prima del figlio, dovevo morire prima io di lui!”. Anche dopo la fine della loro storia d’amore Ornella e Gino hanno mantenuto un’amicizia profonda, e un sodalizio artistico ‘senza fine’.
Erano due anime gemelle, nate ad un solo giorno di distanza, nel 1934, il 22 settembre lei e il 23 lui. Ornella e Gino nel 1985 fecero insieme un fortunato tour teatrale, da cui nacque il doppio album live ‘Insieme’, che ottenne un grande successo. Nel 2004 i due artisti tornarono a collaborare insieme e incisero l’ album dal titolo ‘Ti ricordi ? No, non mi ricordo’ che ottenne, per il gran numero di copie vendute, il disco di platino. L’anno seguente , il primo febbraio,Ornella e Gino portarono in giro il tour VanoniPaoliLive e a settembre del 2005 uscì l’album con lo stesso nome del tour. Nel 1963 Gino, forse a causa di una crisi depressiva, tentò il suicidio e si sparò un colpo di pistola al cuore. Per fortuna il proiettile non perforò il miocardio, si fermò nella cavità toracica e, poiché era troppo pericoloso rimuoverlo, rimase lì per il resto della sua vita. In un’intervista Paoli dichiarò di aver tentato il suicidio per noia:”Mi annoiavo” disse “avevo avuto tutto dalla vita, mi ero rotto i ‘coglioni’ e non mi divertivo più”. Esponente di spicco della scuola genovese di cantautori, di cui facevano parte tanti illustri autori, come Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De Andrè, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese e i fratelli Gian Franco e Gian Piero Reverberi, Gino Paoli ci ha lasciato in quasi 70 anni di carriera, un’eredità musicale di enorme statura, le sue canzoni hanno fatto la storia della musica del 900’e hanno tatuato nei nostri cuori emozioni indimenticabili, con la sua morte la musica italiana perde un artista straordinario, dotato di un grande carisma, con una delle voci più intime, più vere e più profonde…una voce unica, capace di raccontare l’amore, la fragilità e le contraddizioni dell’animo umano, con parole semplici ma profonde e con una poesia ‘senza fine’. Ha scritto tanti capolavori, oltre a quelle già citate fra le sue canzoni più belle ricordiamo: ‘Una lunga storia d’amore’, ‘Che cosa c’è?’,’Sassi’,’Quattro amici’, ‘Averti addosso’,’ Ti lascio una canzone’…Gino Paoli è morto il 24 marzo 2026, all’età di 91 anni, nella sua casa di Genova, dopo un breve ricovero in una clinica privata.
Le esequie si sono svolte il giorno dopo in forma strettamente privata, il suo corpo è stato cremato e le ceneri, come da sua volontà, sono state disperse in mare nel quartiere di Boccadasse a lui tanto caro. Buon viaggio, Gino, forse nel posto dove andrai ora potrai ritrovare Ornella, il tuo amato figlio Giovanni, tutti gli amici che ti hanno preceduto e, sicuramente, troverai ad aspettarti anche il musetto nero della tua Ciacola, che è stata sempre dentro di te. Ti vogliamo tutti un gran bene, hai lasciato un vuoto immenso nei nostri cuori ma, con le tue canzoni, vivrai per sempre nella nostra memoria e ciò che la memoria ama resta eterno.
*critico di teatro e cinema


