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Riti e miti - Cenni sul rito e la tradizione

10 Marzo 2017 Author :  

Il popolo conserva i resti di antiche tradizioni che talvolta risalgono ad un passato così lontano che sarebbe impossibile da determinare e che per questo ci si accontenta di collocare nell’ambito oscuro della “preistoria”; esso svolge così la funzione di una sorta di memoria collettiva più o meno sub-cosciente (René Guénon)

Il mistero, per tradizione religiosa, è ciò che non si può conoscere con i soli mezzi della ragione e dell’esperienza. È ciò che viene svelato agli iniziati, che, nel nostro caso però, sono gli spettatori nella loro totalità, i quali vengono immessi in un “teatro” considerato come tempio ove si mostra loro l’essenza, ove il singolo sarà in grado non già di sapere qualcosa ma di sapere ed essere qualcosa (cfr. R. Picchi, Scritti inediti di Annibale Ruccello, Gremese, 2004). Il rito delle Madonne della Valle del Sarno è il residuo di un sincretismo, come quasi tutti i riti che sono resistiti al tempo ed in particolar modo quelli che interessano l'area mediterranea, avendo visto l’avvicendarsi di più culture eterogenee. Anzi, per dirla tutta, secondo una mia personale quanto soprattutto semplice valutazione, non è neanche una questione di “sincretismo” o di “mutazione”, è che l’uomo non è mai cambiato, è sempre lo stesso, è esattamente quello di oggi ed ha sempre creduto nelle stesse “cose” dandole il nome che nel tempo prendevano. Ciò che è cambiato è l’ambiente che si è costruito a sua “misura”, intorno a sé, per “progredire”. Ma in effetti, la sua “anima”, ciò che lo “anima”, è sempre restata legata a dei cardini primordiali che sono gli identici stessi dell’uomo attuale; l’uomo è una creatura “universale” e pertanto è per metà legato alla Terra (corpo) e per l’altra all’aere, alle stelle (spirito). Per quanto tale, una metà, quella fisica, è così attratta dalla terra (forza di gravità terrestre) e quindi poggia i piedi pesantemente al suolo e l’altra è attratta “naturalmente” dall’aere (forza cosmica) e quindi tende ad ascendere, a sfuggire dal corpo, come fanno i “pensieri”, o come fa la “fantasia” chiamata a buona ragione “creatività”. In definitiva, in quanto “creature universali” siamo palesemente figli della terra ed altrettanto “figli delle stelle” e quindi possedenti una dimensione immanente-trascendente alla quale dobbiamo dare risposte nel modo a noi accessibile.

In effetti, il mondo è pieno di elementi antichi che pulsano ad intervalli quasi costanti che si chiamano Tradizione ed è molto importante saper comprendere questi elementi ma, per comprenderli, c’è bisogno di chiedersi da dove giungano e che cosa significhino. Per fare questo, è importante soprattutto non ripetere le cose tramandate e ri-tramandarle come ottusi. Andando a studiare gli antichi misteri mitriaci, demetrici, frigi, eleusini (quest’ultimi di origine tessalica), in quanto i nostri riti ne recano sbiadite forme attinte sicuramente in un passato molto remoto, non pochi sono i residui che ancora restano attaccati come pelle screpolata al corpus della celebrazione: le dee orientali erano percepite come deità che assicuravano ai singoli fedeli salute e prosperità in questa vita e prospettive di salvezza nell’aldilà attraverso dei riti c.d. iniziatici dai contenuti misterici: “Ho mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo, ho portato la lucerna, sono penetrato nella camera nuziale”. Il devoto doveva quindi consumare un pasto tradizionale, entrare in un locale riservato al rito, vedere gli oggetti e i simboli sacri e ricevere la rivelazione, ovvero la verità su che cosa è il mondo, da dove veniamo e dove andiamo. Provando a trasporre quel luogo sacro nel presente delle tradizioni paganesi e quindi della Valle del Sarno, non ci sarebbe alcun dubbio nel farlo coincidere con il tosello. Il tosello è un luogo carico di simboli e di misteri, di incensi e profumi, di oggetti scelti con cura e collocati con la stessa premura: spighe di grano, frutta, pane (tortani), uova; vagli (il setaccio, chiamato anticamente liknon, era presente in tutti i riti e anche in altri culti). Ritornando agli antichi misteri, verso il tramonto del giorno della celebrazione i pellegrini e i devoti, con le fiaccole accese, eseguivano canti e danze sino a notte inoltrata. Il culto della Grande Madre era un culto che dopo le danze e i canti si concludeva nel fare all’amore al buio (ma soltanto tra lo ierofante, cioè il sacerdote che guidava il rito, e una sacerdotessa). L’atto di congiungimento si chiamava matrimonio sacro o ierogamia e probabilmente era simbolico poiché lo ierofante veniva reso temporaneamente sterile con una bevanda. Comunque, anche molti dei presenti, facevano all’amore nell’oscurità con persone che fino a qualche ora prima non avevano mai visto. Le danze venivano accompagnate dal flauto dritto e ricurvo, dai cembali, da cui si traeva un suono acuto e metallico, dal timpano - strumento caratteristico della Grande Madre - che ci ricorda la tammorra. Il ruolo delle galline era simbolico poiché era severamente vietato cibarsi di pollame e come conferma Porfirio (De absinentia, IV,16): “Chiunque conosca la natura delle visioni iniziatiche sa perché bisogna astenersi da ogni volatile, e specialmente quando si trova tra persone che non sanno”. I ciclo dei misteri iniziavano a febbraio con i Piccoli Misteri (come il rito della Candelora a Montevergine) sino a settembre, mese di Boedromione, (Grandi Misteri) ed avevano inizio con l’andata in pellegrinaggio degli Efebi a Eleusi (proprio come la jutaa Montevergine). I misteri frigi iniziavano in primavera con due processioni al tempio di Cibele, la seconda (22 marzo), la più importante, consisteva nel portare in corteo un pino reciso e ripulito dei rami, avvolto in bende rosse di lana e decorato con fiori e strumenti musicali. La cerimonia era detta Arbor Intrat ed alcune fonti riferiscono che con il tempo i pini siano stati sostituiti da palme e rinominata, con l’avvento del Cristo, con la Domenica delle Palme. Il 25 marzo, chiamato Hilaria cioè Gioia, si celebrava la simbolica rinascita del dio Attis e la gioiosa affermazione della primavera (rinominata poi Pasqua dai cristiani-cattolici). Il ciclo si chiudeva tra danze e canti e la statua di Cibele ritornava al tempio. I sacerdoti di Cibele (arcigalli, galli, coribanti, cabiri, etc) nel corso del rito, a volte si auto-lesionavano ferendosi e non raramente arrivavano ad evirarsi per assicurare la loro devozione, tentata per lo più dalle pulsazioni sessuali, alla Grande Madre tra preghiere, urla e danze, con ritmi quasi ossessivi che culminavano in un vorticare, in un girare su sé stessi sino allo sfinimento. Una sorta di voto di castità senza ripensamento. A questi sacerdoti veniva attribuito il potere di interpretare i sogni e indovinare attraverso le galline, attraverso il volo degli uccelli ed il moto degli astri. Anche Cicerone divinava attraverso gli uccelli. Nella Valle del Sarno e significativamente in terra de’ Pagani la Religione è una componente sostanziale della Tradizione ed allo stesso tempo è la Tradizione che, come molte, ha un tempo religioso, un tempo naturale, ed un tempo sociale. Il tempo religioso è l’ottava in albis dopo Pasqua, il tempo naturale è la Primavera ed il tempo sociale è quello del popolo, ma c’è anche un luogo che è l’antico Campo d’Ara (a Pagani) che è connaturato nel retaggio dei rioni storici tra i quali Casa Califano che è un piccolo villaggio, un groviglio di architettura spontanea che, in un passato non molto lontano, era felicemente premuto dal verde degli aranceti, degli olmi e delle piantagioni di gelsi ora sostituiti da fatiscenti palazzi di cemento; qui, si svolgevano nell’antichità, cerimonie pagane che invocavano l’arrivo dell’anno nuovo ovvero la Primavera. Ancora oggi il tosello è ara pacis, aggregazione, momento di incontro e condivisione, luogo di scongiuro, edicola votiva ed offerta attiva, dove si esorcizza la miseria e la iattura, s’invoca la Madre per ottenere la Sua benedizione e la buona salute, si prega affinché la Primavera ancora ritorni e la si invoca (come si invocava il sole) battendo la Diana ovvero suonando la tammorra. Il Tosello Madre, quello del noto e compianto Franco Tiano è in via Lamia (Pagani) e via Lamia era l’accesso del bosco di Campo d’Ara, come già detto, un luogo ove forse si propagò il primo Cristianesimo. Qui, ancora, si facevano da secoli sacrifici a Juno Sarrana e vi sorgeva un santuario. Per Plinio, questo luogo, oltre ad essere il luogo ove si rende grazie agli dèi, era noto ai Romani dalla Guerra dei Cimbri per il suo prodigioso e gigantesco olmo. Infatti, egli ci racconta che nel 103-100 a.C., sotto il consolato di Mario, un vecchio tronco di olmo che costituiva la base dell’altare di Giunone, all’improvviso si fosse rinverdito coprendosi di rami e foglie. Questo strano fatto rese questo luogo rinomatissimo ed ancora non ha perso quella sua antica sacralità. A proposito sempre di sacralità in un vecchio opuscolo devozionale, come fa notare Annibale Ruccello, nella parte in cui c’è la descrizione della Diocesi di Nocera de’ Pagani, è presente questo riferimento: “Diocesi prediletta di Maria: poiché tre illustri Santuari a Lei dedicati sorgono come a guardia di essa. Il tempio di Mater-Domini ad oriente - il tempio di Maria dell’Ascensione o dei Bagni, ad occaso - il tempio di Maria Incoronata del Carmelo, vulgo delle Galline, nel cuore di questa zona religiosa; sicché pare che l’Augusta Regina dell’Empireo voglia ripeterci le parole le parole di Dio, dette ad Israele per bocca del profeta Zaccaria (II.25): Ego eris eis murus ignis in circuitu, et in gloria ero in medio eorum (Sarò come un muro di fuoco intorno, con la mia gloria in mezzo ad esso)”. Questa remota festa, retta da rappresentazioni, ci svela attraverso di essa identità, culture e storie, tanto lontane quanto così vicine, anzi il paganese e l’intera Valle del Sarno se le trova cucite addosso come un abito su misura che indossa per onorare un’appartenenza comunitaria non soltanto di luogo ma, soprattutto etnica, di sangue, benché tali rappresentazioni siano soggette a profonde mutazioni temporali e ad alterazioni di significato, proprie di tutti i dati culturali. A tal proposito, sarebbe anche un grosso errore, come dice l’antropologo Di Nola, considerare le feste portatrici di valori soltanto se radicati in una modularità prototipica o un’immagine distorta che viene dalla memoria di epoche lontane o dalla tradizione orale: “Le feste, sono complessi culturali assoggettati continuamente a profonde modificazioni che le arricchiscono e le rigenerano. Non sono presunti complessi irrigiditi in una loro forma originaria, della quale la forma attuale andrebbe considerata come decadimento [..] Spesso, gli osservatori esprimono il loro scandalo perché ritengono che la nuclearità religiosa arcaica della celebrazione appaia contaminata da nuovi elementi deturpanti come la distribuzione di cibi, di vino, di musica fragorosa ed ossessiva [..] Ma quanti all’osservazione attuale aggiungono i tentativi di rinverdire i progressi storici che accompagnano i momenti festivi, sanno bene che le “invasioni” consumistiche, forse anche in forme più esplosive ed imponenti di quelle attuali, hanno da sempre accompagnato i momenti religiosi”. La festa in sé interrompe la routine e fa esplodere l’alterità, quell’io reale che releghiamo nel profondo, spinto dai numerosi ruoli che assumiamo, spesso anche inconsciamente, nel teatro della società e il tempo in sé diventa tempo di esperienza di libertà e di trasgressione. 

 

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