Spettacolo: ‘fattariele e ‘nciuce’. ‘Peppino di Capri, un sognatore senza tempo’

08 Agosto 2026 Author :  

di Francesco Apicella*

“Nell’estate del 1959” ha raccontato molte volte Peppino Di Capri “io e Mina cantavamo ogni sera in due locali rivali, a cento metri di distanza l’uno dall’altro nella zona di Ischia Porto. Io cantavo al mitico ‘Rangio Fellone’ e Mina, che, allora, si faceva chiamare Baby Gate, si esibiva al ‘Moresco’. Mentre i locali rivaleggiavano tra loro per accaparrarsi il maggior numero di clienti, tra me e Mina non c’era alcuna rivalità, eravamo diventati subito amici e tra noi si era creata una grande complicità. Quando, verso le tre di notte, finiti i concerti, i locali chiudevano i battenti, io passavo a prenderla con la mia lambretta rosa salmone (l’ avevo comprata grigia, poi me l’ero fatta ridipingere da un amico carrozziere) e insieme giravamo per l’isola fino all’alba, fermandoci in qualche bar per gustare i cornetti appena sfornati, o andavamo a svegliare qualche pescatore per farci preparare un piatto di spaghetti ‘sciuè, sciuè’, qualcuno ci accontentava ma qualcun altro, data l’ora, ci mandava anche a quel paese”.

A quel tempo Peppino e Mina non erano ancora i cantanti famosi che, poi, sarebbero diventati nel corso degli anni a venire, lui avevo 20 anni e Mina 19, erano solo due ragazzi pieni di sogni, innamorati della musica e della vita, che si divertivano spensierati, scherzando e fantasticando sul loro futuro. Sin da bambino, Peppino di Capri ha mangiato pane e musica, il padre Bernardo aveva un negozio di dischi e di strumenti musicali e il nonno suonava nella banda musicale di Capri; il piccolo Peppino passava le giornate nel negozio del padre e si divertiva a strimpellare su un vecchio pianoforte scordato, riproducendo a orecchio (aveva un orecchio assoluto) i motivetti più in voga del momento.

Nel settembre del 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre e l’abbandono dell’isola da parte delle truppe tedesche, i soldati americani e inglesi, sbarcarono stabilmente a Capri. Una sera Peppino che, allora, aveva solo 4 anni, andò all’hotel Morgano Tiberio, dove alloggiava il generale americano Mark Clark, riuscì ad eludere la sorveglianza e ‘ quatto, quatto’raggiunse un grande pianoforte a coda, si sedette con grande sforzo sullo sgabello e, anche se non arrivava coi piedi ai pedali, cominciò a suonare, con disinvoltura, i ritmi della musica americana, ascoltati alla radio o, al negozio, dai dischi di suo padre; i soldati americani rimasero a bocca aperta, increduli che, alla sua età, sapesse già suonare così bene il pianoforte.

Lo applaudirono con calore e, per ricompensarlo, lo riempirono di tavolette di cioccolata, di chewing gum e di tanti tipi di caramelle. Un vero bottino!». Dopo questo primissimo successo, il piccolo Peppino, accompagnato dalla sorella Margherita, cominciò ad esibirsi stabilmente per i soldati americani; sul pianoforte dell'Hotel Morgano Tiberio i soldati americani appoggiavano un piatto d'argento per le offerte. A fine serata, quel piatto era letteralmente stracolmo di AM-lire (Allied Military Currency n.d.r)), le banconote di forma quadrata stampate dagli Stati Uniti per i territori occupati. Per fargli studiare musica, in modo serio, il padre Bernardo lo mandò a lezione, a Napoli, da Elizabeth Rudolf, un’ insegnante di pianoforte tedesca severissima, “tenera”come la signorina Rottenmeier, l’istitutrice di Heidi. “Ma quando la mia insegnante scoprì che, alla mia età, la notte facevo il giro dei night, mi mandò via imprecando”.

Nel 1956, partecipai col batterista Ettore Falconieri, mio amico, detto Bebè, con cui avevo formato il ‘Duo caprese’ alla trasmissione “Primo applauso”, condotta da Enzo Tortora, una gara canora, una specie di talent dell’epoca, in onda su Rai 1. Imitavo Johnny Ray, un cantante degli anni Cinquanta che piangeva e si strappava i capelli. Vincemmo la gara e, come premio per la vittoria, ci diedero un televisore, da dividere in due. Non potendo tagliarlo a metà, decidemmo di venderlo per 52 mila lire.” Nel 1958 Peppino e i suoi Capri boys che, allora, non si chiamavano ancora Rockers, furono invitati a Milano da alcuni componenti della prestigiosa etichetta discografica Carisch, che li avevano sentiti suonare ad Ischia ed erano rimasti folgorati dall’originalità del loro stile musicale, che fondeva armonicamente la dolcezza della melodia classica napoletana al ritmo frenetico del rock and roll americano, del twist, del mambo e dello swing.

“Preparate 10 provini e venite a Milano per farceli ascoltare” gli dissero i discografici. Pieni di entusiasmo e di speranza, Peppino e il suo gruppo caricarono tutti gli strumenti musicali (contrabbasso compreso) su una ‘scassatissima’ Fiat 1100 beige, di proprietà del sassofonista del gruppo. All’epoca, però, non esisteva ancora l’Autostrada del Sole,per cui dovettero servirsi delle strade statali. Fu un viaggio interminabile, che durò giorni. Peppino di Capri raccontò al Corriere della Sera che, ‘stanchi e strutti’, arrivarono a Milano conciati proprio come Totò e Peppino De Filippo nella celebre scena alla stazione del film “Totò, Peppino e la malafemmina.” Fra le canzoni che portarono per il provino c’erano pezzi come ‘Malatia’, ‘Nun è peccato’, ‘Let me cry’ e ‘Pummarola boat’, un calypso brioso e trascinante; tutte canzoni che, col tempo, sono diventate dei veri e propri bestsellers.

I dirigenti della Carisch capirono subito il potenziale commerciale del gruppo e, senza perdere tempo, negli ultimi giorni di settembre, gli fecero incidere le prime tracce. Nacquero così i primi 45 giri del gruppo e il loro primo album a 33 giri. I discografici milanesi ritennero che il nome ‘Capri boys’ era troppo provinciale e inadatto alla rivoluzione musicale che la band stava portando avanti. Decisero di cambiarlo e li ribattezzarono col nome di ‘Peppino di Capri e i suoi Rockers’, che fu anche il titolo del loro primissimo album discografico. In soli 12 mesi, a cavallo tra il 1960 e il 1961, Peppino di Capri incise tre brani classici della canzone napoletana (‘Luna caprese’, ‘I’ te vurria vasà’ e ‘Voce ‘e notte’), stravolgendo completamente la loro struttura musicale e creando, grazie a nuovi arrangiamenti, più freschi e moderni, delle suggestive ballate rock-slow, che conservavano, però, tutto il loro fascino originario, intimo e confidenziale, perfetto per le atmosfere a luci soffuse dei night club.

All'inizio, i critici rimasero spiazzati, alcuni, i più illuminati, definirono il gruppo come ‘gli ambasciatori del ritmo moderno o come i creatori del twist confidenziale’ ma quelli più tradizionalisti e conservatori rimasero scandalizzati, storsero il naso e li accusarono di ‘sacrilegio’, per aver profanato e sporcato capolavori storici, arrangiandoli a tempo di rock ma, poi, dovettero arrendersi all’evidenza ed apprezzare quel sound insolito che, con la sua freschezza e la sua eleganza, aveva dato una nuova vita alla canzone italiana e si era affermato come la colonna ufficiale della Dolce Vita.

Tra il 1960 e il 1963 Peppino di Capri ebbe un grande successo, raggiungendo i primi posti delle classifiche discografiche. Nel 1960 balzò al primo posto della hit parade italiana con la canzone ‘Nessuno al mondo’, che era una cover del brano ‘No arms can ever hold you’, portato al successo negli USA da Pat Boone nel 1955. Peppino di Capri la incise rallentandone il ritmo e creando con l’uso delle spazzole, al posto delle bacchette, nella batteria un suono morbido e frusciante. Con questa canzone che era il classico ballo della mattonella, in cui le coppie ballavano strettissime, divenne, nei night, il re dei lenti. Nel 1961scoppiò in America il fenomeno del Twist con la canzone ‘Let’s twist again’di Chubby Checker, Peppino di Capri, con grande tempismo, fu il primo ad inciderla in Italia, a mandargli lo spartito della canzone fu Gerry dei Brutos, da Parigi. “Peppino” gli disse Gerry “Qui va fortissimo questo pezzo, non te lo lasciare scappare, incidilo subito!” Ascoltandolo, da buon musicista, Peppino intuì subito la portata trascinante del brano e, prima che l’originale arrivasse in Italia, ne incise una sua versione, fresca ed energica. Fu un successo travolgente, la canzone balzò subito al primo posto in classifica e, col suo milione e 200 mila copie vendute, superò nelle vendite perfino l’originale, quando il disco americano arrivò in Italia. Forte del successo del twist importato dall’America, Peppino nel 1962 scrisse un twist tutto suo, insieme al perugino Mario Cenci (chitarrista del suo gruppo) e, anche se non era mai stato a Saint Tropez, lo chiamò ‘St. Tropez Twist’.

Il pezzo orecchiabile, frenetico e travolgente divenne il tormentone dell’estate del 1962, in copertina c’era l’immagine di una giovanissima Raffaella Carrà, agli esordi come ballerina. Sempre nell’estate del 1962 Peppino di Capri incise un altro disco, che ottenne un grande successo, la cover italiana di ‘Speedy Gonzales’, un brano americano di Pat Boone. Nel 1963 incise ‘Roberta’una delle canzoni italiane, sentimentali, più belle; inizialmente il brano, scritto da Luis Bacalov, Luigi Naddeo, Peppino di Capri e Paolo Lepore, doveva chiamarsi ‘Lo sai’ ma, poi, lo stesso Peppino di Capri decise di cambiare il titolo della canzone e di dedicarla alla moglie , la modella Roberta Stoppa, che aveva sposato nel 1961. “Nonostante la canzone contenga versi disperati come ‘Roberta, perdonami, ritorna ancora vicino a me’, “in realtà, quando la scrissi” raccontava Peppino di Capri “io e Roberta andavamo d’amore e d’accordo, lei non aveva niente da perdonarmi , inserii quei versi nel testo perchè funzionavano bene ed erano di grande impatto emotivo.”

Nel giugno del 1965, Peppino di Capri e i suoi Rockers fecero da gruppo di spalla ai Beatles, durante il loro unico e storico tour italiano, con tappe a Milano, Genova e Roma. “Nonostante i Beatles mi avessero scelto personalmente dopo aver ascoltato la mia musica, che ritenevano molto vicina al loro stile, per l’intera durata del tour non ci hanno mai rivolto la parola, se la tiravano tantissimo e il massimo della concessione fu una foto insieme e sembravano pure un po’ scocciati.

Dormivamo nello stesso hotel, loro avevano requisito un piano intero e noi, chiusi in una sola stanza, li guardavamo dalla finestra mentre si facevano il bagno in piscina.” Alla fine degli anni 50’, i night club dove Peppino e il suo gruppo erano soliti esibirsi, erano caratterizzati da luci soffuse, fumo denso e un’oscurità quasi totale. I musicisti sul palco manco si vedevano. Per rimediare a questo inconveniente Peppino e il suo gruppo rivoluzionarono il look statico dei cantanti della musica italiana e, ispirandosi allo stile dei night club americani, si fecero confezionare delle giacche scintillanti in tessuto lamè (oro, argento e blu elettrico) che, insieme agli occhiali di bachelite nera, divennero il suo marchio di fabbrica.

All’epoca, però, quei tessuti riflettenti in Italia non esistevano e i sarti di fiducia di Peppino dovettero letteralmente ‘inventarli’, cucendo insieme filamenti metallici e fodere di seta. Non appena qualche sporadica luce del locale intercettava il tessuto, le giacche la riflettevano come piccoli specchi, producendo un effetto “Neon”, fluorescente e spaziale, che catturava immediatamente l’attenzione del pubblico. C’era, però un inconveniente: quando Peppino si presentava a cantare negli spettacoli televisivi, sotto i riflettori ‘incandescenti’ degli studi della Rai, quelle giacche, impedendo la traspirazione, producevano un effetto forno. Peppino ha più volte dichiarato che, a fine serata, era letteralmente ‘cotto a puntino, come un pollo allo spiedo’ ma l’effetto scenico era così travolgente che, alla fine, valeva la pena soffrire un pò. “Chi bello vo parè” diceva Peppino “nu poco addà suffrì”. «Una sera” raccontava Peppino di Capri “mentre suonavo al Number Two di Capri, si piazzò alla coda del pianoforte un tizio inquietante, vestito di scuro con degli occhialoni neri impenetrabili e mi fissò per tutta la serata .

A un certo punto, durante un momento di pausa, andai da mio zio Ciro che faceva il barman in quel locale e gli dissi: “Zi’ Cirù” ” non ce la faccio più, toglietemi da davanti chella ciucciuvettola (civetta) d’o malaurio, appollaiata sul mio pianoforte, ca’ me guarda fisso”. Mi mollò una ‘scoppola’ sul collo. “Statte zitto e sona, chillo è nu cliente e’ lusso e ha già ordinato sei bottiglie di champagne e, poi, hai visto chi c’è seduto al suo tavolo?”. Mi girai e vidi che al suo tavolo c’erano seduti Maria Callas, Ranieri e Grace di Monaco. A’ ciucciuvettola scura era Aristotele Onassis! E chi ‘o sapeva!” Peppino di Capri è stato scherzosamente definito ‘il cupido degli innamorati’e sembra che la sua musica romantica e sentimentale, diffusa nei night club d’Italia e d’Europa negli anni 60’ e 70’, abbia favorito migliaia di fidanzamenti, seguiti, poi, dalle nozze, tra i giovani dell’epoca.

Peppino di Capri ha sempre vissuto la popolarità con grande naturalezza e spontaneità, senza mai montarsi la testa. La sua forza è sempre stata proprio questa: saper annullare qualsiasi distanza tra il palco e il pubblico e parlare direttamente al cuore delle persone con un approccio intimo, sincero e confidenziale. Le emozioni, le vibrazioni della sua voce e il calore del suo sorriso, arrivavano sempre a segno, anche attraverso lo schermo televisivo.

Peppino di Capri, all’anagrafe Giuseppe Faiella, con 35 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, 15 presenze al Festival di Sanremo, di cui due vinti, nel 1973, con ‘Io e te, un grande amore e niente più’ e nel 1976 con ‘Non lo faccio più’, ha avuto un percorso artistico incredibile, durato più di 60 anni e ci ha lasciato in eredità un bouquet sempreverde di melodie indimenticabili e tantissimi aneddoti simpatici e divertenti, intrisi di una umanità gioiosa e di un’ innata, frizzante, ironia. Per il momento mi fermo qui, con la promessa di parlarvi ancora, nel mio prossimo articolo, di questo straordinario artista, che vive e vivrà per sempre nel nostro cuore e nei nostri ricordi.

*critico di teatro e cinema. Curatore da 12 anni della rubrica Spettacolo: ‘fattariele e ‘nciuce’ su Punto Agro News

 

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