di Francesco Apicella *
‘A Napoli e a San Gennaro’
‘San Gennà, pienzece tu’ “San Genna’pienzece tu, miettece ‘a mano toja, facimmo ‘nu patte scritto, si tu c’aiute e fai fernì tutte sti disgrazie, te facimmo ‘na Cappella Nova, ’assaje cchiù belle ‘e chella ca tiene” (San Gennaro, pensaci tu, mettici la tua mano facciamo un patto scritto, se tu ci aiuti e fai finire tutte queste disgrazie, noi ti faremo una Cappella Nuova, assai più bella di quella che tieni).
Era il 13 gennaio 1527, la città di Napoli, stremata da una terribile epidemia di peste, dalle continue eruzioni del Vesuvio e da una carestia senza precedenti invocò l’aiuto del Santo Patrono con queste parole per salvarsi dall’avvicendarsi di tante calamità e firmò un regolare contratto notarile con San Gennaro (Pubblico Istrumento). Davanti al notaio Vincenzo de Bossis, i Napoletani promisero la costruzione della magnifica Cappella del Tesoro, mentre il Santo, rappresentato dalle reliquie della sua testa e dalle ampolline contenenti il suo sangue liquefatto (segno della sua approvazione al contratto), si impegnava a proteggerli da ogni catastrofe.
Il documento originale esiste ancora ed è custodito nel Museo del Tesoro. Quando, dopo poco tempo la pestilenza e la carestia cessarono, i Napoletani tennero fede alla promessa fatta a San Gennaro e costruirono la Reale Cappella del Tesoro o ‘Tesoro Nuovo’ per accogliere le reliquie del loro Santo Patrono e le statue dei Santi Compatroni della città. Per varie difficoltà economiche, la costruzione della Cappella di San Gennaro, iniziò dopo 81 anni dalla firma del ‘patto’, occorsero altri 38 anni per completarla e fu benedetta il 16 dicembre 1646, giorno del terzo miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro.
In questa occasione il busto reliquario di San Gennaro, realizzato nel 1305 in argento dorato, oro e pietre preziose, per volere del re Carlo II D’Angiò , venne trasferito dalla cappella vecchia del tesoro alla nuova. Il famoso busto reliquiario contiene le ossa del cranio del santo patrono di Napoli, inserite attraverso un’apertura sulla calotta cranica e si trova all’interno del Duomo di Napoli, nella Reale Cappella del Tesoro. Le ampolle contenenti il sangue di San Gennaro non si trovano dentro il busto, ma sono custodite separatamente in una cassaforte, dietro l’altare maggiore della stessa Cappella.
Grazie alle donazioni accumulate in oltre 700 anni da re, imperatori, papi e gente comune, il Tesoro di San Gennaro ha un valore inestimabile. Alcuni studi gemmologici hanno accertato che la famosa mitra gemmata, che sta sulla testa del busto di San Gennaro e la collana del Santo superano per ricchezza persino i gioielli della Corona Britannica.
Nel 1799, le truppe francesi di Napoleone invasero Napoli per fondare la Repubblica Napoletana. Il generale francese Championnet, per farsi accettare dal popolo, ordinò che si celebrasse il rito del sangue. Il sangue si sciolse davanti agli invasori giacobini. I Napoletani, furiosi, si sentirono "traditi" dal proprio Santo e lo accusarono di essere diventato un sostenitore dei francesi. Per punizione, il popolo "licenziò" San Gennaro e nominò Sant'Antonio di Padova nuovo patrono principale. Il declassamento durò fino al 1814 quando San Gennaro, a furor di popolo, ritornò ‘in servizio’e riprese il suo posto d’onore nel cuore dei Napoletani.
Il rapporto tra il popolo napoletano e San Gennaro non è una semplice devozione religiosa: si tratta di un vero e proprio rapporto di parentela, un dialogo confidenziale, orizzontale, carnale e privo di filtri, dove il sacro si mescola costantemente con il profano, capace di passare in un attimo dalle preghiere più accorate agli insulti affettuosi; San Gennaro non si offende per qualche parola fuori posto perché a Napoli è uno di famiglia, è il confidente a cui chiedere conto di tutto: di una malattia, di un terremoto, dei numeri giusti da giocare al Lotto o anche di un gol al novantesimo minuto per vincere lo scudetto.
Il rapporto tra i Napoletani e il loro "Sindaco del Cielo" è unico e speciale ed è legato indissolubilmente al mistero di quel sangue che, ogni 19 settembre, col suo ‘comportamento’detta il battito del cuore di tutta la città. Il vero nome del Santo era Ianuario (nato a gennaio) e derivava dalla Gens Januaria, una famiglia gentilizia romana consacrata al dio Giano. Nacque a Napoli (o Benevento) nel 272 d.C.. Divenne molto giovane Vescovo di Benevento , fu molto amato dai fedeli cristiani e, al tempo stesso, rispettato dai pagani per le sue continue opere di carità. Durante le feroci persecuzioni ordinate dall'imperatore Diocleziano, il giovane Ianuario si recò a Miseno per confortare il diacono Sosso, già imprigionato. Lì venne catturato dal giudice Dragonio insieme ai compagni Festo e Desiderio.
Morì martire a Pozzuoli il 19 settembre 305 d.C. Prima di farlo decapitare il giudice Dragonio lo fece gettare in una fornace ardente, ma le fiamme risparmiarono sia le sue vesti che lui e uscì sano e salvo dal fuoco. Da qui nacque la credenza popolare che il Santo fosse "ignifugo". Successivamente, fu condannato a essere sbranato nell'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli ma,. quando le belve fameliche furono liberate, invece di sbranarlo, si inchinarono mansuete ai piedi del Vescovo, furono da lui benedette e non gli fecero alcun male. Esasperato dai continui miracoli, il giudice decise infine di farlo decapitare. E così fu! Secondo la tradizione, subito dopo la decapitazione, una donna di nome Eusebia raccolse il sangue del Santo all'interno di due ampolline di vetro.
Il miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro si verifica tre volte l'anno: il sabato che precede la prima domenica di maggio, in ricordo della prima traslazione delle reliquie del santo da Pozzuoli a Napoli, il 19 settembre (giorno del suo martirio) e il 16 dicembre (in ricordo dell'eruzione del Vesuvio del 1631 che, secondo la tradizione, fu fermata dal Santo).
Per i Napoletani, lo scioglimento non è solo un rito, ma un termometro della fortuna della città: la mancata liquefazione viene storicamente associata a presagi sfortunati. Durante l'attesa del miracolo, le prime file del Duomo vengono storicamente occupate dalle "Parenti di San Gennaro", anziane donne che dichiarano di essere discendenti dirette del Santo. Se il sangue tarda a sciogliersi, il loro tono passa dalle preghiere cantate a veri e propri rimproveri. Urlano alla teca frasi come: "Faccia ngialluta, muovete, a chi aspiette, stai stanc’!" o "E falle stu miraclo, che te costa, fallo pa’ città toja, nun fa ‘o scemo!".(“Faccia gialla (non è un insulto, è riferito al colore dell’argento dorato del busto), muoviti , che stai aspettando, sei stanco?” o “E fallo questo miracolo, cosa ti costa, fallo per la tua città, non fare lo scemo!”).
Nella cultura partenopea, il miracolo è un vero e proprio barometro emotivo e scaramantico per l'intera comunità e il sangue che resta solido è un chiaro presagio di sventura. La storia di Napoli ha drammaticamente confermato questa credenza in diverse occasioni storiche. Nel 1939 il sangue non si è sciolto: a settembre di quell'anno scoppiò la Seconda Guerra Mondiale; nel 1940, per la seconda volta consecutiva il miracolo non avvenne: l'Italia fece il suo ingresso ufficiale in guerra, e Napoli diventò una delle città italiane più bombardate dagli alleati; nel 1943 di nuovo il sangue non si sciolse: fu l'anno dell'occupazione nazista di Napoli e dei successivi e sanguinosi scontri delle ‘Quattro Giornate di Napoli’; nel 1973 il 19 settembre il sangue restò solido: a Napoli si diffuse una violentissima epidemia di colera a causa della vendita di cozze contaminate e consumate crude o poco cotte. La città era disperata, morirono molte persone e il mercato del pesce crollò; nel 1980 il miracolo non si ripetè: due mesi dopo, il 23 novembre, si verificò il catastrofico Terremoto dell'Irpinia, che devastò la Campania e provocò quasi 3.000 morti, causando crolli anche a Napoli.
Nel 2020,il 16 dicembre, il sangue, ancora una volta, non si sciolse: la città e il mondo intero furono nel pieno dell'emergenza Pandemia da COVID-19, e poche settimane prima (il 25 novembre) era scomparso l'idolo cittadino Diego Armando Maradona. Per il popolo napoletano il legame con il Santo Patrono non si esaurisce tra le navate solenni del Duomo, né si limita alla sfera del sacro, si esprime anche nelle scritte murali con messaggi di natura diversa, a lui diretti. Le scritte che racchiudono tutto l’animo del popolo napoletano, il suo spirito arguto, allegro e spensierato e la sua proverbiale, ‘cazzimma’(un cocktail di furbizia, astuzia, intuito e savoir faire), spesso sono spassosissime e, sicuramente, se San Gennaro le leggesse, da Lassù, sarebbe contento della devozione del suo ‘popolo eletto’ e si divertirebbe un mondo.
A metà degli anni '60, in seguito al Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica declassò San Gennaro a "santo della memoria locale". Inaccettabile! Ma come, San Gennaro un santo di serie B!? Per il popolo napoletano l’autorità del loro Santo non dipendeva da Roma e la sua reazione, all’unanimità, fu immediata: la mattina successiva, sui muri della città apparve, fatta con la bomboletta spray, la celebre scritta: "San Gennà, futtetenne! Nun te piglià collera, nuie te vulimme bene lo stesso" (San Gennaro, fregatene! Non angustiarti, noi ti vogliamo bene lo stesso).
Mio zio Giuseppe, che aveva vissuto a lungo a Napoli, mi raccontò che un napoletano disperato andava tutti i giorni nel Duomo a chiedere al Santo i numeri da giocare al lotto, promettendogli in cambio di devolvere una ‘percentuale’sulla vincita alla Chiesa per i restauri. Non vincendo per settimane, l'uomo tornò dal Santo alzando la posta e le pretese, finché alla fine minacciò quasi il busto di bronzo dicendo: "San Gennà, miettete ‘na mano ncoppa ‘a cuscienza e fa’o duvere tuoio, sinnò t’a suonne ‘a Cappella accunciata. Nun perdere tiempe, damme sti cazze ‘e nummere e nun ce penzammo cchiù!” (mettiti una mano sulla coscienza e fa il tuo dovere, altrimenti te lo sogni il restauro della Cappella! Non perdere altro tempo, dammi questi ‘cazzi’ di numeri e non ci pensiamo più).
Agli inizi degli anni Ottanta, sui muri di una Napoli che respirava già la febbre di un riscatto calcistico non ancora compiuto, apparve una scritta tracciata con lo spray: “San Gennà, pienzece tu, miettece ’a mano toia, facce vencere ’o scudetto”. Una supplica laica, ironica, eppure tremendamente seria. Nel maggio 2023, durante la storica avanzata inarrestabile del Napoli verso lo scudetto, in città apparvero striscioni ironici dedicati al Santo che recitavano: "San Gennà, chist’annno nun t’affaticà, pienze’a salute, p’o scudetto ce già penzato Maradona (San Gennaro, quest'anno non ti affaticare, pensa alla salute, per lo scudetto ci ha già pensato Maradona)!".
Quando, poi, il miracolo avvenne regolarmente a settembre, i tifosi invocarono subito San Gennaro, a gran voce: "San Gennà, tutto bene per la città, mò ‘venimmo a nuje’ e penzammo ‘o prossimo campionato!".(San Gennaro, tutto bene per la città, adesso veniamo a noi e pensiamo al prossimo campionato). Il 19 settembre e’ una giornata in cui Napoli si ferma non solo per un rito religioso, ma per celebrare la propria identità, la propria resistenza e quell'alleanza immortale con il suo protettore; perché in fondo, che il sangue si sciolga in un Duomo straripante di fede o che il suo aiuto venga invocato sulla superficie di un muro, Napoli lo sa: finché ci sarà San Gennaro a guardarle le spalle, la città non sarà mai sola. Ieri, oggi e domani: San Gennà, pienzece tu!"