Covid, Istat: crisi accentua divario territoriale Nord e Sud. Resiste solo alimentare italiano

07 Aprile 2021 Author :  

L'impatto economico della pandemia sui territori e' stato eterogeneo ma pervasivo. Le regioni la cui economia e' specializzata nelle attivita' piu' colpite dalla recessione appartengono a tutte le macro-ripartizioni: Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Sardegna, Lazio e Toscana (settori del turismo), Veneto, Toscana, Umbria e Marche (tessile), Calabria e Sicilia (commercio e ristorazione). Cosi' l'Istat nel rapporto sulla competitivita' dei settori produttivi. Sulla base dei risultati delle indagini sugli effetti della crisi da Covid-19, in 11 regioni almeno la meta' delle imprese presenta almeno due di tre criticita' che le denotano a rischio Alto o Medio-alto (riduzione di fatturato, seri rischi operativi e nessuna strategia di reazione alla crisi). Sette sono nel Mezzogiorno (Campania, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Puglia), una al Nord (Provincia autonoma di Bolzano) e tre nel Centro Italia (Lazio, Umbria e Toscana). Considerando l'occupazione, circa un terzo degli addetti totali (32,6 per cento) e' impiegato in imprese a rischio Alto o Medio-alto. Delle nove regioni nelle quali tale quota supera il 40 per cento, sette sono nel Mezzogiorno (Basilicata, Calabria, Abruzzo, Sardegna, Molise, Sicilia e Campania), una nel Centro (Umbria) e una nel Nord (Valle d'Aosta). Un indicatore territoriale di "rischio combinato" (sintesi del rischio per imprese e addetti) mostra che la crisi accentua il divario tra le aree geografiche: delle sei regioni il cui tessuto produttivo risulta ad alto rischio, cinque appartengono al Mezzogiorno, (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Sardegna) e una al Centro (Umbria) mentre le sei a rischio basso sono tutte nell'Italia settentrionale (Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento). L'Istat riscontra, tuttavia, vulnerabilita' anche in aree del Centro (Toscana, Lazio e Umbria) e del Nord (Valle d'Aosta e Provincia autonoma di Bolzano), dove sono piu' rilevanti le attivita' maggiormente colpite dalla pandemia. A un livello territoriale piu' fine (610 Sistemi locali del lavoro Sl), e' stato calcolato un "indice di rischio territoriale" sulla base della collocazione delle stesse imprese nei Sistemi locali. Anche in questo caso emerge una chiara dicotomia tra Nord e Sud, con il primo caratterizzato da un sistema di imprese meno fragile e il secondo con una esposizione al rischio significativamente maggiore. Anche nelle regioni settentrionali piu' solide, tuttavia, si trovano realta' locali fragili, per lo piu' Sl a forte vocazione turistica (quali Susa, Courmayeur, Livigno, Ponte di Legno, San Candido, Pinzolo, Jesolo, Finale Ligure, Sestri Levante, Cesenatico). Nelle regioni del Centro, le aree a maggiore fragilita' sono individuabili soprattutto nelle zone agricole e turistiche della Toscana (Monte Argentario, Orbetello, Montalcino, Portoferraio, ad esempio), dell'alto Lazio (Acquapendente, Civita Castellana) e in alcune zone dell'Umbria (Cascia, Norcia) e del basso Lazio (Sabaudia, Gaeta, Terracina). I Sistemi locali distrettuali presentano una minore rischiosita', anche grazie alle loro caratteristiche industriali. E' il caso, in particolare, dei centri di Arezzo e Lucca, specializzati rispettivamente nell'oreficeria e strumenti musicali, e nell'Industria cartotecnica.

Nel 2020 resiste solo alimentare italiano

Nell'anno dell'emergenza Covid, in controtendenza rispetto al crollo generale, fra i settori produttivi simbolo del Made in Italy , a salvarsi e' solo l'agroalimentare trainato dal record storico delle esportazioni che superano i 46,1 miliardi di euro. Lo fa sapere la Coldiretti sulla base del rapporto sulla competitivita' dei settori produttivi dell'Istat. Un risultato ottenuto grazie alla richiesta di Made in Italy sulle tavole di tutto il mondo dove, nonostante la pandemia, si registra un aumento dell'1,7% nel 2020 rispetto all'anno precedente; questo mentre la crisi globale ha colpito l'export della manifattura con -12,6% per i macchinari, -19,5% per il tessile, abbigliamento e pelli e -11,6% per i mezzi di trasporto. All'estero con il lockdown i consumatori non hanno fatto mancare a tavola i prodotti piu' tradizionali dell'alimentare Made in Italy , settore che mostra una grande capacita' di resilienza nonostante le difficolta' degli operatori, rileva Coldiretti. La crescita della domanda di cibi e bevande all'estero, ricorda l'organizzazione, e' trainata dalla Germania (+6,6%) che e' il primo partner dell'Italia seguita dagli Usa (+5,4%) nonostante i dazi che hanno colpito i prodotti piu' significativi e che sono stati superati dalla nuova amministrazione Biden.

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