Al Museo Archeologico Nazionale della Valle del Sarno un intenso viaggio nella Napoli raccontata dal grande scrittore. Parole, musica, luci e silenzi hanno trasformato un racconto inedito in un’esperienza teatrale capace di conquistare il pubblico
Una serata di grande cultura, emozione e memoria. Una di quelle serate in cui il tempo sembra fermarsi e le parole riescono a riportare il pubblico indietro nel tempo, dentro una Napoli autentica, intensa e profondamente umana, quella raccontata da Domenico Rea.
Ieri sera, nella straordinaria cornice del Museo Archeologico Nazionale della Valle del Sarno, è andato in scena La Vergine e lo Scarafaggio, racconto inedito del grande autore, pubblicato nel volume curato dal professor Vincenzo Salerno.
Un appuntamento che si è trasformato in una vera esperienza teatrale e che ha catturato, sin dalle prime battute, l’attenzione di un pubblico numeroso e partecipe. Una serata magica, durante la quale letteratura, teatro, musica e luce hanno dialogato tra loro creando un’atmosfera particolarmente suggestiva.
L’iniziativa è stata organizzata dall’Associazione Nuova Officina in occasione della Giornata Europea del Patrimonio, con la partecipazione de I Figli di Partenope, e ha visto l’adattamento e la regia di Gabriele Musco.
L’idea alla base della lettura scenica nasce dal desiderio di trasformare una semplice presentazione letteraria in qualcosa di più: un’esperienza capace di coinvolgere lo spettatore attraverso la parola, la musica, la luce e persino il silenzio.
Il testo di Rea, infatti, non è stato affrontato come un’opera da interpretare secondo i canoni della rappresentazione teatrale tradizionale, ma come una storia da ascoltare e vivere. Un racconto che, attraverso le voci e la musica dal vivo, ha accompagnato il pubblico in un viaggio nella Napoli di Rea, restituendone atmosfere, personaggi, suggestioni e umanità.
A rendere ancora più preziosa la serata è stata la presenza di Lucia Rea, figlia dello scrittore. La sua partecipazione ha aggiunto un significato particolare all’evento: non soltanto un omaggio letterario a Domenico Rea, ma anche un momento di memoria e di affetto familiare.
Visibilmente emozionata, al termine della serata Lucia Rea ha voluto ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa, sottolineando il valore di quello che è stato, a tutti gli effetti, un grande omaggio alla memoria e all’opera del padre.
E proprio il luogo ha avuto un ruolo fondamentale nel racconto.
Il Museo Archeologico Nazionale della Valle del Sarno, con la sua architettura e i suoi spazi, si è trasformato in una vera e propria scenografia naturale. Un ambiente già di per sé suggestivo che, grazie a un accurato progetto di illuminazione, è cambiato insieme al racconto, accompagnando i diversi momenti della narrazione.
Le luci, modificandosi durante la serata, hanno contribuito a sottolineare atmosfere, passaggi ed emozioni, creando una dimensione quasi sospesa tra passato e presente.
A completare l’esperienza, la musica dal vivo, non semplice accompagnamento, ma parte integrante della narrazione.
Sul palco Gemma Annunziata, alla voce, e Ugo Maiorano, ai tamburi e alla voce, hanno dato vita anche ai momenti musicali di apertura e chiusura, con un canto dedicato alla Vergine che ha aperto e concluso il racconto, lasciando un’ultima, intensa emozione al pubblico.
Accanto a loro, Silvia Siniscalchi al pianoforte, Matteo Ferrentino al clarinetto e Luigi Buonaiuto alla chitarra hanno costruito una trama musicale capace di fondersi con le parole, sostenendo il ritmo della narrazione e contribuendo a rendere ancora più immersiva l’esperienza.
Le voci narranti di Maria Rosaria Califano, Enrico Siniscalchi, Gabriele Musco e della piccola Mariagrazia Masullo hanno dato corpo e ritmo alla storia, accompagnando gli spettatori lungo questo viaggio nella Napoli di Domenico Rea.
Ne è nato un racconto corale nel quale ogni elemento ha trovato il proprio spazio: la parola, la musica, le pause, i silenzi, le luci e gli stessi ambienti del museo.
Il risultato è stato uno spettacolo intimo e allo stesso tempo coinvolgente, capace di mantenere alta l’attenzione del pubblico per tutta la durata della rappresentazione.
La Vergine e lo Scarafaggio non è stata dunque soltanto una lettura scenica. È stata un’occasione per riscoprire una pagina inedita della produzione di Domenico Rea e, attraverso di essa, tornare a respirare la Napoli dello scrittore, quella Napoli fatta di contrasti, voci, umanità e storie.
Una serata nella quale il patrimonio letterario ha incontrato quello storico e archeologico, dimostrando ancora una volta come i luoghi della cultura possano diventare spazi vivi, capaci di accogliere nuove forme di racconto e di dialogare con il pubblico attraverso linguaggi diversi.
E quando, sulle ultime note del canto alla Vergine, si sono spente le luci, è rimasta quella sensazione particolare che solo le serate davvero riuscite riescono a lasciare: la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di unico.
Una serata sospesa tra memoria e presente.
Una serata dedicata a Domenico Rea.
Una serata che, per qualche ora, ha riportato tutti indietro nel tempo, dentro la sua Napoli.
E che si è conclusa con il pubblico ancora con il fiato sospeso e con la consapevolezza di aver vissuto, nel cuore del Museo Archeologico Nazionale della Valle del Sarno, un autentico momento di cultura.

