di Chiara Spatuzzi
Dall’8 settembre, anniversario della nascita di Domenico Rea, arriva in libreria e online “Domenico Rea. Lo Scarafaggio”, il nuovo volumetto a cura di Vincenzo Salerno per la collana “‘O Scarrafone” di Langella editore. Per la prima volta riunite in un unico progetto editoriale le quattro versioni dello scarafaggio reano, composte tra il 1964 e il 1976.
Sarà disponibile dall’8 settembre — giorno dell’anniversario della nascita di Domenico Rea — in libreria e online “Domenico Rea. Lo Scarafaggio”, nuovo volumetto della collana “‘O Scarrafone” di Langella editore, a cura di Vincenzo Salerno, professore associato di Letterature comparate presso l’Università degli Studi di Salerno.
L’edizione riunisce, in un unico progetto editoriale, le quattro redazioni che lo scrittore campano dedicò, tra il 1964 e il 1976, a una storia divenuta nel tempo quasi un manifesto in miniatura della sua poetica: Lo Scarafaccio, La Vergine e lo Scarafaggio, Lo scarafaggio e 'O Scarrafone. Le quattro versioni, distanti tra loro poco più di un decennio, accompagnano infatti una delle stagioni più delicate della biografia dello scrittore: gli anni in cui — oberato dal lavoro giornalistico, provato da un incidente d’auto dalle conseguenze economiche pesanti, e attraversato dal timore di apparire ormai estraneo ai fermenti della nuova letteratura italiana — Rea non cessa di lavorare e riscrivere, fino a farne un campione definitivo di stile.
Il volume si configura come un laboratorio a cielo aperto sulla scrittura reana, proponendo al lettore un doppio livello di lettura. Da un lato vengono restituiti i quattro testi integrali, disposti in sequenza cronologica, così da poter seguire in presa diretta le trasformazioni che Rea impresse, riscrittura dopo riscrittura, alla stessa materia narrativa. Dall’altro, un apparato critico articolato in due contributi. Un saggio introduttivo di Vincenzo Salerno, che inquadra le quattro storie nella cornice della tradizione del “cunto” di matrice basiliana — la voce narrante, l’intreccio tra realtà e fiaba, il dialogo costante tra dialetto napoletano e lingua italiana — e ne mette in luce la rilevanza linguistica, in particolare nella caratterizzazione delle figure femminili che attraversano il racconto: Donna Rosina, la fattucchiera Donna Trìfola e la silenziosa Carmelina, cui spetta, in tutte e quattro le versioni, la battuta conclusiva.
E una rigorosa rassegna filologica dei testimoni del testo, curata da Chiara Spatuzzi e Sergio Travi sulla base dei materiali conservati presso l’Archivio Domenico Rea dell’Università degli Studi di Salerno. Un lavoro che ricostruisce analiticamente la storia editoriale del racconto, dal dattiloscritto originario alla prima uscita sul «Corriere della Sera» nel novembre 1964, dalla pubblicazione parziale su «Enotria» nel 1969 fino al radicale rifacimento La vergine e lo scarafaggio, mai approdato alle stampe in vita dell’autore. Si giunge così alla svolta del 1976, quando nella raccolta Tentazione e altri racconti la storia si sdoppia definitivamente in una versione italiana e in una napoletana, 'O scarrafone, prima di conoscere ulteriori riprese editoriali fino alla pubblicazione postuma del 2003, quando il racconto — destinato questa volta a un pubblico scolastico — cambierà ancora una volta titolo, diventando L’insetto misterioso.
Un’unica figura — quella di un piccolo insetto — attraversa, dunque, oltre un decennio di scrittura e quasi quarant’anni di storia editoriale, documentando il modo in cui l’autore intervenne, di volta in volta, sulla lingua, sulla struttura e sulla prospettiva del racconto, senza tuttavia abbandonare mai completamente la matrice originaria. In questa continua metamorfosi si riflette l’immagine stessa di Don Mimì: quella di uno scrittore che non concepisce la riscrittura come una semplice correzione, ma come forma di fedeltà alla narrazione e alle sue molteplici possibilità espressive.
A più di un secolo dalla nascita dello scrittore, il volume curato da Vincenzo Salerno offre pertanto l’occasione di rileggere l’opera reana da una prospettiva inedita: quella della scrittura colta nel proprio farsi, nel processo attraverso cui prende forma, si modifica e si rinnova — restituendo la complessità dell’officina creativa dell’autore e confermando come, nell’universo narrativo di Rea, nessuna storia possa dirsi mai definitivamente conclusa.

