Terreni confiscati: si riutilizza solo il 18% in Campania, ecco i dati

27 Aprile 2017 Author :  
In provincia di Salerno risulta effettivamente riutilizzato solo il 12 per cento dei terreni confiscati alla camorra, a fronte di una media regionale del 22,7. Va però precisato che nel territorio provinciale insiste il 15,6 per cento dei terreni sottratti alla criminalità organizzata in Campania. Sono i dati diffusi dopo nove mesi di monitoraggio della ricerca “Rural social hub”, giunta a metà del suo percorso, in un incontro al Dipartimento di Scienze Politiche della Università di Napoli “Federico II” moderato da Giuseppe Acocella , ordinario di Etica sociale. Dal progetto, promosso dal consorzio Nco (Nuova Cooperazione Organizzata) e sostenuto dall’istituto di studi politici “San Pio V” e fondazione “Con il Sud”, emerge una mappatura dei beni confiscati. In Campania il totale è di 4.020, di cui 3.430 immobili e 590 aziende. L’Agenzia nazionale per i beni confiscati ha destinato il 44,3 per cento degli immobili; tra questi ci sono 965 terreni (il 28,1 per cento), su cui si concentra la ricerca nella prospettiva di affermare lo sviluppo di una agricoltura sociale nelle zone dove spadroneggiavano i clan. Dei terreni già destinati risulta riutilizzato il 52,4 per cento. La provincia di Caserta fa la parte del leone sia per numero di terreni confiscati (38 per cento) che effettivamente riutilizzati (64 per cento), seguita da quella di Napoli (35,9 e 23). Salerno è terza in entrambe le graduatorie. In Campania sono 124 i comuni dove è presente almeno un terreno confiscato: 43 in provincia di Caserta, 39 in provincia di Napoli, 22 in provincia di Salerno, 10 sia in quella di Benevento che di Avellino. Tra di essi soltanto 23 (il 18,5 per cento) rispettano la legge che impone di pubblicare l’elenco dei beni confiscati sul proprio sito web. Un municipio della provincia di Salerno motiva l’omissione con «ragioni di privacy», svela Antonio Esposito , coordinatore del progetto. Tra le criticità segnalate per la difficoltà nel riutilizzo: nell’82,5 per cento incuria istituzionale, assenza di dati e informazioni certe, persistenti difficoltà ambientali (presenza nei dintorni di familiari o accoliti del titolare del bene). Sono proprio gli enti locali a finire sotto accusa.

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