Origo Albarella

Anna Robustelli Sindaco

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Riti e miti. La mia Madonna gioiosa, la Vergine delle Galline

08 Aprile 2017 Author :  

di Gerardo Sinatore

Molti dicono che la Festa della Madonna del Carmelo detta delle galline, negli anni sia cambiata o che è cambiato il modo di fare festa. Ma da sempre questa caratteristica celebrazione tra il sacro ed il profano, è stata sottoposta a reprimende e favori, osannata e poi demonizzata. Lo è stato nei secoli per secoli, per un motivo o per un altro. Credo che la Festa, contrariamente a quanto possa apparire, la si viva maggiormente in intimità. Persino i più chiassosi la vivono così. Purtroppo, ancora oggi conta l’apparenza sulla sostanza, la materia sullo spirito. Ed io, che sono tanto intimo quanto umanamente chiassoso, sento in questa chimica del cuore e della mente, di appartenere vivamente a questa terra e alla sua promiscua identità culturale. E come potrei non esserlo se l’attaccamento, l’attrazione, i sentimenti, spesso contrastanti, che questa terra così singolare genera in me, costituiscono una parte rilevante del senso che io do alla vita, e l’apice, ossia il momento più alto di queste emozioni, e qualcuno forse lo troverà eccessivo, si compie proprio durante la festa della Madonna delle Galline? Chi vuole comprendermi, sa anche cosa voglio dire. Lo sa, perché non sono l’unico Paganese ad abbandonarsi in quei giorni a tanta seducente frenesia. Questi giorni rappresentano la liberazione dall’ordinario, la libertà quella vera, ma anche una coesistenza col Trascendente e l’immanente ed io, che temo il giudizio e il pregiudizio, in quei giorni divento brezza, alito, vento. Sono i giorni che dedico in modo incondizionato allo spirito, a me stesso, alla mia gente ma non solo; li dedico anche ai miei luoghi, ai palazzotti, ai vicoli, ai portoni, alle antiche e decadenti corti; li dedico all’amicizia, all’arte, alla ricerca, alla musica, alla danza, al profumo dei fiori d’arancio, all’odore dei carciofi fumanti e all’afrore del devoto sudore e soprattutto, alla primavera della Vita. E mi abbandono così, come non mai, a bicchierate di buon vino rosso che mi scaldano il cuore, come il battito quasi ossessivo delle nostre tammorre[1] ...

Ave color vini clari, ave sapor sine pari, tua nos inebriari digneris potentia.

Non sono un beone né un gaudente, anzi ... Ma al diavolo i puritani, i censori, i moralisti, i predicatori, i perbenisti, i facinorosi, i violenti, gli impostori ed i bigotti. Al diavolo costoro e quanti si ritengono, nell’esibizione del circo dell’ipocrisia, integri e virtuosi. Durante la Processione non vi è sosta, rintronante o meno, che il mio cuore non si serri e poi si distenda accogliendo impressioni uniche. Ed io sapete cosa faccio? Alzo lo sguardo verso il Simulacro che resta privo della sua identità statuale, e l’osservo …  e Vi riconosco  finalmente la Mediatrice, la Madre del Cristo vivente. Così mi consegno a Lei, mi confesso, prego, sommerso da cascate di coriandoli scintillanti, toccato dal tripudio della folla, frastornato dai boati, rincuorato dagli applausi, ravvivato dal pulsare delle corali tammorre, calcato dalla folla appassionata … ed in tutto ciò mi sento uno, mi sento persona, mi sento io, figlio di questo Mondo, della Vita, che chiamo Dio, e prego ebbro della sua Grazia. Io, che non vivo più un sincero rapporto con l’osservanza, ma non con la fede nel mio Cristo Redentore, scorgo la Luce. Una luce che non mi raggiunge in nessuna delle celebrazioni religiose comandate. Non vorrei essere blasfemo, ma la passeggiata della mia Madonna per le strade e per i vicoli, è per me l’Avvento, il Capodanno, la Pasqua, la Gloria del figlio-dell’uomo che ravviso nel grembo di Lei, della Madre, delle madri, con l’urgenza della salvazione dalla nostra umana miseria. Io che amo l’arte, non conosco volto più bello e consolante del Suo. Io che non sempre so riconoscere le mie emozioni ed i miei sentimenti, in quel momento li riconosco con inarrestabili empiti di gioia. È una commozione incontenibile, è Lei, proprio Lei, la mia Madonna gioiosa che giace nel mio cuore con le guanciotte rosa ed i riccioli di seta.  Lei è il mio balsamo.

Poi, dopo la Festa, tutto muore insieme all’illusione, vissuta intensamente per quei pochi giorni, che tutto sarebbe durato in quel modo, per sempre ...

Questa Festa è stata riconosciuta nel corso di lunghi anni d’impegno, anche personali, Patrimonio immateriale d'Italia dall’Istituto Centrale per la Demo-Etno-Antropologia di Roma.


[1] Tamburi a cornice

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