Vi voglio raccontare un divertente aneddoto sul grande Ugo Tognazzi, attore poliedrico, a tutto tondo. Nella sua tenuta di Velletri egli soleva spesso invitare, a pranzo o a cena, il solito gruppo di amici del mondo dello spettacolo, fra cui c’erano Paolo Villaggio, Vittorio Gassman, Giovanni Bertolucci, Mario Monicelli, Ettore Scola, gli sceneggiatori De Bernardi e Benvenuti e il duo Age e Scarpelli, con le rispettive mogli. Appassionato, com’era, di cucina, aveva provato più volte a preparare per loro una deliziosa e fragrante ribollita toscana ma non era mai riuscito a fare centro, c’era sempre tra i presenti qualche toscano che rosicava, pronto a contestargli ogni ingrediente usato: “No, ‘un ci vole l’aglio, ci vole il porro, ‘un ci si mette la carota, ‘un ci si mette nulla di questo, ‘un ci si mette nulla di quest’altro…”. I Toscani, si sa, sono assolutisti, guai ad affrontare un discorso sulla loro cucina tradizionale, sono sempre sul sentiero di guerra, pronti a criticare. Brontoloni come una pila di fagioli! Un anno Ugo aveva allevato un maialino che aveva affettuosamente battezzato Gigetto. In casa tutti gli volevano bene! Ma, si sa, nessun maialino è mai morto di vecchiaia e anche per Gigetto (sigh!) venne il momento della metamorfosi in salumi, bistecche e affini. A casa di Tognazzi ci fu il lutto, come se fosse morto uno di famiglia e, per un anno intero, il fantasma di Gigetto aleggiò nell’aria, pronto a manifestarsi in ogni occasione gastronomica. “Papà, questo è Gigetto?” dicevano Giammarco e Maria Sole, i bambini di Ugo, ogniqualvolta portavano alla bocca una fetta di salame, di prosciutto o di mortadella. Finalmente, dopo vari mesi di tormentone, del generoso Gigetto non rimase altro che un osso di prosciutto. Tognazzi si guardò bene dal buttarlo via, anzi lo conservò gelosamente, pronto a tirarlo fuori al momento opportuno per fare un’appetitosa zuppa di fagioli. Ma la sorte, per puro divertimento, aveva deciso per quell’osso, prezioso come una reliquia sacra, una diversa destinazione e, per ottenere questo, insinuò nella mente di Ugo un’ispirazione culinaria insistente che, a lui, sembrò geniale. Avrebbe consumato l’ultimo ricordo di Gigetto per preparare la ribollita per il pranzo della “cooperativa” dei suoi amici abituali. L’osso di prosciutto, col suo aroma e il suo sapore, avrebbe sicuramente arricchito il piatto, dandogli un tocco sublime e indimenticabile. Stavolta li avrebbe stesi tutti e messi con le spalle al muro. Voleva proprio vedere cosa avrebbero avuto da brontolare e, sopraffatti da tanta bontà, commossi, avrebbero sicuramente dato un bel 10 alla sua ribollita d’alta classe. Non l’avesse mai pensato e, soprattutto, fatto! A tavola ci fu un’incontenibile e concorde rivolta generale di palati, offesi da quella volgare contaminazione gastronomica. Sacrilegio! Come aveva osato “profanare, ” coi “resti” di Gigetto, il sapore prelibato e unico della ribollita?! Più offeso di tutti era Mario Monicelli che, da toscano d.o.c., scandalizzato dall’oltraggioso accostamento, esclamò indignato:” Per condire, si sa, ‘un c’è che l’olio!”La bocciatura della ribollita fu unanime e, al posto del vagheggiato 10, prese forma uno spietato e indecoroso 2. Povero Gigetto, per la sua bontà, avrebbe meritato, senz’altro, da quella spietata giuria, una votazione migliore! Che dire di Ugo Tognazzi: irresistibile nella vita come sul grande schermo! A lui va la mia gratitudine e la mia riconoscenza per avermi regalato la possibilità di raccontare, ai lettori, questo simpatico aneddoto. Grazie, Ugo!


