Namastè. Il potere della gratitudine

27 Luglio 2019 Author :  

Namastè amici…
Parole gentili! Questo è stato il titolo di una giornata trascorsa a scuola di mio figlio, che frequenta il secondo anno di scuola dell’infanzia, o asilo. Che c’è da dire? Mi chiederete. Beh! Ho fatto una riflessione, osservando il comportamento di mio figlio. Ad ogni sua richiesta, più o meno realistica, tipica dei bambini piccoli, aggiunge un per piacere! È vero che lo faceva anche prima che le maestre organizzassero questo evento, tuttavia, quella parolina è diventata, nella sua testa, una condizione tale per cui la richiesta debba essere esaudita! Ad un mio rifiuto lui mi risponde quasi indispettito:” ma io ti ho detto per piacere questa è una parola magica!” non vi dirò come finisce perché tanto dipende dalla situazione.
Ho fatto una piccola parentesi personale per porvi una riflessione. Quanti di noi hanno l’abitudine (sana e giusta aggiungerei), di chiedere con grazia, di scusarsi o di ringraziare? Sul mio cammino non è che ho trovato tante persone che usano le cosiddette “parole gentili”.
Oggi molte persone pensano che la gentilezza non sia un istinto naturale. Perché? Beh l’essere umano è pericoloso, cattivo ed egoista. Essere gentile è un piacere proibito, è un comportamento molto pericoloso per la propria incolumità! Perché? Essenzialmente si basa sulla sensibilità nei confronti dell’altro, l’altro nella sua totalità con il suo bagaglio di piaceri e sofferenze.
Secondo il filosofo David Hume: “chi è così pazzo da negare l’esistenza della generosità ha perso il contatto con la sua realtà emotiva”.
Il termine “gentilezza” abbraccia un’ampia gamma di sentimenti definiti con diverse parole, quali umanità, compassione, empatia. ecc. essenzialmente essere “ben disposti verso l’altro”.
Oggi la bontà, la gentilezza, come ho già detto, è vista con sospetto. La capacità di farsi carico dell’altro, di chi è più vulnerabile è accettata solo nei confronti di chi è ritenuto della società più “debole”, un esempio sono i bambini o gli anziani. L’uomo medio o anche la donna, devono sfoggiare autonomia. La vulnerabilità non è accettata nell’altro, ma soprattutto non è accettata in noi stessi! La concezione (errata) è che, la gentilezza è per i perdenti. Ragionare in questi termini indica una forte paura. Riconosciamo un gesto o una parola gentile e forse è proprio per questo che le evitiamo con tanta cura, addirittura guardiamo con sospetto chi si comporta in modo gentile.
Però fermiamoci un attimo a riflettere. Come ci sentiamo quando qualcuno si comporta in modo gentile con noi? Riflettiamo! Quando siamo noi a compiere un gesto gentile o a dire una parola gentile a qualcuno che non sia un nostro caro? Non vi risponderò la riflessione è tutta vostra!
Concludo con un pensiero di Jean-Jacques Rousseau
“prendersi cura degli altri ci rende pienamente umani. Dipendiamo gli uni dagli altri non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per la nostra esistenza. Un individuo senza legami affettivi o mente o è un folle!”

 

Dott.ssa Ciancia Maria Rita
Psicologa Clinica e di Comunità
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